Olmi a Repubblica: “Distruggono la cultura popolare e la casa comune”

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“Pensi alla meraviglia dei sapori: possiedo almeno dodici qualità d’olio, dal più delicato che viene da Bassano, dove c’è l’olivo più a nord d’Europa, fino all’olio siciliano di qualità robusta. Che cosa potevo chiedere di più al luogo dove sono nato? Questi non lo capiscono e vogliono distruggere la casa comune. Mi fanno pena”. (Ermanno Olmi, intervista a Repubblica).

Buongiorno! La sveglia ha suonato alla solita ora e oramai da un po’ di tempo il mio primo gesto è prendere dal comodino il lettore e sfogliare il giornale. Sono saltato sul letto: una pagina con una lunga intervista a Ermanno Olmi. Se non l’avete ancora fatto correte a leggerla, è tra le cose più importanti che ho letto in questi anni. Ci riguarda tutti, come Italiani e anche come gastronomi. Ma davvero abbiamo perso la cultura popolare? Abbiamo fallito nel formare il cittadino? Stiamo svendendo il paesaggio italiano a favore di un’idea televisiva di benessere? Queste e molte altre le domande che ci gira il saggio di Asiago alle soglie degli Ottant’anni. Oramai Olmi assomiglia sempre più al nonno di Heidi, gli manca solo la barba bianca. Ma quello che dice e come lo dice ci consegna un questito abbacinante.

Anche la querelle di questi giorni della nostra piccola società gastronomica su la 50Best (di cui abbiamo detto già tutto lo scorso anno) sembra inserirsi in questa tensione. Sembra dirci: il clamore conta più della sostanza. La domanda che mi assale a questo punto, leggendo le parole di molti su Inaki Aizparte alla luce delle dichiarazioni odierne di Olmi, ma se è vero (e noi pensiamo che lo sia) che lo Chateaubriand ha rivoluzionato un approccio alla cucina, rendendolo più democratico e restituendolo alla sua funzione popolare, allora perché in quella lista non c’è traccia di quei locali che stanno facendo lo stesso in Italia? Perché la nostra critica li prende sottogamba?

Penso a quanto sta facendo Arcangelo sulla cucina romanesca, con i suoi piatti colti e popolari, o al lavoro di interpretazione della tradizione di tanti indirizzi di provincia. Insomma mi sorge il dubbio che il pensiero unico di una ristorazione sempre più alta e apollinea, di una cucina lontana dal sentire popolare, rischi di distruggere la casa comune della cucina italiana. Perché in fondo chi opera così nel nostro paese, con sostanza e piacevolezza, senza servizi faraonici, senza orpelli e piatti di ceramisti tedeschi, senza sommellier strambi e pinguini impettiti, venga naturalmente pensato di serie B…

Foto: 100vino.it

17 Commenti

  1. bel pezzo… partire dall’articolo di ieri per arrivare ad un ragionamento sul 50best mi sembra un bel esercizio…
    La questione è centrale, bravi ad affrontarla… ci si riempie la bocca di innovazione, ma in fondo tutti a discutere se tovaglia si o no alle calandre…

  2. “il clamore conta più della sostanza?” che cazzo! assolutamente si… ma dove vivete, non avete visto SArcore e Bunga Bunga vari? La sostanza non importa più a nessuno… anzi no solo ai soliti quattro komunisti, me sa che voi ne fate parte!

  3. Cominciamo a fare piccole cose, piccoli passi etici. Basta fotofografie pornografiche di piatti. Finiamola, qui e altrove, di immortalare la messa in scena di un piatto con la patinatura di un fotografo pubblictario. Cominciamo a ridisegnare qualche piccolo confine. La lussuria visiva del dettaglio del rametto di prezzemolo corrisponde esattamente all’uso televisivo che si fa del corpo delle donne. Si, moralista.

  4. ha risposto a umberto: umberto ad essere moralista nun ce la fo’ lo sai è più forte di me…
    Non credo che il punto sia questo, credo che il punto risieda nel rispetto della sostanza, della tradizonione intesa coma possibilità e non come limite…
    la contemporaneità dovrà proporsi il compito di trovare un nuovo equilibrio… il problema non è mostrare un corpo, un piatto, un quadro… Ma nel come mostrarlo! Il bello non spaventa, semmai la sua banalizzazione…

  5. ha risposto a Alessandro Bocchetti:
    Il punto non è sempre altrove, ognuno ha il suo. Io da tempo ritengo orride le foto dei piatti. E non è un altro discorso, è una cosa piccola, una scelta possibile. Perchè, vedi, se io non fotografo più il cibo solo quando si presta ad una icona popfiga, saremo costretti a fotografare piatti che respingono l’obbiettivo del fotografo. E questo, per me, sarebbe già un obbiettivo coerente al ritorno della sostanza sul clamore e l’eclatante, in cucina. Posso dire che l’uso della fotografia in cucina ha passato il segno della decenza? Posso dire che mi sembra volgare fotografare un’amatriciana come Kate Moss?

