Con i 10 Verdicchio DOCG da mettere in cantina, gli abbinamenti pizza e bollicine e i torbidi retroscena politici che ne hanno animato i corridoi vi abbiamo già raccontato del Vinitaly 2018 che ha visto crescere i numeri affogando la polemica legata agli 85 € del biglietto di ingresso.

Ma quest’anno per le nostre cronache ci siamo posti un obiettivo “sociale”, non tanto nel senso di comunicazione in rete, quanto in quello di verificare la capacità delle aziende di creare comunicazione e rete, di lavorare nel proprio territorio con uno spirito collaborativo verso gli altri produttori.

Così, siamo andati da alcune aziende vinicole che conoscevamo già, e invece di provare i loro vini, abbiamo chiesto di indicarci un produttore che avrebbe potuto soddisfare il nostro palato offrendoci un vino altrettanto buono del loro.

All’inizio ci hanno guardato con un’aria fra il perplesso e lo stranito: dopo aver assaggiato, direi doverosamente, il loro primo vino, chiedevamo loro di indicarci un “concorrente”. Superate le perplessità iniziali, il nostro invito è stato accolto: ecco quindi le nuove aziende che abbiamo conosciuto.

1. Villa Calicantus

La prima tappa ci è stata indicata dai fratelli Brutti di Poggio delle Grazie, dopo che abbiamo provato il loro Bardolino. Per la cronaca, questo giovane rosso, di Corvina e Rondinella, ha trovato il nostro ampio consenso.

Ci siamo diretti quindi verso Villa Calicantus. Il titolare Daniele Delaini non c’era: ma abbiamo avuto tutte le spiegazioni, chiare e appassionate (ricordiamo che la passione, quando si parla di, o si fa, vino, è un ingrediente fondamentale), che ci servivano.

Piccola cantina biologica e biodinamica nata nel 2011, Villa Calicantus con poco più di un ettaro di vigna (ma di recente ha acquisito in usufrutto altri 5 ettari) è posizionata su una delle più alte colline nel cuore del Bardolino Classico, a un passo dal  lago di Garda, circondata da ulivi e boschi. Piccola perché la produzione è di solo 7000 bottiglie. Dal 2014 è divenuta biodinamica, quindi non si usano prodotti derivati da sintesi chimica né in vigna né in cantina.

Diciamo subito che, se le etichette di Villa Calicantus “parlano”, beh, anche i vini sanno farsi ascoltare benissimo. Partiamo con un Bardolino Chiar’otto 2017. Chiar’otto, e non Chiaretto, perché quest’annata non ha ottenuto la denominazione: a noi è piaciuto per freschezza e pulizia, anche considerato che è stato imbottigliato meno di 2 mesi orsono. Buono, anzi… ottimo.

Anche l’Avresir Bardolino Superiore DOCG 2013 (Corvina, Rondinella, Molinara, Sangiovese) si scopre partendo dall’etichetta: se si legge il nome Avresir alla rovescia diventa una Riserva… Un vino importante, con un bel corpo e una buona struttura, sicuramente un vino che può crescere ancora. Interessante infine la Sorauna (ADXVII) 2017, un blend di 70% Merlot e 30% Corvina.

Non posso che dire grazie a Stefano e Massimo Brutti per il loro suggerimento.

2. Marsuret

Prossima destinazione l’azienda Marsuret, in terra di Prosecco. È stato Mauro di Zorzettig Vini, un colosso friulano del vino che a mio avviso produce un’ottima bollicina (Ribolla Gialla), a indirizzarci qui, facendoci curiosamente uscire dal territorio friulano. Siamo in Valdobbiadene, quindi. “Marsuret” è il soprannome della famiglia Marsura, viticoltori in località Val de Cune a Guia di Valdobbiadene sulle orme del fondatore Agostino Marsura, che nel 1936 inizia a produrre il primo vino frizzante a fermentazione naturale in bottiglia. Il fratello Giovanni proseguirà la strada della produzione di qualità, dedicandosi alla cura dei vigneti con raccolta manuale. E i Marsuret ci tengono a sottolineare (giustamente, visto l’andazzo nel territorio del Prosecco) che i loro vini (ben 700.000 bottiglie) sono prodotti con uve dei loro terreni.

Il primo test è per Il Soller, buono indubbiamente, ma che a noi sembra troppo facile, troppo zuccheroso. Molto interessante invece il Rive di Guia, un Prosecco Superiore Docg Extra Brut (peraltro appena imbottigliato – 2017) che con i suoi 4 grammi per litro di zuccheri meglio risponde al nostro gusto: un bel giallo paglierino e una bollicina molto persistente, senza però essere aggressiva in gola. Sicuramente adatto per un aperitivo, ma forse anche con un antipasto di pesce crudo. Senza grandi pretese il Maria Rosé, una Cuvée di Cabernet Franc vinificato in rosa.

3. Manara

La terza tappa del nostro percorso guidato è la cantina Manara, nel Veronese. Siamo stati indirizzati qui da un giovane enologo, Matteo Tommasi, che da due anni è impegnato in una grande azienda in terra di Valpolicella, la Santa Sofia, che declina l’Amarone staccandosi dai canoni standard.

La famiglia Manara coltiva e vinifica le proprie uve a San Floriano dal 1950, e da tre generazioni porta avanti la propria tradizione vitivinicola con passione ed esperienza. Riccardo, ovvero la terza generazione, ci illustra tutta la gamma dei loro vini con garbo e competenza.

I circa 11 ettari di vigneto si estendono nella fascia collinare della Valpolicella Classica, e precisamente nei comuni di San Pietro in Cariano, Negrar e Marano di Valpolicella. I vini prodotti nascono dalla premessa che “bisogna rispettare le caratteristiche del terroir per realizzare vini riconoscibili”. Le uve vendemmiate da zone diverse, sono vinificale separatamente.

