Renzi vs tutti. Il sindaco di Firenze litiga con la Cgil e rottama i fast food

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Non c’è solo lo svecchiamento della classe dirigente del Pd tra le missioni di Matteo Renzi. Il sindaco-rottamatore ha appena dichiarato guerra anche a kebab e fast food.

E’ un Renzi scatenato quello che, dopo la rottura delle trattative con i sindacati sull’apertura dei negozi il 1° maggio e il duro scambio di battute con la segretaria della Cgil Susanna Camusso, lancia l’operazione ‘qualità’, contenuta nel nuovo Piano del commercio. Divieto di apertura di nuovi fast food (ma anche di Internet point, money transfer, money change e commercio all’ingrosso) e di istallazione di distributori di bevande e cibo spazzatura. Le nuove disposizioni riguardano gli esercizi commerciali situati nell’area Unesco, all’interno della cerchia dei viali, corrispondente alla zona anticamente delimitata dalle mura medievali e sede dei grandi tesori artistici della città.

Ma nel nuovo Piano del commercio c’è dell’altro: esclusione dei punti vendita alimentari da Via Tornabuoni dove saranno consentite solo attività commerciali che operano nell’alta moda, obbligo di bagno per disabili anche in forni, chioschi, bar e gelaterie di periferia e giro di vite, a partire dal 1° agosto, sui permessi ztl.

Ancora imprecisato resta però che cosa debba intendersi per fast food. Perché se non c’è dubbio che nella categoria dei locali che servono prodotti di non eccelsa qualità (per esempio carne congelata e/o precotta) rientrino i McDonald’s e (spesso) i kebab, non altrettanto sicuro è che anche le paninoteche e le pizzerie al taglio possano rientrare tra le tipologie commerciali nel mirino del sindaco. La Confesercenti ha chiesto chiarimenti in merito e sulla questione dovrà pronunciarsi il Consiglio Comunale in sede di approvazione del nuovo Piano del commercio.

Un’ordinanza clonata dalla lunga serie di iniziative intraprese negli ultimi anni da amministrazioni comunali contro il ‘cibo straniero’ nei centri storici? Non sembrerebbe, a sentire il vicesindaco Dario Nardella. Il nuovo Piano del commercio, senza modificare l’esistente (non dispone la chiusura dei fast food esistenti) detta nuove regole per il rilascio delle licenze in futuro che, senza discriminare “l’attività commerciale sulla base di criteri etnici e culturali legati al prodotto alimentare” punterà, ha detto Nardella a Reporter.it “solo al discrimine della qualità”. Insomma, par di capire, ben venga il kebab che serve carne di (comprovata) qualità e largo all’hamburger-gourmet. Ma quali saranno i criteri per decidere anche della qualità di un panino o di un pezzo di pizza a taglio?

Non un’ordinanza anti-kebab, quindi. Come quella del Comune di Prato che nel 2005 mette al bando, nel centro storico, tutte le attività artigianali di cottura di alimenti diverse da quelle ‘tradizionali’. E neanche come a Lucca che nel 2008 vieta l’apertura di “esercizi di somministrazione la cui attività sia riconducibile ad etnie diverse” da quella tradizionale. E neanche come a Bussolengo, in provincia di Verona, che nel 2007 vieta l’apertura di kebab nel centro storico e nel raggio di 150 metri da edifici religiosi e di culto, ospedali e scuole. Tanto meno come in Lombardia che nel 2009 scende in campo con tutta l’artiglieria pesante con un provvedimento anti-kebab che vieta la consumazione di panini all’esterno di questi locali etnici.

Provvedimenti adottati in nome dell’ordine pubblico, non di rado resi necessari da situazioni di obiettivo degrado in città di elevato valore artistico, talvolta partoriti da (neanche poi tanto) inconfessabili chiusure allo straniero (magari con il pretesto della scarsa igiene) o dalla volontà di tutelare le produzioni enogastronomiche tipiche nazionali.

Provvedimenti che hanno fatto storcere il naso a più di un giurista perché non giustificabili, come scrive Mattia Magrassi del Dipartimento di Scienze Giuridiche dell’Università di Trento, sotto l’aspetto della sicurezza alimentare visto che “non vi sono motivazioni per ritenere il kebab alimento meritevole di per sé di particolare sospetto”, in aperto contrasto con le norme che tutelano “la libertà di iniziativa economica privata e la proprietà privata” o palesemente incompatibili con “la normativa europea di libero stabilimento dell’impresa” all’interno dello spazio comunitario.

Fonte: repubblica.it, reporter.it, unitn.academia.edu

Foto: blitzquotidiano.it, civati.splinder.com, panorama.it

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