La cucina francese patrimonio Unesco. Omnivore contrario

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La gastronomia francese Patrimonio dell’Umanità? “Controproducente per la Francia”, secondo Luc Dubanchet, fondatore di Omnivore, il festival francese (ed editore) del food. “Servirà solo a rivitalizzare antichi feudi nazionalistici e a rafforzare la nostra immagine di arroganti, convinti di essere i depositari di conoscenze uniche. E questo non è vero”.

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Riportata in questi giorni dal Time, la voce di Dubanchet, noto per le sue posizioni anti-scioviniste nel più identitario dei comparti francesi (quello dei cibo e del vino), si aggiunge al coro di critiche con cui la stampa in lingua inglese ha accompagnato il prestigioso riconoscimento conferito al “pasto francese, ai suoi rituali e alla sua presentazione”. A fare il primo passo è stato il Telegraph che, commentando l’ingresso della gastronomia francese nella lista Unesco dei tesori culturali da proteggere, scriveva qualche giorno fa: “Tra i riti del pasto francese non c’è niente a parte l’ordine di apparizione degli antipasti (prima il pesce poi la carne), l’avant-dessert, il formaggio e i dolci e, naturalmente, il ruolo centrale del vino. Oltre all’abitudine dei Francesi di parlare continuamente, mentre mangiano, di cibo, ricette e pasti memorabili”.

La notazione ironica fa da pendant alla domanda (retorica) che il quotidiano britannico si pone nello stesso articolo: perché premiare la cucina francese visto che “quella italiana, così vivace e semplice e, più recentemente, quella spagnola, così vitale e creativa, l’hanno superata nel gradimento degli esperti?”. Poi il colpo finale: il riconoscimento con cui l’Unesco ha premiato “il pasto dei Francesi” considerandolo capace di favorire “la condivisione del buon mangiare e del buon bere in occasioni di festa”, suona come un modo per esorcizzare il declino in un Paese incapace di fare i conti con la sua condizione di leader “detronizzato”.

Che un problema ci sia lo ammette persino Jean-Robert Pitte, presidente della delegazione francese all’Unesco. E’ vero, ha dichiarato, la Francia è stata spesso vittima di un complesso di superiorità culinaria come è vero che la passione dei Francesi per il cibo sta attraversando un momento di stanchezza. Un calo di interesse per il quale, però, la Francia ha già in mente la cura: un pacchetto di misure che vanno dal lancio di una tv dedicata alla cucina nazionale, all’introduzione di nuovi programmi nella scuola elementare, all’apertura di un museo sulla gastronomia francese e mondiale.

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Altrettanto chiaramente, in barba all’opinione di Dubanchet, le autorità francesi intravedono i vantaggi che dal riconosciment potranno derivare. Ora la Francia, avverte la senatrice Catherine Dumas, sarà più forte in Europa e potrà “far valere l’inclusione della sua gastronomia nella lista dei beni mondiali da proteggere quando si tratterà di combattere normative comunitarie non conformi alle sue tradizioni”. Un esempio su tutti. A beneficiare di questo riconoscimento contro le pressioni dell’industria alimentare potrebbe essere, è la speranza di Stéphane Blohorn, produttore di formaggi tradizionali, il settore caseario che utilizza latte crudo non pastorizzato. Staremo a vedere.

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Nel frattempo indoviniamo, dietro la pervicace “azione di lobbying con cui Sarkozy ha lavorato negli ultimi due anni” per arrivare al prestigioso riconoscimento dell’Unesco, una strategia economica che potrebbe rivelarsi molto meno controproducente di quanto non ritenga Dubanchet.

All’Italia resta la Dieta mediterranea, un premio da condividere con il Marocco, la Spagna e la Grecia. Ma forse entrare da sola, con la sua cucina “vivace e semplice”, nel Patrimonio dell’Umanità, non avrebbe guastato. Cercasi lobbista disperatamente!

[Fonte: Time, Daily Telegraph]

Foto: ilfoglio.it, alifewortheating.com, gennarino.org, sicurmoto.it

1 commento

  1. Il lobbista della Dieta Mediterranea con la maiuscola potrebbe fare danni se si metterà in testa di fare un bel format da GDO: tante belle scatole in vista sui banchi del supermercato per catturare i gastrogonzi. Mi aspetto almeno il centro di produzione dove non è mai cresciuto un ulivo, diamine….

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