Allarme diossina nella carne di maiale. Ora è più vicina la legge sull’etichettatura

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Sarà passata a molti, in questi giorni, la voglia di mangiare carne di maiale. Perché se la diossina, contenuta nei grassi forniti dalla Harles und Jentzsch ai produttori di mangimi tedeschi, è passata anche nelle uova e nella carne di pollo, l’anello debole della catena alimentare che porta all’uomo in questi giorni è lui: il maiale.

diossina-maiale-allevamento

La parola chiave è tracciabilità. E la carne di maiale, insieme ai salumi, non è tracciabile. Non è scritto da nessuna parte, per il consumatore che volesse saperne di più, dove è nato e dove è stato allevato e macellato il suino fatto a fette, triturato per il cotechino e per i ripieni dei tortellini o finito nel salume.

Ora, come era prevedibile, dopo le uova l’allarme si estende anche alla carne di maiale. Secondo quanto riferito dalla Commissione europea, 2 picogrammi di diossina per grammo di grasso, pari al doppio di quanto consentito dalla legislazione Ue, sono stati infatti rinvenuti nella carne di maiale in un allevamento della Bassa Sassonia. Animali che dovranno essere abbattuti e bruciati, uno spettacolo che speravamo di non dover vedere più. Era accaduto con mucca pazza, nel 1986, poi con l’aviaria, nel 2005. Da allora uova e pollo sono diventati alimenti tracciabili: leggi l’etichetta e sai da dove provengono. Per le uova, per esempio, l’etichetta contiene informazioni sul paese, sulla provincia e sul tipo di di allevamento.

La spesa “anonima”, come la definisce Coldiretti, è il 50% del totale ma l’Europa resiste all’etichettatura obbligatoria (“viola la concorrenza”). Proprio recentemente il Consiglio Europeo dei Ministri della salute, ad eccezione dell’Italia e di pochi altri paesi, ha infatti espresso parere negativo sull’etichetta obbligatoria europea per i prodotti alimentari (ad eccezione, però della carne suina e di agnello).

Ora lo spauracchio del crollo dei consumi è dietro l’angolo e la Federazione europea dei produttori di mangimi compositi promette un codice di autoregolamentazione mentre il ministro delle Politiche Agricole Giancarlo Galan attacca l’allarmismo mediatico e prova a rassicurare: “In Italia siamo più sicuri che altrove”.

Rassicurazioni che non convincono. “Bisogna immediatamente rafforzare i controlli alle frontiere e bloccare tutti i prodotti di maiale, carni fresche, congelate e lavorate e suini vivi a rischio diossina”, chiede la Confederazione Italiana degli Agricoltori. “L’Italia è un grande importatore di carne di maiale”, avverte Coldiretti. “Nei primi nove mesi del 2010 ne ha importati 220 milioni di chili”. Carne che finisce soprattutto nei prosciutti, spacciata facilmente per carne italiana in assenza di una norma che obblighi l’allevatore ad indicarne in etichetta l’origine. “Due fette di prosciutto su tre vendute come italiane provengono da maiali allevati all’estero”, stima Coldiretti che consiglia ai consumatori, come misura precauzionale nell’attesa che venga approvata la legge che introduce l’obbligo di etichettatura d’origine (attesa per il 18 gennaio), di acquistare solo prosciutti provvisti del marchio Dop (Parma, San Daniele, Modena, Berico-Euganeo, Carpegna e Toscano) o prodotti direttamente dagli allevatori. Stop agli acquisti anche di tortellini e pasta ripiena che contengono carne di maiale mista ad altri ingredienti, consiglia il Codacons.

[Fonte: repubblica.it, kataweb.it]

Foto: trading-italia.biz

2 Commenti

  1. Ciao Lorella, questa è l’ennesima prova che, oggi più che mai, è necessaria un’etichetta che permetta di capire davvero da dove proviene ciò che mangiamo. Non si può più aspettare.

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