Sicilia. Il pomodoro a Pachino ora arriva dal Camerun

“Raccoglierlo non conviene”. È il grido di alcuni produttori del famoso ‘oro rosso’,  il pomodoro di Pachino.

Conosciuto e apprezzato in tutto il mondo, da un po’ di tempo il pomodoro rimane nelle serre.

Negli ultimi mesi il prezzo di mercato è sceso vertiginosamente a causa delle massicce importazioni dai paesi esteri.

“Produrre un chilo di pomodoro mi costa un euro, – racconta a Il Fatto Quotidiano (qui vedete la video intervistaSebastiano Cinnirella – tra l’acquisto della piantina e i costi della plastica, dei gancetti, delle tasse, degli operai che devono raccoglierlo e poi trasportarlo, imprenditore agricolo, adesso il ciliegino si vende a 50-60 centesimi al kg, a 30 il pomodoro da insalata. Non vale la pena raccoglierlo”.

L’azienda di Sebastiano è un’azienda non a marchio Igp che da anni affronta le stesse problematiche, ma ora la situazione è precipitata.

C’è anche chi come Paolo Pennisi, una famiglia di agricoltori da generazioni, che anche producendo il frutto buono, non raccoglie i risultati sperati, confermando l’andamento attuale.

“Ieri – racconta al redattore de La Sicilia – ho portato al mercato 1.000 kg di ciliegino. Il prezzo era di 60 o 70 centesimi. Senza provvigione. Sa che vuole dire? Che sto lavorando per cercare di recuperare le spese. Senza guadagno. Io ieri ho raccolto il pomodoro. Il prossimo raccolto posso prenderlo fra 15/20 giorni, meteo permettendo. E i soldi del venduto di ieri li vedrò tra 25 giorni”.

La beffa si è unita al danno proprio nel comune famoso per i tondeggianti pomodorini.

In un piccolo supermercato locale, sono stati posti in vendita, al prezzo di 1 euro e 39 centesimi al kg, pomodori della varietà ‘datterino’ importati dal Camerun.

“La distribuzione dovrebbe agevolarci a vendere il prodotto, ma nello stesso tempo è quella che ci danneggia – racconta Paolo Cavallaro, altro agricoltore –, perché non possiamo competere con questi prezzi”

Sotto accusa  i trattati siglati tra Unione EuropeaNord Africa,  grazie ai quali sono in vigore da tempo delle  “misure di liberalizzazione reciproche per i prodotti agricoli” e “per i prodotti agricoli trasformati”.

Il problema, come al solito, è che i produttori stranieri hanno costi di produzione più bassi.
Inutile dire che per i siciliani diventa impossibile stare sul mercato.

E c’è chi parla – come l’agricoltore Aldo Beninato – di aver incontrato ben cinque ministri, “ma abbiamo ricevuto solo promesse e prese per i fondelli”.

Ereditate le terre dal nonno, ha visto parte delle sue serre distrutte dalla neve del 2014, e attende ancora i fondi della Regione Sicilia per ricostruire gli impianti.

“Il ministro Maurizio Martina racconta ancora Aldo – si era impegnato per la vendita alla grande distribuzione, promettendo per questa un percorso di filiera, ma tutto questo non c’è stato, siamo abbandonati a noi stessi”

Quindi pomodoro vittima della globalizzazione e delle promesse mancate della politica.

«Se continua  così – dice ancora Pennisi – molte piccole aziende chiuderanno. Non stiamo parlando dei grossi, che possono affrontare spese. Se io quest’anno non metto niente da parte, non posso affrontare la prossima stagione.”

“Ospiterei volentieri in campagna un qualsiasi ministro del nostro governo – conclude il giovane agricoltore  – per fargli vedere la vita che facciamo. Non adesso, ma in estate. Questo è il lavoro nostro. Questo succede quando scrivono accordi o fanno leggi. Il pomodoro resta sulla pianta. E io devo cercarmi un altro lavoro”.

Non so cosa ne pensate voi, ma io mi rifugio nella super classifica dei migliori pomodori pelati per trovare un po’ di conforto.

[crediti:Fatto Quotidiano, La Sicilia, foto:peperossoincucina.com ]


- lunedì, 12 febbraio 2018 | ore 8:16

5 commenti su “Sicilia. Il pomodoro a Pachino ora arriva dal Camerun

  1. Piuttosto che ospitare a sbafo i nostri ministri invitateli in campagna a lavorare. Poi, c’è il forte dubbio che non sappiano distinguere una vanga da un piccone, o un pomodoro da una pera.

  2. Sospetto che la questione dei trattati di libero scambio sia secondaria, o almeno a valle, rispetto al punto centrale: l’origine del pomodoro di Pachino.
    Non me ne vogliate, ma (purtroppo, direi) egli/esso è un prodotto geneticamente modificato di un’azienda istraeliana: https://www.hazera.com/contact/
    Quindi Pachino, per le sue peculiari caratteristiche, è un sito produttivo, di coltivazione, di una commodity di proprietà di una azienda israeliana. Come una qualunque fabbrica di automobili delocalizzata ieri in Polonia, oggi in Serbia, domani chissà, ma con marchio FCA, VW, o altro.
    Per riassumere: si coltiva in Italia una semente estera. Si chiama “mercato”, quel mostro che piace tanto finché non tocca i ns. interessi.
    Non sarebbe più utile, per Coldiretti e sacerdoti della tipicità, se invece il pomodoro fosse un brevetto italiano, coltivato dove dove le condizioni agrocole consentono la resa migliore?
    Perché i profitti,q uelli veri, vanno al proprietario del brevetto, e agli operatori del settore ben poco rimane, soprattutto quando si delocalizza, che si tratti di pomodoro o di automobili

    • Perdona: Pachino sta a Pachino, come farebbero, con tutta la buona volontà, a vendere direttamente?
      Purtroppo, e ripeto il purtroppo, raccogliere il prodotto a Pachino e venderlo al consumatore che risiede in tutto lo stivale, diciamo fino ad una distanza di 1300 km, comporta una “discreta catena logistica”.
      Hai idea di come sia fatta questa catena logistica, che un produttore può bypassare entro un raggio di… diciamo 50 km?

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