Fuorisalone 2012. Il postoristoro di Natascia Fenoglio non entusiasma

Tempo di lettura: 3 minuti

In questi giorni di Fuorisalone annacquato, l’obiettivo dei girovaghi del design è quello di trovare la propria comfort zone senza combattere con scomodi ombrelli e antiestetiche galosce.

Ma non è facile come a dirsi: il fuori salone tende delle trappole che spingono a lanciarsi sotto la pioggia come Gene Kelly  pur di fuggire da ambienti sovraffollati dalla movida milanese o da spazi deserti stile vernissage di provincia e senza neanche i colori delle croste con scorci marini.

Quest’ultima è la sensazione provata entrando nello spazio allestito da Upmarket. Sulla carta, l’iniziativa sembrerebbe avere una sua ragion d’essere proponendosi di trasformare spazi urbani inutilizzati in luoghi espositivi per artisti, non in forma di shop ma con una connotazione domestica.

Peccato che, entrando nella autofficina in disuso pertinenza di un palazzo storico di fine ottocento nei pressi di San Vittore, si abbia proprio la sensazione di… entrare in una officina in disuso!

Gelide fanciulle trincerate dietro un desk, qualche astante calato nel mood del “non lo capisco ma deve essere bello per forza” che trascende in una tristezza volutamente malcelata.

Senza mettere in discussione gli artisti che hanno esposto e la buona volontà di voler dare spazio alle piccole realtà produttive, l’allestimento snatura completamente quanto dichiarato dai curatori, collocandosi tra i tanti luoghi espositivi dove prevale lo snobismo utile a posizionarsi in una cerchia ristretta di design addicted ma, certamente, non a farsi apprezzare da un pubblico più ampio.

Perfino le divertenti creazioni con il cibo di Natascia Fenoglio in questo contesto assomigliano più a cimeli kitsch da mercatino che al risultato di studi e sperimentazioni.

Per Upmarket, l’artista è autrice del postoristoro (che è poi il desk severamente presidiato), idea in sé conviviale in quanto zuppe calde e fredde non stop dovrebbero essere offerte al pubblico in un particolare contenitore. Noi non abbiamo visto né le zuppe né il contenitore, salvo un vasetto di vetro (questo sì in stile domestico, mancava solo il meraviglioso tappo dorato Bormioli) contenente una crema di finocchio che un giovanotto ha acquistato davanti ai nostri occhi, ma si sa che la fame quando arriva arriva.

A parte queste presunte prelibatezze, in un angolino un solo catalogo di performance edibili in consultazione altrimenti acquistabile alla modica cifra di 25 euro  (almeno una quindicina di zuppe di finocchio dovrebbero uscirci).

Un vero peccato: la Fenoglio è molto brava nel ragionare sul cibo come materia e nel trasmettere questo aspetto al pubblico attraverso performance che richiedono interazione e superano l’esigenza di produrre pasti gourmet.

Non è solo una food designer, ma anche una designer con il food: un po’ inquietanti le edible bones, ossa fatte di meringa, surreali i martelli con una fetta di torta che sostituisce la mazza.

Tutta la giocosità di queste opere si perde nel distacco con cui vengono presentate: descrizioni scarne, nessuna esperienza tattile.

Alla domanda su cosa fossero le edible bones (l’ignoranza è una brutta bestia), mi è stato detto “opere in esposizione” … e io che pensavo che fosse passato di lì un macellaio distratto o un serial killer particolarmente esibizionista.

[Link: Natascia Fenoglio. Immagini: bigbenzine/Instagram, Making/Pinterest, repubblica.it]

11 Commenti

  1. Sguardo disincantato e penna brillante. E’ consolante che ci sia qualcuno che guarda con occhio distaccato le mode roboanti! :-))

    • Grazie Alice! Secondo me dovrebbero fare dei corsi per resistere ai canti delle sirene milanesi che spingono a trascorrere la propria esistenza tra Via Torino e San Babila, quando, invece, c’è molto di meglio da scoprire!

  2. Ciao Penna disperata (Paola Caravaggio), sono Diana, colei che è così scema da fare una mostra del genere…

    Le tue critiche mi risultano assai incomprensibili e del tutto false relativamente al contenuto della mostra. Sei sicura di esserci stata e di non aver sbagliato posto?

