La guerra del delivery, delle consegne a domicilio, dei cibi pronti – dalle pizze alle pastiere – è scoppiata a Napoli e in Campania.

Non si possono consegnare pizze a casa, ma i panettieri consegnano le pizze che hanno iniziato a sfornare sostituendoci a noi pizzaioli che abbiamo le pizzerie chiuse, ha spiegato Gino Sorbillo a Repubblica.

Il divieto assoluto di consegnare pizze e dolci ha avviato una guerra tra settori, tra pizzaioli e panettieri, pasticcieri e alimentari, supermercati e botteghe che guardano al delivery come mezzo di sopravvivenza ora che è tutto chiuso e le persone sono a casa.

Come è scoppiata la guerra del delivery

La distinzione operata dall’ordinanza della Regione Campania riguarda il codice Ateco: possono fare servizio a domicilio le industrie alimentari. Quindi non pasticcerie ma laboratori che fanno pasticceria con il codice Ateco giusto.

Il che spiega anche la battaglia delle pastiere di Pasqua.

Sono esclusi i negozi che trasformano cibo compresi i supermercati che possono vendere solo cibi confezionati.

Sono chiuse tutte le attività di ristorazione, quindi anche le pizzerie, che non sono tra i negozi che vendono beni alimentari di prima necessità come sono considerati gli alimentari, sia botteghe che supermercati.

In questi passaggi c’è il motivo per cui le pizzerie sono chiuse, in tutta Italia, per il servizio al tavolo. Che invece è consentito nella forma di consegna a domicilio, il famoso delivery appunto.

In Campania vietata la consegna a casa delle pizze

Con l’eccezione della Campania dove il Presidente della Regione Vincenzo De Luca ha espressamente vietato la consegna a domicilio dei cibi già pronti, quindi pizze ma anche panini, prodotti di rosticceria e piatti delle cucine di trattorie e ristoranti. Alla base della decisione c’è la necessità di evitare possibilità di contagio attraverso la consegna del cibo, non il contagio legato a questo o a quel cibo.

Il sistema di contactless delivery presuppone una logistica attenta e sicura che mal si concilia con le attività di consegna a domicilio ante emergenza Coronavirus: quella che abbiamo riassunto in “consegna con motorini mezzi rotti e guidando contro mano”.

Non c’entra la presupposta pericolosità del cartone come superficie in cui si annida il virus se si adottano le necessarie precauzioni, quanto la sanificazione dei mezzi di trasporto e la logistica della consegna del cartone della pizza.

Il virus prolifererebbe per mancanza di regole che hanno spinto De Luca a dire: ““Evitiamo anche di ordinare le pizze. Se dieci pizzerie portano pizze a cento persone sono mille contatti. In dieci giorni sono diecimila contatti“.

E siamo arrivati agli effetti del lockdown delle pizzerie sui nuovi pizzaioli che sono nati nelle cucine domestiche. Appassionati del disco di pasta che seguono avidamente le ricette messe in rete dagli stessi pizzaioli professionisti. Consumi di farina e di lievito oltre l’inimmaginabile, boom della pizza surgelata dei supermercati, ma ancora non basta per spegnere la fame di pizza.

Panifici e panetterie ora sfornano pizze

E così i panifici e le panetterie della Campania, che sono ovviamente dotate di impasti e di forni (elettrici), hanno iniziato a sfornare pizze sul modello di quanto accade a Roma dove un chiarimento ha specificato che possono solo sfornare la rossa o quella semplice condita con olio e rosmarino. Proprio per evitare la concorrenza sleale alle pizzerie, soprattutto quelle a taglio, che sono chiuse provocando la discussione sul famoso divieto di pizza margherita.

“I panettieri si sono subito sostituiti a noi. Non bastava il pane come bene primario e autorizzato. Credo che ognuno debba fare proprio mestiere e seguire le normative. Prima della chiusura abbiamo anche effettuato la sanificazione impostaci”. ha rincarato la dose Sorbillo.

I pizzaioli campani hanno accettato di buon grado, e ci mancava, la chiusura delle pizzerie ma contando su un periodo limitato di chiusura.

E infatti Gino Sorbillo, tra i primi a chiudere ma anche ad annunciare un servizio delivery come il suo collega Alessandro Condurro della pizzeria Da Michele a Forcella che in realtà non è mai partito, lo ha specificato.

Chi è a favore della pizza a domicilio e perché

“Apprezziamo le misure di sicurezza, ma non possiamo stare chiusi a tempo indeterminato. Pensavamo fosse solo per due tre settimane. Ma qui si rischia la chiusura, le persone sono tutte in cassa integrazione, vorremmo contribuire pian piano al reinserimento, al mantenimento dell’economia, sennò i nostri ex dipendenti resteranno a carico di tutti gli italiani”, ha detto a Stella Cervasio di Repubblica facendosi portavoce del pensiero comune di moltissimi pizzaioli.

Il paradosso che si è creato è un trattamento differenziato tra la Campania e le altre regioni con la prima, leader della pizza, costretta a restare ferma anche sulla consegna a domicilio.

Sorbillo può fare delivery perché ha attivato il servizio prima a Milano e poi a Roma e a giorni sarà pronta anche la pizzeria di Genova.

E con altri pizzaioli ha avviato la campagna Io voglio riaprire, sottinteso per fare le consegne a domicilio.

Lavorando con un menu ridotto a margherita e marinara e impiegando solo tre persone è possibile dare una boccata di ossigeno alle pizzerie mentre il servizio di consegna resterebbe affidato alle società di delivery, è il sistema che ha sperimentato.

La pizza consegnata a casa limiterebbe le uscite delle persone perché rappresenta un pasto completo evitando loro “di trovarsi in gallerie di microbi che spesso sono proprio i supermercati”, aggiunge Gino Sorbillo.

I prossimi provvedimenti

Gino Sorbillo

Basterà questo per convincere De Luca a cambiare orientamento?

Tra sabato e lunedì prossimo si saprà se in Campania le pizzerie potranno iniziare a consegnare pizze a domicilio.

Per qualcuno, come Giuseppe Vesi, è l’ultima chiamata. Se il delivery fosse ancora vietato dopo Pasquetta, farebbe restare a casa 70 dipendenti su 100 e chiuderebbe 6 pizzerie su 9.

Una strage, insomma.

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