Nasce la Pasta del Consumatore, equa anche per i produttori di grano

Arriva nei supermercati la prima pasta prodotta con la collaborazione dei consumatori

la pasta del consumatore
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Quanto siamo felici quando portiamo a casa il nostro bel pacchetto da un chilo di penne rigate al prezzo stracciato di poco più di un euro. Come siamo convinti di aver fatto un affare quando nel nostro piatto finiscono dei buoni spaghetti arraffati al supermercato per poche decine di centesimi al pacco. E di sicuro noi consumatori un affare, almeno nel breve periodo, lo avremo sicuramente fatto ma…lo stesso può dirsi per il produttore della materia prima, cioè del grano? Lo stesso può dirsi per tutti gli attori della filiera, e in buona sostanza per tutto il settore, quando un prodotto basilare come la pasta viene messo in commercio a prezzi così popolari?

La risposta è sicuramente negativa, ed è proprio per questo motivo, oltre che per altre importanti ragioni, che è nata “La pasta del consumatore”, creata dall’associazione “La marca del consumatore”, che ha come obiettivo di mettere in vendita prodotti basilari della nostra alimentazione quotidiana a un prezzo non solo equo e remunerativo per tutti i componenti della filiera, ma anche che rispetti precisi parametri di sostenibilità. 

La pasta del consumatore sarà in vendita a partire dal prossimo 25 giugno nei supermercati Carrefour.

Come funziona la pasta del consumatore

pasta del consumatore

Partendo dalla constatazione del prezzo irrisorio pagato ai produttori della materia prima, l’associazione ha deciso di intervenire in questo processo sperequativo coinvolgendo direttamente il consumatore finale nella definizione di alcuni punti essenziali del processo di produzione, per far risultare i prodotti non solo buoni ma anche accessibili e responsabili.  Sono i consumatori associati, infatti, a decidere il tipo di alimento da produrre  – pasta, latte,  uova o altri prodotti basilari -, e tutta una serie di regole a cui fornitori e produttori dovranno attenersi. E sono sempre i consumatori associati a decidere il prezzo finale, che dovrà sì essere accessibile ma anche remunerativo per il produttore. Il tutto avviene tramite consultazioni online sul sito, cui possono accedere tutti coloro che si associano all’iniziativa al costo di partecipazione di 2 euro.

Il progetto “La marca dei consumatori – Chi è il padrone?!” è nato in Italia sulle orme del movimento francese “La marque du consommateur – “C’est qui le patron?”, fondato in Francia nel 2016 da Nicolas Chabanne, per contrastare i consumi di latte a basso costo che costituiscono un vero e proprio sfruttamento verso il produttore della materia prima, tant’è che proprio in Francia, dove un litro di latte è venduto a 80 centesimi (circa il doppio in Italia) il tasso di suicidi tra i produttori è del 30% maggiore rispetto a quello del resto della popolazione, indice di una situazione tutt’altro che rosea per i  produttori di latte.

In Italia, l’associazione “Chi è il padrone?” è stata fondata da Enzo Di Rosa, da sempre fautore dello sviluppo sostenibile, che in un’intervista a Repubblica ha recentemente dichiarato che “’ridare valore al cibo significa comprendere che l’alimentazione e l’ agricoltura prosperano quando sanno essere espressione di una visione complessa e olistica della vita. C’è un problema di economie di scala, di qualità e progresso tecnologico delle filiere, ma anche e soprattutto di basso potere contrattuale dei produttori della “materia prima”.

Insomma, come afferma Michael Pollan, saggista e docente universitario statunitense da sempre in prima linea per il cibo sostenibile, “il cibo a basso prezzo è un’illusione. Non esiste. Il vero costo del cibo alla fine viene pagato da qualche parte. E se non lo paghiamo alla cassa, lo pagano l’ambiente e la nostra salute”.

Una sperequazione, quella del cibo a prezzo troppo basso, a cui la Marca del Consumatore ha deciso di porre un freno, tramite il coinvolgimento diretto dei consumatori.

