L’ambretta. A Roma nasce un nuovo format del cibo che trasforma hamburger in ambrurgher

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Disco-bar. Così spontanea mi arriva questa definizione per L’ambretta, nuova apertura sulla scena romana gastronomica che prosegue l’asse del teatro Ambra. Siamo alla Garbatella, il quartiere pianificato pop nel ventennio del secolo scorso e diventato cool in questo. Anzi cul come recita il manifesto filosofico della L’ambretta che attinge a piene mani dal repertorio della Lambretta, quella della Innocenti, in una scelta alternativa alla più planetaria Vespa. La posizione di Valter Casini, economista e filosofo, è il presente visto che i tempi che erano ce li dobbiamo dimenticare e quelli che saranno non si immaginano. Prima si diceva “sotto il vestito niente”, ora “il vestito niente”. Ci si spoglia negli ambienti che tendono al buio concettuale, proprio come quelli di una discoteca al tempo che fu ma cui manca la cortina di fumo del sabato sera, per essere semplici e senza sovrastrutture. L’Ambretta fa il verso alle regole di comunicazione del brand declinato fino all’ossessione del dettaglio (fino al lavamani da officina nei bagni) e al tempo stesso se le spalma addosso per camminare nel mondo dei 140 caratteri, delle instagrammate e di Facebook.

L’invito è L’ambrettiamoci (sì, come scattosa e comodosa dei neologismi della Fiat Uno) per trovare la dimensione più adatta tra quelle costruite dal Food Art Director (FAD), così si dichiara Valter Casini che è anche presidente della società di consulenza specializzata in cultura e entertainment e della Casini Editore nonché creatore del format del Teatro Ambra. Agli Ambrassador (circa 300) è stato affidato il compito di promuovere spazi come l’Ambrivé, l’abside romana con il divano sociale, l’Ambracadraba, lo spazio attrezzato per modellarsi sulle esigenze dei clienti alla ricerca della location cool/cul, il T42 (Tea for Two), boudoir in cui festeggiare in due ricorrenze e speranze alla luce di una lampada che cambia colore (già iper prenotato).

In questa cittadella in cui si degusta, il cibo si conferma motore sovrano dell’intrattenimento in fondo relegando a ruolo di comprimario di lusso teatro, cinema, musica e arte: “Vino che ti fa star bene e non ti ruba soldi, materie prime di grande qualità frutto del sapiente lavoro dell’uomo, di ogni regione, di ogni territorio” è la filosofia delle scelte gastronomiche pop della L’ambretta. Che dimostra di sapere mettere insieme gli inconciliabili. Il pane è del Forno Roscioli, come dire garanzia di romanità eccellente al pari della pinsa romana insegnata da Corrado Di Marco che vuole riappropriarsi di un’antica ricetta “con buona pace della più recente pizza e degli amici napoletani” e la riempie di Mortadella Favola (Garbatella a 3,50 €) o la fa dei Quartieri Alti con Prosciutto crudo di Parma 24 mesi e, in linea con l’evoluzionismo mangereccio, mozzarella di bufala (Parioli a 8 €) ma che non disdegna di riempirla di Nutella. Pop ma consapevole, come con la scelta del Pecorino Romano di Roma e degli altri pecorini italiani, piuttosto che il Bitto o – appunto – la Mozzarella di Bufala. Tutti generi che possono essere degustati, mangiati o portati a casa con diverse formulazioni e prezzi (la mozzarella di bufala, ad esempio, in degustazione costa 2,50 €, al tavolo 12,50 € e da asporto 20 € al kg).

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Nell’ambrolatorio culinario si preparano soprattutto piatti di formaggi, di salumi, di pesce (dal polpo alla gallega alle acciughe Mariposa del Cantabrico) e di carne (tartare e “ambrurgher” di chianina scottona) piuttosto che terrine di anitra, capriolo, cinghiale, fagiano. Tra le materie prime e i produttori il cui nome risuona nelle menti dei gastrofanatici citiamo la coppa di Massimo Spigaroli, il capocollo calabrese The Sopranos che mangiava James Gandolfini, il prosciutto di nero casertano, la bottarga di tonno rosso, il salmone selvaggio, il Castelmagno del Piemonte, il Parmigiano Reggiano 24 mesi Vacche Rosse, il Bitto presidio Slow Food, la torta Pistocchi con panna della Centrale del Latte di Roma montata all’istante, il tartufo di Pizzo Calabro e i gelati artigianali della casa.

divano conviviale L'ambretta

Ma non pensiate che L’ambretta sia solo per pochi intimi o per avvezzi alla verticalità dell’eccellenza a tutti i costi. I posti a sedere sono più di 100. Quindi, Disco-bar nel senso che suona una musica per attrarre molte persone che considerano il cibo un divertimento.

Chiudiamo con acqua e caffè. La bevanda che si prende e non si beve è a marchio Caffè Berardo che vuol dire storia della torrefazione romana dagli inizi del ‘900. L’acqua è l’Acqua Garbata, della Garbatella. Marchio registrato dall’Associazione Amici dell’Ambra alla Garbatella, ha come tratto caratteristico la stimolazione dell’ossitocina, l’ormone dell’amore. Simbolo del quartiere con la fontana Carlotta, è servita alla L’Ambretta nelle bottiglie che ricordano quelle del latte fresco sfuso. Perché il territorio è un elemento importante del cibo. E il FAD Valter Casini questa cosa la sa.

L’ambretta. Piazza Giovanni da Triora, 15 – 00154 Roma. Tel. +39 06 81173900

3 Commenti

  1. Le terrine in realtà sembravano cibo per gatti, le verdure grigliate sono sottaceti e il “filetto di tonno” è affumicato servito a secco (e moooolto salato). Insomma locale carino, pessima cucina, menù pretenzioso.

  2. partiamo dalle note positive, poche:
    -conto finale contenuto
    -locale carino (anche se un po’ eccessivo il total black)
    arriviamo ora a quelle negative:
    -pane secco (come se fosse stato tagliato troppo prima
    -menu complicato e dispersivo
    -lista vini non malaccio ma è folle l’idea di non mettere i prezzi delle bottiglie!! mancavano inoltre ancora gran parte delle bottiglie
    -alcune porzioni sono risicatissime (presa una quiche e nel piatto c’erano 4 quadratini di 2 cm di lato e basta)
    -del menù mancava praticamente tutto e ci è stato detto quando avevamo già scelto, causando un ritardo ulteriore (rispetto a quello causato dalla complessità della lettura)
    -dei piatti cucinati non se ne salvava uno: forse la cosa meno peggio era la succitata quiche (anche se presentata malissimo), le terrine (fagiano, cinghiale) avevano tutte lo stesso, pessimo, sapore. il paragone con il cibo per gatti è azzeccato, sia per la consistenza che per il sapore (suppongo). oltretutto non veniv proposto nulla di accompagnamento nel piatto. la cosa peggiore tuttavia erano le verdure grigliate: due fette di zucchine a mala pena scottate (sembravano bollite) e messe sotto aceto. sostanzialmente una giardiniera. anche dai tavoli vicino ho visto rimandare indietro altri piatti (la lasagna)
    insomma, il FAD dovrebbe prestare un po’ più di attenzione..

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