    Pubblica, je t’en prie sennò potresti essere presa per mattarella da chi la mostra l’ha vista – le foto della mostra (ho visto che hai scelto di pubblicare solo la foto del pre-setting), sono tratte dalla cartella stampa che abbiamo distribuito alla stampa accreditata, ma una è relativa a prima che allestissimo lo spazio (e riferita esattamente a subito dopo averlo pulito) e un’altra a una immagine del libro, non pubblichi nessuna, dico nessuna, immagine ne’ della mostra, ne’ di postoristoro. Perché?

    Su http://www.prundercover.com tutti voi trovate una selezione di scatti molto più esplicativa.

    L’autofficina abbandonata – il primo dei luoghi scelti da up/market per esistere temporaneamente in spazi vuoti (il prossimo a Venezia) – nelle mie intenzioni deve restare leggibile. Nel senso, quando si entra deve comprendersi sia il luogo abbandonato che ho cercato e trovato e dove ho deciso di esporre creazioni auto-commissionate dagli artisti che ho invitato.

    Il postoristoro non si tocca ma si mangia, si usa (si mangiano le cose se vuoi) e le zuppe sono sempre lì (ancora oggi).

    E sai perché? L’angolo di Natascia e tutte le altre creazioni rappresenta tutto il senso dell’intera operazione. Riprendersi l’abbondanza degli spazi nei centri storici, sempre più impoveriti. Capisco sia troppo tanto per te, ma anyway, ritorna così ti spiego meglio.

    Certo, fa freddo nell’autofficina e le mie colleghe stanno resistendo al tempaccio di 9-13 gradi di massima che fa in questi giorni. Chi si aspettava un Salone così freddo?

    Abbiamo avuto, ad oggi, circa 350 visitatori (alcuni bagnati come pulcini) senza contare la stampa (altri 50) e il vernissage del 13 (dove non abbiamo contato a partire dalle 16 perché ci è risultato impossibile. Abbiamo altri 3 giorni di mostra.

    Sei sicura che guardiamo lo stesso film? Oppure morivi dalla voglia di farti offrire una torta di Natascia e non ci sei riuscita?

    Per voi che leggete, le edible-bones non esistono. Magari la pennivendola (non arguta come Pennac) si riferiva agli ossi-tratti, che vi invito a scoprire nel carissimo e costosissimo libro Bookable che ho pubblicato (a Via Marghera due pizze e due birre costano 40 euro) e che diffonderemo presto anche in Giappone se le cose vanno bene.

    I martelli di cui si parla nel teso sono invece le accetta cake. Spiegati e raccontati non solo nel famoso libro a 25 euro, ma anche in leaflets in Italiano ed Inglese che accompagnano l’opera di ciascun artista in mostra.

    Scherzi a parte, e pennucce a parte, domenica 22 aprile chiudiamo la mostra con cakes&wine. Venite tutti, anche tu Paolina che magari fai pace con le cose che ti circondano (mostre e artisti a parte).

    Diana

    • Quasi quasi ci credo. Poi leggo “Oppure morivi dalla voglia di farti offrire una torta di Natascia e non ci sei riuscita?“ e ho dubbi. Vuoi vedere che la penna è stata intinta nell’inchiostro giusto?

    • Ciao Diana,

      questo commento mi sembra scritto da una ragazzina alle prime armi che si offende se ripresa.
      Rilassati, anche perchè, da quello che scrivi, la vostra attività sta avendo successo se, addirittura, la diffonderete in Giappone.
      Io non ho la pretesa di spacciarmi per giornalista e sono sicuramente una pennuccia e non avrò la profondità per capire il recupero degli spazi nei centri storici (concetto, permittimi, di cui tutti si avvalgono per ispirare i cittadini di buona volontà); ma, confermo tutto quello che ho scritto e, pur ringraziandoti per l’invito, non tornerò. Se leggi gli altri pezzi che ho scritto sul Fuorisalone, capirai che sono assolutamente in pace con le cose che mi circondano e che, di sicuro, non sono la persona che va in giro per scroccare torte e affini.
      Riguardo alle foto, vi abbiamo chiesto di farne qualcuna ma ci avete negato il permesso (ovviamente, non essendo stampa accreditata); relativamente alle edible bones le ho chiamate così perchè tali vengono definite sul sito di Natascia.
      Ti ringrazio per la polemica, ora la triste pennuccia potrà avere i suoi cinque minuti di gloria vantandosi con gli amici che la celebre curatrice Diana Marrone ha avuto necessità di replicare a un mio pezzo su un blog. Che bei momenti!