In pratica, come illustra De Rosa a Repubblica, il progetto funziona associandosi a “La Marca dei consumatori” dietro contributo di 2 euro – e sono già 4200 le persone associate – ottenendo così il diritto di di partecipare alle varie fasi decisionali con possibilità di controllo su tutte le fasi di produzione. Gli associati possono scegliere i tipi di prodotti da mettere in produzione e definire tutte le fasi produttive, rispondendo ad appositi questionari in merito ai criteri qualitativi da adottare, origine della materia prima, metodo di coltivazione o allevamento, tipo di confezione ed equa remunerazione per il produttore tramite un prezzo finale di vendita concordato. Tutti i prodotti saranno poi commercializzati a marchio “Chi è il padrone?! La marca del consumatore” nei normali canali distribuitivi. L’obiettivo, continua De Rosa è “l’interesse collettivo, che mira ad affermare il potere decisionale dei consumatori e il valore cruciale dell’integrità della filiera, cioè dell’etica”.

Ad oggi, il primo prodotto commercializzato “La Marca del consumatore” è la pasta, cui seguiranno uova, passata di pomodoro, olio e latte.

Chi produce la pasta del consumatore

pasta

A produrre La pasta del consumatore è l’azienda Sgambaro, che risponde perfettamente ai principi portati avanti dall’associazione: è stata infatti la prima a ottenere nel 2003 le certificazioni “100% Grano Duro Italiano” e “km zero”, è dotata di proprio mulino, dispone di impianti alimentati al 100% con energia verde a porta avanti progetti sostenibili per l’ambiente quali il rimboschimento di aree di terreno per compensare le emissioni di anidride carbonica da essa prodotte.

Perché, conclude  De Rosa, “si può essere consumatori intelligenti e scegliere di acquistare ciò che fa bene non solo alla propria pancia e al proprio portafoglio, ma anche al sistema intorno: all’ambiente, agli altri, al pianeta, orientando i nostri consumi”.

[Link: La Stampa, Repubblica]