  6. Amara riflessione che con lucida precisione descrive il momento che stiamo vivendo.
    Non saprei indicare una via d’uscita possibile, credo anzi, sarò pessimista, che non ve nie sia una. Saremo schiacciati dalla nostra stessa indifferenza.
    Siamo un paese in balia della surreale irrealtà dei reality, della decontestualizzazione, dei mixa intercettatori, dei bunga bunga. Riempiamo il nostro vuoto con un crescente e morboso interesse verso la cronaca nera locale e siamo sempre più felici di alimentarci, sia in senso letterale che quello mentale, di spazzatura. La morale è una questione di quantità alla stregua della normalità. Io amo la qualità e quella, in qualsiasi senso e in qualsiasi campo si desideri cercarla, è sempre più nascosta, come se fosse sommersa dalla cultura del banale, dell’immediato de “reality” della messa a fuoco selettiva che esalta i particolari trascurabili e minimizza, quasi a farli scomparire, i macro difetti.
    Per progredire dovremmo smettere di nasconderci solo che è davvero difficile.
    Non so se sia molto in sintonia con il discorso di Olmi ma secondo non siamo lontani.

  7. ha risposto a umberto: e perchè? il punto è: ti sembra volgare anche fotografare Kate Moss? Perchè se la risposta è si siamo dalle parti del moralismo, non lo condivido ma lo capisco. se la risposta è no, semplicemnet non lo capisco 😀

  8. ha risposto a umberto: quindi Tarantino fa pornografia? Posso essere anche d’accordo ma le regole di ingaggio sono importanti…
    Pure Eisenstein quando fotografa la famigerata carrozzina che cade per le scale, fa pornografia? la metto anche qui e qui aggiungo l’inizio de Il Divo è dunque pornografico?

  9. ha risposto a Alessandro Bocchetti:
    La carrozzina non va a scuola in un giorno normale. Tarantino gioca con i generi, (che non c’entra nulla) l’inizio del Divo è una scelta di lunguaggio. Cinema, su cinema.
    Una amatriciana, fotografata come Ruby, non è nulla, è una cosa sciocca

  10. Penso che la parola chiave sia “identità”: quella italiana è fatta di “diversità”, di specificità territoriali e culturali. La moltitudine di dialetti, il numero di olii o vitigni, il variegato codice genetico lungo la penisola, sono una ricchezza. Non capirlo, non averlo capito, come quel ministro che tolse l’italianità all’Albero degli zoccoli perché parlato in bergamasco, è stato, è un errore. Credo che questa identità sia rintracciabile nei ristoranti e nelle trattorie indipendentemente dal loro “livello”, ma dipendentemente dalla capacità nostra e dei cuochi di cogliere e raccogliere le diversità.

  11. applauso a un grande come Olmi che ama l’olio, vede i guai del nostro presente e non sopporta le parolaccione – apoftegma è il suo esempio

    invece che ne dite dell’operazione lanciata dal domenicale del 24 ore (sempre più cupo, temo che smetterlò di comprarlo) il giorno di pasqua? grande evidenza all’introduzione del prossimo libro di Paolo Rossi “Mangiare” per dar corpo agli obiettivi delle multinazionali del cibo e – con molta approssimazione – condannare tutto: slowfood, il bio, la voglia di genuinità in nome delle magnifiche sorti e progressive che ci hanno condotto fin qui

    una dichiarazione di intenti piuttosto pesante (e intanto il gastronauta gorgheggiava di Adrià…)

  12. ha risposto a Alessandro Bocchetti: grazie, infatti mi sembra una questione centrale se sia più moderno togliere le tovaglie o rimetterle… Hai ragione mi sono riletto i pezzi dello scorso anno sui 50best, sembrano essere scritti quest’anno altrove… Ma ha ragione anche Scarpato, l’identità è una questione importante e fondante. Ma da sola non basta ci vuole una nuova categoria se no si finisce a dichiarare che viviamo nel migliore dei mondi…
    Umberto Geco, da tempo ho smesso di leggere l’eco degli industriali… che vuoi che dicono, la notizia sarebbe se si mettessero a fare i companeros!

  13. ha risposto a jovica todorovic (teo):
    Amara riflessione…siamo in un paese eccezionale sotto tutti i punti di vista: stupendo esempio di storia,arte, cultura, buon cibo, bel paesaggio…ma assai misero e quasi ridicolo quando tutto si riduce a focalizzare l’attenzione sui stupidi particolari, perdendo di vista gli obiettivi fondamentali…siamo in un paese in cui anche l’ingerenza macroscopica dovuta ad un conflitto d’interessi di un capo del Governo viene confusa con uno squallido “bunga bunga”. Ciò non toglie che in un qualsiasi altro paese (anche del terzo mondo), uno scandalo (nel nostro caso ce n’è più di uno!) avrebbe determinato la fine di una carriera politica. Credo che dobbiamo concentrare la nostra attenzione sull’essenziale, distaccarci da una visione illusoria ed ingannevole della realtà che ci circonda…e forse ritornare ad essere anche nel rapporto con il cibo, colti ma più popolari (come dice Bocchetti) e mirare più alla sostanza che all’apparenza. In cucina così come nella nostra società.

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