La tradizione ti chiama dalla tavola di E’ Curti a Sant’Anastasia

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L’appuntamento è alla stazione di Napoli, con un amico che viene dalla Basilicata. La destinazione è un posto di cui ho sentito tanto parlare. E’ Curti, una trattoria mito della Campania, aperta nel 1924 e da allora saldamente nelle mani della stessa famiglia. Siamo a Santa Anastasia, paesino della cintura vesuviana, che mi colpisce per ordine e pulizia.

Il ristorantino sta lì in un vicoletto, che sembra uscito da un presepe, la porta a vetri di una volta sembra esistere da sempre e per sempre. Dentro un’ordinato stanzone, senza troppi fronzoli, i tavoli stipati e un bancone da mescita in fondo. Tutto sa di casalingo e rassicurante, il servizio cortese e familiare. Si vede che c’è una famiglia sul ponte di comando, e in quei rari posti in cui la gestione resta familiare, c’è sempre una marcia in più.

In fondo sulla destra da una porticina che immette in cucina fa capolino una gentile signora dai capelli bianchi, sembra la fata turchina e scopriremo che è l’artefice di tutto quello che ordiniamo, memoria e mani de E’ Curti.

Iniziamo subito, siamo in tre e possiamo assaggiare molte cose, il menù ci viene raccontato a voce. Una summa di ricette antiche e tradizionali che ci fa girare la testa. La cucina è solida e sincera, senza troppi manierismi inutili. Alcune portate buonissime, altre meno. Ma quello che conta è l’atmosfera calda e il piacere per il proprio lavoro, tangibile.

Ecco un antipastino misto, salumi locali, formaggi artigianali, frittini e olive, tutto abbastanza buono, semplice e misurato, con un guizzo sulle zeppole fritte: sanno di frittura fatta bene, olio nuovo e lievito madre, me ne mangerei un secchio.

Poi i primi golosi e d’appetito: le penne lardiate, sono una sferzata di gusto, il pomodoro tirato nel lardo e il tocco guascone del cubetto di grasso sotto i denti. Un pizzico di piccante aggiunto lo rende perfetto. Ci incuriosisce anche “o secchio dell’immondizia” un vecchio piatto di risulta natalizio, fatto per svuotare il frigo nei giorni di festa, una puttanesca con l’aggiunta di frutta secca e altro, ma tutto non si può avere sarà per un’altra volta.

I secondi sono a livello, molto rustici e efficaci. Da lacrimuccia di commozione gli involtini di budellina al sugo, delicati e eleganti come solo alcuni piatti di una volta sanno essere. Meno convincente l’agnello lattante in tegame, di cui avevamo tanto sentito parlare, la cottura non precisissima lo rendeva un poco gommoso e il sapore era fin troppo slavato. Intenso e difficile nella sua integrità d’altri tempi lo stocco arraganato, forse non siamo più abituati a sapori così decisi.

I dolci meritano una riflessione, fatti rigorosamente in casa, con un tocco che profuma di focolare e cose buone di una volta. Spaziale il tiramisù, che scopriamo essere tipico qui, ma senza mascarpone e con un formaggio locale buonissimo. Poi i pasticciotti, delicati e fragranti di ricotta.

Il pasto va via in un lampo, ci attardiamo in chiacchere, davanti ad un nocino da urlo come si faceva nelle trattorie di una volta, tra cibo e riflessioni e questa è la cifra più bella di un locale semplice e efficace.

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