1 commento

  1. La crisi del corona virus ci ha portato a rivedere il concetto di globalizzazione. Per uno che per motivi di lavoro ha avuto la fortuna di girare per i 5 continenti non è facile ridiscutere dei concetti che prima sembravano assoluti. Bene, mi sento di dire che le aziende italiane che hanno realizzato stabilimenti in paesi a basso costo del lavoro, specie Cina e altri del Sud Est asiatico, debbano riportare in Italia quelle produzioni. L’ interruzione della fornitura di prodotti e componentistica devono far meditare il nuovo paradigma del Just in Time, fattibile solo se tutto ritorna in Italia. Inoltre la grande rivoluzione si avrà nel settore energetico e in tutti quelli che riguardano il clima e l’ ambiente. Il costo marginale del Kwh da rinnovabili è inferiore a quello di qualsiasi fonte fossile per svariate ragioni. Non ha più senso tenere in rete impianti super inquinanti e fuori mercato. Ricordo che sole, vento, geotermico, idroelettrico e altre, non inquinano, non paghiamo la materia prima, e non si esauriscono. Al contrario le fossili sono già al capolinea, sono diverse le società americane dello shale gas a livello di default avendo chiesto accesso al capitolo 11 per non fallire. Stessa cosa accade con aziende canadesi degli scisti bituminosi. Ricordo che le tecniche di estrazione di queste 2 attività sono molto costose e hanno un grande impatto sull’ ambiente. Poche settimane fa’ il prezzo del petrolio è andato a meno 35 dollari al barile, questo significa che i produttori hanno dovuto pagare i clienti per ritirare il prodotto. Gli impianti di stoccaggio sono ancora pieni con la crisi che ancora coinvolge tutti i paesi non vedo cambiamenti nel prossimo futuro. Questo porta sicuramente dei benefici all’ ambiente. Come dimostrato dal glaciologo americano Michael Mann con la sua teoria dell’hockey stick la temperatura sulla terra e’ aumentata esponenzialmente negli ultimi 200 anni rispetto ai millenni precedenti a causa dell’ impiego sfrenato di carbone, petrolio e gas. Questi hanno rilasciato in atmosfera enormi quantità di polveri sottili e ossidi di vario tipo. Altre attività umane che impattano sul clima sono gli allevamenti intensivi e le deforestazioni. I primi rilasciano prodotti azotati, nitrati e metano. Questo è il peggiore dei gas clima alteranti, 30 volte peggiore della CO2 in termini di effetto aerosol. Nel 1992 in occasione di un viaggio di lavoro nel Borneo, Indonesia, ho visto con i miei occhi l’ altra faccia della deforestazione. Qui vengono abbattuti milioni di alberi per il commercio del legno pregiato per la produzione della carta e per la produzione dell’ olio di palma. L’ impatto su flora e fauna sono enormi, così come sui territori e le comunità indigene lasciate alla fame. Le deforestazioni portano anche la diffusione di virus.. le energie rinnovabili nell’ immediato futuro saranno affiancate dall’ economia dell’ idrogeno pulito. Questo vettore energetico è impiegato già da decenni, la prima grande applicazione è stata nei razzi vettori negli anni 60. Oggi, Camion, autobus, auto, carrelli elevatori, mezzi industriali, treni per linee non elettrificate, trattori aeroportuali, ecc., usano questo vettore energetico per alimentare le celle a combustibile FC. Queste applicazioni sono già realtà in tanti paesi come Giappone, Cina, Korea del sud, Australia, California, Germania, Francia, Olanda, Danimarca, Norvegia, Austria, Svizzera. In Italia sono stati realizzati 2 progetti, il primo a Bolzano dove con fondi europei è stato costruito un elettrolizzatore alimentato da energia idroelettrica per rifornire una flotta di autobus e di Hundai Nexo. La provincia di Bolzano sta’ promuovendo la distribuzione dell’idrogeno sull’ autostrada del Brennero, Modena – Monaco. A Rovereto in prov. di Trento nella ex manifattura tabacchi sta’ nascendo un centro ricerche per l’ idrogeno a cui partecipano diversi attori. A Milano una flotta di autobus è alimentata da idrogeno. Roma sperimenterà la mobilità FC con una piccola flotta di autobus. Altri distributori verranno realizzati a Milano, Venezia e 2 in prov. di Modena. Proprio qui una grande azienda cinese investirà un miliardo di euro per produrre auto elettriche. Il governo deve coordinare il progetto idrogeno mettendo attorno ad un tavolo tutti gli attori della filiera, non possiamo rimanere indietro in questo settore strategico. Basterebbe studiare da vicino a quanto fatto dal Giappone, il precursore della mobilità FC. L’ idrogeno può essere prodotto nelle regioni del sud Italia con impianti fotovoltaici posti su aree dismesse e distribuito in tutto il paese usando il gasdotto Snam. L’ auto FC costa ancora molto visti i bassi volumi di produzione, credo che se adeguatamente incentivata e promossa entro 5 10 anni avrà una buona quota di mercato. Queste si ricaricano in pochi minuti. Hundai stima che il punto di pareggio è di 200.000 veicoli anno. Credo stesso volume valga per Toyota. Ricordo che una superficie pari alla Sicilia riceve dal sole una quantità di energia sufficiente a fornire la potenza elettrica a tutti