Piovono Rane e diffide. Come ti trasformo forchette in forconi affamati

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“Le “3 forchette” le ho tolte sostituendole con 3 Forconi o Tridenti, attendo una diffida dall’Inferno o dall’Olimpo, i piani inter-medi li scantono per il momento”. La nostra collaboratrice Franca Formenti (che si occupa di foto, video e reportage) si “arrende” alla diffida del Gambero Rosso che vuole tutelare il suo marchio, trasforma il sito e incassa la solidarietà anche di Alessandro Gilioli su Piovono Rane.

Le 3 forchette affamate non sono piaciute al Gambero Rosso che ha invitato formalmente Franca Formenti a non utilizzare il marchio registrato Tre forchette che è impiegato nelle Guide per designare il punteggio più alto assegnato ai ristoranti con 90/100 in su. Le 3 forchette “affamate” del sito parassita Identità Affamate, quelle assegnate allo chef che deciderà di cucinare insieme al cittadino, possono generare confusione. Meglio evitarla, insieme a una causa in tribunale. Identità Affamate cambia grafica e trasforma le forchette in forconi. Un po’ giocosi nella somiglianza con il tridente di Nettuno ma abbastanza incisivi in questo momento di crisi in cui la solidarietà dovrebbe diventare “un’arma” raffinata. Sul nuovo Identità Affamate (qui sotto vedete com’era il sito prima delle modifiche) appaiono ora i forconi.

Il primo chef a ricevere i 3 Forconi è Filippo Gozzoli del ristorante Da Claudio di Milano cui il video in apertura è dedicato. Saltano, invece, tutti i video precedenti con l’anticipazione dei 3 Forconi e le aggiudicazioni di 1 Forcone a Marco Parizzi durante il Cibus di Parma e a Cogo, Donei e Puglisi durante Identità Golose a Milano. Per non infrangere i diritti occorre modificare le forchette in forconi.

Nel frattempo, ecco una riflessione di Giorgio Spedicato sulla Appropriation Art e una domanda: se Campbell si fosse rivalsa in tribunale avremmo le zuppe di Andy Warhol?

Come trasformare una forchetta in un forcone: ovvero, le miracolose proprietà della proprietà intellettuale.

I conflitti tra l’arte – soprattutto quella contemporanea – e la proprietà intellettuale, non sono rari. Jeff Koons, ad esempio, ne sa qualcosa, avendo spesso vissuto in prima persona le gioie (poche) e i dolori (molti) delle aule giudiziarie. Più in generale, ne sanno qualcosa molti esponenti della cosiddetta Appropriation Art, la pratica artistica basata sull’appropriazione e il détournement dell’esistente.

Per i non addetti ai lavori, l’attrito tra Appropriation Art e diritto è presto spiegato: ogni qualvolta un artista attinge un elemento dalla realtà, e tale elemento è oggetto di proprietà intellettuale altrui, vi è un titolare dei diritti potenzialmente pronto a portare le sue doglianze in tribunale. E, a causa dell’espansione vertiginosa che la proprietà intellettuale ha vissuto negli ultimi decenni, le chances di mettere metaforicamente il pennello (o lo scalpello, o la videocamera, ecc.) in fallo sono inesorabilmente  aumentate. Mi piace ricordare a questo proposito una frase del regista Davis Guggenheim, che quache anno fa ha proposto una mirabile sintesi del problema: «You’re totally free to make a movie in an empty room, with your two friends».

Nella vicenda che ha visto protagonista Franca Formenti – la quale si è vista recapitare dal Gambero Rosso una lettera di diffida rispetto all’uso del marchio delle “tre forchette” nell’ambito dell’opera “Identità affamate” – non posso fare a meno di rilevare, tuttavia, alcune singolarità.

La prima singolarità è che la stragrande maggioranza delle controversie in materia di Appropriation Art riguarda la presunta violazione di un altrui diritto d’autore, e non la violazione del diritto su un marchio.

La seconda singolarità è che, in ogni caso, l’appropriation, in questo caso, è davvero molto limitata. Le forchette che l’artista usa nella sua opera assomigliano molto a delle forchette stilizzate (e dunque all’idea in sé di “forchetta”), ma poco alle “tre forchette” stilizzate del Gambero Rosso. Dunque se appropriazione c’è, è appropriazione di una generica idea di forchetta stilizzata, e non delle specifiche “tre forchette” stilizzate del Gambero Rosso.

