Napoli. La pizza come riscatto di una città nell’articolo di Eater dedicato a Gino Sorbillo

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Qual è il peso dei social nella costruzione di una politica di immagine e di successo di una pizzeria come quella di Gino Sorbillo a Via Tribunali?

Elevatissimo, risponde un articolo molto dettagliato sul rapporto sociale che esiste tra pizza napoletana e città di Napoli in un lungo e dettagliato articolo di Eater dedicato proprio a Gino Sorbillo.

Non è il solito articolo estasiato per le qualità di una pizza che ha saputo conquistare folle di affezionati disposti a fare lunghe file fuori dalla “cattedrale” di Sorbillo rifiutando anche l’invito della prospiciente Osteria Atri per mangiare senza attendere.

Un fenomeno social e sociale, quello di Gino Sorbillo, che passa sotto la lente di ingrandimento del giornalista con il punto di vista di chi osserva la realtà da un altro mondo.

Gino Sorbillo diventa quasi un eroe della lotta alla camorra in un parallelo con le gesta narrative di Roberto Saviano in quell’avvicinamento tipico ma non topico di Scampia al Centro Storico e alla Sanità.

Un accadimento, sempre controverso per i napoletani, cioè l’incendio della pizzeria nel 2012 ritorna nell’articolo come cartina al tornasole della buona pratica di Sorbillo: alzare l’asticella della comunicazione, far parlare dell’evento, rendere spettacolare e partecipato l’intervento delle Forze dell’Ordine, del Questore. Il gesto mediatico per ribellarsi e non accettare soprusi che diventa l’altra faccia della medaglia dell’attività social che cura lui stesso senza mediazioni. Il risultato principale è la promozione della pizza e del brand Sorbillo, ma il messaggio è “con la pizza si possono fare cose inimmaginabili”.

“La portata della Camorra è tale che la maggior parte dei locali hanno accettato l’influenza della mafia come un modo di vivere”, riassume il titolo del paragrafo che suona come la condanna di un’intera economia e l’accusa di un sistema che sembra un Robin Hood malato. Combattere questo sistema si può come ha dimostrato la pizza popolare e di tutti di Gino Sorbillo che attrae folla, turisti e mette in moto un meccanismo di sorveglianza e di controllo del territorio da parte dei Buoni, delle Forze dell’Ordine.

È il tributo maggiore che Gino Sorbillo deve alla sua esperienza di Carabiniere trasferito a Roma, annota Eater che riporta le sue mansioni di guardiano della sicurezza di Cindy Crawford, del figlio di Giovanni Agnelli e del papa Giovanni Paolo II. L’ingranaggio della legalità, oliato nel 1994 a 18 anni, mette in movimento il giovane Sorbillo che risparmia il suo stipendio per comprare un negozio di illuminazione abbandonato ai Tribunali.

“Ho combattuto per il bene della città, per un nuovo rinascimento napoletano”, dice Sorbillo. E in queste parole mutuate dall’esperienza governativa di Bassolino sindaco di Napoli c’è la differenza tra l’applicazione politica e quella quotidiana che parte dal basso, da Spaccanapoli per irraggiarsi a tutta la città e da Napoli all’Italia e poi a New York con l’apertura di nuove pizzerie e di brand che costituiscono una galassia pulsante e non una catena commerciale.

La vera forza di Gino Sorbillo è nella capacità di costituire rete punto – punto sia nel mondo virtuale dei social che in quello reale del sociale: relazioni coltivate con i colleghi pizzaioli, con i giornalisti, con i blogger, con le istituzioni. Di qualsiasi parte del mondo con il solo minimo comune denominatore dell’interesse per la pizza che diventa un canovaccio su cui scrivere tante storie ogni giorno. Il multitasking di Sorbillo è questo: strumento di telefono e di pala, di narrazione personale e globale con i clienti che alimentano il suo mito e le aziende che beneficiano del suo rapporto one to one in grado di fare un repost, una citazione, un testo punteggiato da segni riconosciuti e riconoscibili.

Eater approfondisce questi aspetti ricorrendo ad esempi: l’Osteria che non riesce a convincere i clienti in fila a mangiare prima, Mario Avallone convinto ad aprire il suo ristorante poco lontano a Piazza Bellini, le 16 pizzerie che si aprono su via Tribunali con la maggiore concentrazione di esercizi commerciali di questo tipo al mondo, l’apertura di locali che fanno da indotto alla pizzeria Sorbillo.

 “Dopo che Gino ha avviato la pizzeria, questa zona è diventata uno dei migliori per fare affari. Abbiamo iniziato il nostro servizio di aperitivo appositamente per le persone che aspettavano di mangiare da Gino “, spiega Rino Notta che ha una mescita accanto.

Lo confermano le istituzioni. “Gino è stata la luce per l’intera area”, dice Alessandra Clemente, la cui madre è stata uccisa dal fuoco della Camorra quando era bambina. Clemente oggi ha la delega per la Gioventù, la Creatività e l’Innovazione del Comune di Napoli.

Il cerchio si chiude. La pizza di Sorbillo è il faro della politica di sostegno del governo della città che ha un programma anti racket di aiuto a coloro che denunciano il sistema Camorra, quello che Eater paventa come normale modo di vivere.

“La città capisce ora che c’è un altro modo”, dice Clemente. “Non c’è solo la Camorra”.

Appunto. C’è anche la pizza di Gino Sorbillo.

Leggete l’articolo di Eater che probabilmente vale molto più di una classifica come amano ripetere molti critici del web 2.0.

P.S. Lo sapete, sono contrario alla mozzarella di bufala congelata con il marchio Dop e apro una parentesi indotta da un’osservazione di Eater sulla criminalità del cibo. Scrive Eater in questo articolo che nel mondo del cibo, la Camorra controlla centinaia di milioni di dollari di produzione all’anno. Il clan dei Casalesi in particolare fa una mozzarella di bufala usando cagliata importata dalla Romania, dalla Germania e dall’Austria, su cui mette il marchio Dop. La mozzarella prodotta con latte andato a male sarà trattato con soda caustica per eliminare tracce e odori e sarà venduta come un prodotto di alta qualità.

Un passaggio che la dice lunga sulla necessità di configurare i nostri prodotti agroalimentari come fortezze inespugnabili e la cui tracciabilità abbia lo stesso valore dell’asticella posta in alto dalla comunicazione alla stregua di Gino Sorbillo. Un’operazione che ai miei occhi appare impossibile derubricando la mozzarella di bufala Dop da fresca a congelata e aprendo di fatto la strada a infiltrazioni nei processi di produzione che vanno oltre il merito di quanto sia buona la derivata rispetto all’originale. La prima regola della comunicazione è l’unicità del messaggio e con due prodotti distinti e distanti, fresca e congelata, la strada è tutta in salita.

[Link: Eater. Immagini: Eater, Vincenzo Pagano]

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