  3. Paola, sei poco ironica od autoironica. Inchiostri o rostri a parte, la mia voleva essere una battuta per sdrammatizzare….

    Adoro le recensioni critiche sulle mostre, e sono quelle che leggo di più perché non mi piacciono gli yes man/woman/other.

    La tua però non mi era sembrata una critica, era proprio tutto un altro film come ho cercato di spiegare e spero di esserci riuscita senza urtare la tua suscettiblità.
    Inoltre volevo rendere un servizio ai lettori di questo blog carino assai, che non conoscevo e che mi ha fatto conoscere Natascia, correggendo alcuni inevitabili refusi nel tuo testo. Troppe mostre al Salone, troppo turbinio, le cose sfuggono o diventano altro…

    Perché non pubblichi un’immagine della mostra così è chiaro a tutti quello che ho cercato di spiegare?

    E spero, al di là di tutto, che verrai domenica a mangiare le creazioni fenogliane visto che festeggiamo anche il mio compleanno oltre che la fine della mostra.

    Giocheremo con le accetta cake così ci impiastricciamo.

    Buona giornata,
    Diana

  4. Paola, le foto le diamo in cartella stampa. Tutti ma proprio tutti i progetti in mostra e anche le visioni di insieme.
    Non autorizziamo fotografi a meno che non siano inviati dalle testate come è successo già diverse volte nei giorni di apertura.
    Autorizziamo anche i blog, basta che si palesino, ci dicano dove scrivono, etc. Come è successo a Designboom che ha fotografato un’opera in mostra il 13 aprile e come poteva succedere persino a Scatti di Gusto (non vi conosco, ma non vi avrei negato il diritto di cronaca anche se non siete una testata).

    E’ una prassi, soprattutto per proteggere la creatività degli artisti e l’autorialità, la corretta citazione dei loro lavori ed il contesto nel quale sono esposti.

    Leggo, spero di sbagliarmi, un pochino di acredine, tornando a cosa e a come scrivi, e credo sia veramente segno dei tempi: tutti trincerati dietro qualifiche, posizioni (siamo/non siamo), con tanta ignoranza a condire il tutto.
    Certo, lo ammetto: quel che temo di più è l’ignoranze e non l’acredine, ma tant’è, internet è libero e farsi un’opinione è anche motivo di ricerca, gambe in spalla a guardare e non solo di star seduti a chattare su una sedia.

    Ben vengano le critiche, ma almeno sappi di cosa si parla….Chiamalo/a nel modo giusto e raccontalo per davvero (dal vero).

    Mi fa pensare ad un’altra delle opere in mostra ad upmarket, Alien Love. Quanto ha ragione Luc Ribel.

    Saluti ad entrambi/e, te e Guardiano del Gusto e buon fine di Salone! Abbandono il desk ora per cui mi scuso ma non seguirò più i vostri commenti (e non risponderò quando vi ritorno, stanotte, soprattutto per non annoiare i lettori).

    Diana

    • “Scatti di Gusto (non vi conosco, ma non vi avrei negato il diritto di cronaca anche se non siete una testata)”.

      Meno male che non siamo “tutti trincerati dietro qualifiche, posizioni (siamo/non siamo), con tanta ignoranza a condire il tutto”.

      Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. (cit. art 21 Cost)

      Mi sa che le testate qui non c’entrano 😉

  5. Un applauso a Paola Caravaggio per il “non lo capisco ma deve essere bello per forza”,effettivamente anche io nel mio piccolo girando per Milano vedo delle iniziative o eventi con esposti mobili o accessori inguardabili per design e funzionalita’, accerchiate da orde adoranti,ma che a mio giudizio non metterebbero mai in casa loro,oppure dame ingioiellate e da strafighe vestite in adorazione nei confronti di una cucina super accessoriata nella quale non saprebbero nemmeno cuocersi un uovo alla coque.

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