Si potrebbe però eccepire: è il Gambero Rosso il soggetto che, notoriamente, usa le forchette come simbolo per valutare la qualità dei ristoranti; è nelle guide del Gambero Rosso che, ad una maggiore qualità del ristorante, corrisponde una maggiore quantità di forchette. Verissimo. In questo caso, però, a me pare che le forchette vengano usate in un senso completamente diverso: “una forchetta” – spiega Franca Formenti – viene assegnata allo chef che accetta di offrire un assaggio del proprio cibo ad un comune cittadino che mai potrebbe permettersi di accomodarsi ad un tavolo stellato; “due forchette” vengono assegnate allo chef che accetta di imboccare un comune cittadino; “tre forchette” vengono infine assegnate allo chef che deciderà di cucinare insieme ad un comune cittadino. Il senso delle forchette stilizzate impiegate in “Identità affamate” non è, pertanto, quello di premiare l’abilità dello chef, ma solo quello di riconoscere pubblicamente la sua disponibilità ad uscire dal mondo dorato della haute cuisine ricongiungendo quest’ultima, almeno per un attimo, con la vita reale di un mondo in drammatica crisi economica.

Forchette stilizzate come strumento di critica sociale, dunque, e non come strumento per premiare le capacità culinaria di uno cuoco o la qualità di un ristorante.

Su cosa si basa dunque, la pretesa del Gambero Rosso? Su fondamenta giuridiche assai fragili, a mio parere.

Un marchio consente infatti tipicamente al suo titolare di impedire ai terzi, ossia a tutti, l’uso commerciale di un segno simile al marchio stesso tutte le volte in cui il pubblico possa essere indotto a confondersi sulla provenienza di un prodotto. Ma dov’è, in questo caso, l’uso commerciale, trattandosi di un’opera d’arte? E dov’è, concretamente, il rischio di confusione per il pubblico?

Temo che, se si consentisse al titolare di un marchio di monopolizzare anche gli usi non commerciali del segno, ci saremmo privati di icone del secolo passato, come le zuppe Campbell e le Brillo Box di Andy Warhol, per citarne solo alcune.

Se bene intendo, nella querelle che ha visto protagonista  Franca Formenti, il Gambero Rosso tenta in realtà di vantare un inesistente diritto su un’idea: l’idea di usare forchette stilizzate come unità di misura di qualcosa.

Ciò che preoccupa, in questa storia, non è tuttavia la verosimile infondatezza giuridica della pretesa del Gambero Rosso, ma la pretesa in sé.

Diffidare qualcuno è attività per effettuare la quale non occorre necessariamente avere ragione.

Ma le diffide, si sa, sono i tuoni che annunciano il temporale. E il temporale, giuridicamente parlando, ha un nome ben preciso: “causa”. Ora, come tutti gli avvocati sanno (e come i loro clienti imparano presto a proprie spese), una causa ha tempi e costi non sempre sostenibili, e tanto meno sostenibili per chi ha ragione. Di fronte ad una diffida, dunque, spesso si è portati a cedere, anche quando si ritiene di essere nel giusto. È una scelta umana, e non sindacabile.

Sindacabilissima, invece, mi sembra la scelta di paventare azioni legali di dubbio fondamento quando non ci si trova di fronte a presunti malfattori o sleali concorrenti, ma di fronte ad un’artista.

In un’epoca di ipertrofia della proprietà intellettuale – in cui finisce con l’essere tutelato tutto ciò che è sotto il cielo – questo significa condannare l’arte a non parlare della realtà, il che significa condannarla a non essere più arte. Un rischio che, in questi anni bui, la nostra società non può davvero permettersi di correre.

Giorgio Spedicato
(Professore a contratto di Diritto della proprietà intellettuale nell’Università di Bologna)

3 Commenti

  1. Questo è anche un esempio di assenza di memoria storica e culturale: oltre all’esempio di Warhol, potremmo aggiungere le varie declinazioni delle appropriazioni artistiche, a partire dalle parodie dei poemi omerici, fino ai concettuali baffi alla Gioconda di Duchamp. E se qualcuno si occupa di cucina, cioè di cultura, ed è così cieco rispetto al passato, cioè rispetto all’humus nel quale quella cultura si è sviluppata, siamo davvero davanti all’avere la faccia come le terga. Forse hanno ragione quelli che ravvedono segnali di fine nella struttura del famoso editore a forma di crostaceo…

    • non auguro la fine a nessuno in questo momento e mi dispiacerebbe se una società storica italiana come il gambero dovesse chiudere anche per le persone che vi lavorano.
      come ho scritto da gilioli mi ha solo stupito l’uso dei toni di inviarmi una diffida da uno studio legale quando bastava che un loro addetto alla comunicazione mi chiedesse spiegazioni.
      affrontare una causa non mi interessa perché il mio progetto non è un ‘attività di busness quindi non dovevo tutelare un introito di denaro e modificare il logo o la dicitura è come cambiare un abito , ciò che conta per me in questo momento è il concept.
      comunque ringrazio gli chef che hanno collaborato e che mi scrivono ancora per collaborare , alla fine farò un film 😉
      ahahaha!

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