Il Valpolicella Classico 2016 (70% Corvina, 20% Rondinella, 10% autoctoni vari), con fermentazione in cemento più acciaio, per quanto giovane ci è sembrato già capace di esprimere le caratteristiche tipiche anche dei fratelli più maturi. Le Morete – Ripasso 2015 invece passa 6-12 mesi in barrique e in botti di rovere.

Ma poteva mancare il principe di questo territorio? No, certo: ecco l’Amarone in 3 interpretazioni.

Il Corte Manara DOCG 2013 non è impegnativo come altri suoi colleghi, ma proprio per questo adatto anche a una cena: un bel corpo, ovviamente molto gradevole all’olfatto. Siamo certi che si abbinerebbe bene a molte carni senza essere invasivo.

Più impegnativo e “tabaccoso”, con un portamento all’altezza del suo nome, è invece il Postera 2012, con i suoi 18 mesi in barrique e tonneaux più 12 mesi in bottiglia. Ma la vera “carrambata” è l’incontro con un Amarone “sbagliato”, il Guido Manara, prodotto con un classico taglio bordolese (Cabernet Sauvignon 70% + Merlot 20% + 10% Croatina), applicando poi la stessa lavorazione (post raccolto) tipica dell’Amarone, con l’appassimento in cassette. Sorpresi? Vi consiglio di provarlo. Ma non chiamatelo Amarone!!

4. La Viarte

Ed eccoci da La Viarte, in friulano “La Primavera”, a Prepotto, sui Colli Orientali del Friuli. Azienda agricola attiva dal 1973, con una produzione di 100.000 bottiglie. Sottotitolo: “Vai per gustare un Sauvignon e scopri uno splendido blend e un elegante rosé”. Ci ha mandato qui un amico sommelier, Francesco, che lavora per un’azienda vinicola, a gustare il loro Sauvignon.

“Vigne di trent’anni su un terreno marnoso-arenaceo e un’attenzione maniacale in tutte le fasi di cantina, e la volontà di dare a ogni vitigno solo ciò di cui realmente ha bisogno, identificando il lievito indigeno più adatto e riducendo al minimo l’impatto ambientale. Gli ingredienti per un avvenire roseo e duraturo ci sono tutti” dice Gianni Menotti, enologo dell’azienda.

Venuti per saggiare il loro Sauvignon, uno dei classici bianchi friulani del 2015, siamo rimasti un po’ delusi. Abbiamo invece scoperto uno splendido blend (40% Riesling, 40% Chardonnay, 20% Friulano), Arteus, un bianco insolito: nei profumi, fruttati e di campo, e nel sapore, secco prima, ma morbido poi. Merito forse dei 6 mesi delle fecce in barrique.

Scoppiettante, anzi ‘Schioppettante’, il metodo Charmat Rosé, l’unica bollicina di questa azienda: Schioppettino 100% vinificato in bianco, anzi in rosé (anche se le bucce non sono state lasciate neanche un’ora a macerare, hanno lasciato un bel rosa tenue dorato). Delicato il bouquet, fresco, forse qualche zucchero di troppo (6-7 grammi per litro).

5. Quando l’unione fa la forza: il Nó dell’Oltrepò pavese

Chiudiamo il nostro esperimento con un’evoluzione, che chiameremo “Quando l’unione fa la forza”: otto uve di due aziende vinicole per un vino = Nó. La collaborazione a 4 mani tra due cantine dell’Oltrepò Pavese. la Olcru e la Bisi, ha fatto si che la fusione delle loro uve servisse per creare un nuovo vino, il Nó 2016, il cui nome deriva da quello del più noto Pinot.

Il tutto nasce dalla collaborazione tra la Facoltà di Scienze Agrarie e Ambientali dell’Università degli Studi di Milano. con Leonardo Valenti, che si è concentrata sul taglio dei vini (Croatina, Barbera, Uva rara, Vespolina, Pinot nero, Mornasca, Dolcetto, Nebbiolo) e il Laboratorio di NeuroMarketing dello IULM. Ecco così lo slogan “Vino Nó grazie”, un logo triangolare della stessa forma del territorio dell’Oltrepò, e un vino innovativo.

Tutto il prodotto peraltro è già stato venduto, per il 70% in Cina e a Hong Kong, e il restante in Italia. Come ci dice Massimiliano Brambilla di Olcrù, meglio vincere in due invece che perdere tutti.

Ma passiamo alla degustazione: una sorpresa di profumi e di sapori. Direte voi – bella forza, con otto vitigni! Ma solo dopo la degustazione ci hanno spiegato la composizione e ‘costruzione’ del vino, Ci ha colpito subito il profumo diverso (consapevoli di essere in terra di Oltrepò) e ancor di più il sapore, disorientante ma molto gradevole, ben equilibrato. Soprattutto (ma questo a posteriori) se si pensa alla complessità dell’assemblaggio: complimenti… Attendiamo la prossima annata, chiedendoci intanto se sarà possibile riprovare questo stesso Nó 2016 fra 2 anni (sempre che qualcuno ne abbia tenuto da parte un paio di bottiglie).

Complessivamente, siamo molto soddisfatti del nostro tour “Quando il Vignaiolo fa rete”. Con la consapevolezza che forse il mondo del vino è pronto per fare squadra con il suo territorio, inteso come vino, come cibo, come bellezze naturali e culturali. Ovvero, per aggiungere un tassello importante alla costruzione del cosiddetto “enogastroturismo”.

[Testo: Marco Lupi]