i paesi europei. È notizia di questi giorni che il solare termodinamico nel nostro paese è arrivato al capolinea causa della burocrazia che non ha concesso le autorizzazioni per realizzare gli impianti. Questa tecnologia è stata messa a punto dal premio Nobel Rubbia. In Sicilia è stato costruito un impianto di piccole dimensioni in collaborazione con il CNR. Altri paesi hanno costruito impianti multi MW. La Cina diventerà leader di mercato in questo segmento. Cina e Usa stanno investendo grandi capitali per realizzare impianti fotovoltaici posti all’esterno dell’atmosfera dove l’ irradiazione solare è molto più elevata che sulla terra. Ricordo che pochi giorni addietro la presidente della commissione europea nella presentazione del piano next generation ha posto l’ economia dell’idrogeno pulito come una delle gambe per la transizione energetica. Dobbiamo velocemente arrivare ad una economia verde, senza fonti fossili, plastiche, diserbanti, inquinanti vari. Ricordo che l’inquinamento dell’aria causa ogni anno in Europa 400.000 decessi di cui 80.000 in Italia concentrati principalmente nelle regioni del nord altamente antropizzate e industrializzate con clima avverso come la pianura padana. Se guardiamo una foto satellitare del nostro paese notiamo che le regioni del Nord, la zona di Roma e quella di Napoli sono di color ruggine per ovvie ragioni. Dobbiamo fare un piano di efficientamento energetico di tutti gli immobili pubblici e privati incluse scuole e ospedali. Dobbiamo bonificare i 12.000 siti industriali dismessi e altamente inquinati di cui 500 sotto la normativa seveso. Dobbiamo bonificare un milione di siti che ancora oggi hanno amianto iniziando dalle aziende che per un secolo hanno prodotto questo veleno. Ricordo che le microfibre quando inalate causano una patologia nota come mesotelioma alla pleura. I decessi fin qui avuti sono diverse migliaia ma il picco deve ancora arrivare. Dobbiamo girare gli incentivi pubblici e privati che ancora oggi vanno alle fossili alle rinnovabili e all’ idrogeno pulito. Ricordo che le 2 banche italiane più grandi danno enormi capitali alle fonti sporche e negano il credito a start up di giovani con buone idee ma privi di merito di credito. Dobbiamo programmare la dismissione dei 17 centri petrolchimici, delle 14 centrali a carbone di quelle a olio combustibile e a gas. Solo con un approccio sistemico possiamo affrontare il grande problema dei cambiamenti climatici. La realizzazione dei progetti di cui sopra creerebbe tanti nuovi posti di lavoro. Le risorse economiche necessarie verrebbero dalle tante società delle fonti fossili in cerca di validi progetti nelle rinnovabili e nell’idrogeno pulito, stessa cosa fanno i fondi pensione. Inoltre ci sono i fondi europei per la decarbonizzazione. Come affermato dal premio Nobel Stiglitz i progetti ecosostenibili creano più posti di lavoro e hanno una maggiore efficienza del capitale investito. Dobbiamo pensare come cambieranno i nostri comportamenti per meglio affrontare la grande crisi economica post virus. Non possiamo permetterci sprechi di nessuno tipo, dobbiamo riciclare quanto più possibile, dobbiamo arrivare alla economia circolare e a quella della condivisione di idee, tempo e mezzi. Per esempio, l’ auto è ferma per più del 90 percento del tempo è comunque assicurazione e bollo vanno pagati, la possiamo condividere con condomini e o vicini di casa. In questo internet e telefonini ci daranno una mano. Le aziende possono condividere mezzi di lavoro, servizi e anche personale. Si avrebbero ritorni economici importanti e impatti positivi sull’ ambiente. Meno traffico sulle strade significa aria più pulita, meno problemi di salute e meno costi sanitari. Si avrebbero effetti collaterali sulle aziende automobilistiche che devono rivedere il loro modello di business. Abbiamo milioni di auto invendute in giro per il mondo, una capacità produttiva superiore alla domanda potenziale, tanti paesi in ordine sparso stanno concedendo incentivi per l’ acquisito di auto nuova. Ci vorrebbe un coordinamento di queste politiche che guardino agli aspetti ambientali. In Germania si danno lauti incentivi alle auto che inquinano meno e nello stesso tempo, il governo approva la messa in rete di una nuova centrale a carbone, spostando al 2038 l’ uscita da questa fonte sporca. Ricordo che questo, oltre alla silicosi avvelena ambiente, flora, fauna e popolo con piombo, arsenico e Mercurio. Ricordo un mio viaggio in Korea del sud anni addietro, arrivai a Ulsan la sede del colosso Hundai c’ era stato maltempo i giorni precedenti trovai un un’enorme piazzale di auto che galleggiavano. Ho conseguito la laurea in ing. meccanica a Pisa nel 1982 con una tesi su idrogeno e rinnovabili in collaborazione con Enel. Vorrei ricordare il relatore l’esimio prof. Dino Dini che aveva lavorato al Jet Propultion Laboratory di Pasadena NASA per diversi anni dove di idrogeno e rinnovabili ne aveva visto tante. A Pisa aveva la cattedra di macchine e quella di missilistica. Saluti Antonio Saullo

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