Melegatti, ultima fermata. La storia ultracentenaria del pandoro giallo e blu è arrivata a una triste conclusione martedì 29 maggio.

Il tribunale di Verona ne ha decretato il fallimento, vista la pesantissima situazione debitoria, che secondo le stime più recenti ammonterebbe a circa 50 milioni di euro.

Un epilogo che ha dell’incredibile se si pensa che proprio il marchio di proprietà della famiglia Ronca ha inventato nel lontano 1894 il morbido dolce veronese che profuma di burro il Natale degli italiani dal Trentino a Pantelleria.

Fa ancor più effetto a noi diversamente giovani, che negli anni Ottanta e Novanta ricordiamo i volti di personaggi come Franca Valeri e Angela Finocchiaro che canticchiando che “La fortuna lo sai, con Melegatti è più  dolce che mai“, promettevano tanti di quei regali e premi che nemmeno i partiti nelle ultime campagne elettorali.

Parliamo di auto Maserati, pellicce Canali, cucine Scavolini, eh, mica caramelle! Vero che in quel periodo l’ottimismo economico in Italia era simile solo a quello americano ai tempi del New Deal, ma erano comunque investimenti importanti.

Nonostante la boccata d’ossigeno che ha salvato la produzione per lo scorso Natale, grazie anche alla campagna social #noisiamomelegatti, l’azienda non ce l’ha fatta a reggere il mercato e la concorrenza, e questo per molti fattori.

All’indomani della sentenza si è levata fortissima la voce di Silvia Ronca, la figlia ed erede del proprietario Salvatore, scomparso nel 2005, che sui social lancia un j’accuse al management sprovveduto e a lotte intestine in famiglia (lei non fa nomi, ma il web punta il dito sulla seconda moglie del padre, Emanuela Perazzoli, alla guida dello stabilimento dal 2005).

Di sicuro negli ultimi anni molte scelte di marketing cavalcate dall’azienda hanno lasciato basito più di qualcuno. A cominciare dalla massiccia presenza del cantante Valerio Scanu, patinato e inquietante sulla confezione del Pandoro, che da blu diventa nera (!), oppure uno e trino nello spot televisivo, mentre si abbuffa di cornetti e merendine. Lo studio di fattibilità che l’ha partorito si risolverebbe nel fatto che la signora Perazzoli fosse una sua accanitissima fan.

Una certa vena masochistica si intravede anche nell’episodio Pastiera: nel 2014 Melegatti decide di produrre un nuovo dolce (che sarà anche stato buonissimo), ma spacciandolo per la tradizionale Pastiera napoletana. Le reazioni sono state immediate e massicce, è stata creata una apposita pagina Facebook (oggi non più attiva), e nel giro di un anno la scatola con la pastiera è sparita dagli scaffali. E così anche quella del babà, anche questo tipicamente veronese quanto la coda alla vaccinara.

A questo, si aggiungono errori grossolani dal punto di vista finanziario, culminati nell’acquisto del nuovo stabilimento di San Martino Buonalbergo (Verona), sul quale ha investito 15 milioni di euro, ma non – come ci si aspetterebbe – accendendo un finanziamento a lungo termine – bensì attingendo alla liquidità dell’azienda, che al momento di iniziare la produzione non aveva i soldi per pagare i fornitori!

Senza burro e senza uova, il pandoro non si fa. E infatti il fallimento, che sembrava scongiurato prima del Natale 2017, è diventato realtà. E per i 70 operai che si sono visti negare la cassa integrazione prima, e una possibilità di lavoro poi, il pandoro non sarà più simbolo di festa.

[Link: Repubblica, Napoli today; Immagini: Adn Kronos, The Vision]

2 Commenti

  1. Effettivamente è davvero un dispiacere che una tale azienda italiana si alla fine fallita. Insomma si trattava di uno storico brand e di strategie ne hanno fatte (più o meno buone, per carità) ma davvero mi dispiace che non siano riusciti a risolvere la faccenda.

  2. Noi a Napoli volevamo fare la scelta su Melegatti ma non siamo riusciti ha trovarne in nessun supermercato e negozi. Hanno di certo non aiutato i lavoratori dell’azienda. Dispiace

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