Averna vende Pernigotti ai turchi di Toksöz. Made in Italy a rischio identitàTempo di lettura: 2 min

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Pernigotti dice addio all’Italia e passa nelle mani della famiglia turca Toksöz. I fratelli Averna, proprio quelli dell’Amaro, erano a capo dell’azienda produttrice del famosissimo Gianduiotto e hanno deciso di stringere l’accordo con i detentori di un gruppo già leader nel settore: fatturato annuo di 80 milioni nel ramo dolciario.

150 anni di storia e manodopera italiane, di nocciole piemontesi, di un cioccolatino dalla forma inconfondibile indissolubilmente legato al marchio Pernigotti. Tanti prodotti espressione di un ottimo gianduia. Resterà tutto com’era (a parte la nazionalità)? La pulce nell’orecchio si insinua fastidiosa nel sapere che il gruppo Toksöz è il maggior produttore mondiale di nocciole. “Siamo fieri di aver acquisito un marchio ricco di storia e di fascino che identifica nel mondo il gianduia e il torrone italiano”.

I fratelli Averna che avevano rilevato 18 anni fa la Pernigotti con l’intento di internazionalizzare il marchio, hanno toccato con mano il fallimento dell’obiettivo, riscontrando un fatturato dell’export pari a – 20%. E anche loro sono contenti di essere stati oggetto di un forte interesse da parte dei principali operatori nazionali ed esteri disposti a comprare la Pernigotti.

La promessa dei vertici del gruppo Toksöz è quella di mantere lo status attuale dell’azienda di Novi Ligure col solo intento di migliorarla, sviluppando l’attività in nuove interessanti aree geografiche. Di sicuro c’è che un altro marchio italiano del ramo dolci va via dopo l’acquisizione (contestata da Prada) della pasticceria Cova da parte dei francesi di Lvmh.

Potremmo sperare che l’Italia salvi i suoi marchi storici apprendendo da Andrea Illy che, dopo la partecipazione nelle gelaterie Grom e l’accordo con Kimbo per le cialde espresso, punta a far entrare la sua azienda nel club Henokien che raccoglie soci con aziende appartenenti alla stessa famiglia da almeno 200 anni (Illy è stata fondata 80 anni fa)?

O rassegnarci all’idea che Made in Italy in campo alimentare diventi concetto sempre più evanescente?

[Link: Corriere, Repubblica]

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