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Preconto: basta, o il ristorante sarà sempre sinonimo di evasione fiscale

Finiamo con il preconto, altrimenti la categoria dei ristoratori sarà sempre associata con quella degli evasori fiscali che truffano lo Stato

Ristoranti

Facciamo le presentazioni per quelli che, al ristorante, non hanno mai avuto il (dis)piacere di imbattersi in un preconto.

Dicesi pre-conto, almeno secondo Antonello Caporale del Fatto Quotidiano: “Un modo per fregare lo Stato, cioè il prossimo. Non pagare le tasse su ciò che si ricava. E metterle in conto ad altri”.

Per numerosi ristoratori, invece, il preconto è uno scontrino non fiscale fatto per sveltire il pagamento del conto, cui seguirà regolare ricevuta.

Cos’è successo di preciso al giornalista del quotidiano diretto da Marco Travaglio? Un paio di sere fa ha cenato in un un non meglio identificato “ristorante salentino”.

L’estate sta finendo ma da quelle parti non se ne sono accorti, tra residenti e vacanzieri il ristorante è pieno. Facile immaginare la scena: bel posto, tavoli pieni, personale indaffarato, l’inevitabile: “Un po’ c’è da aspettare”.

Poi, finalmente, la cena. Dopodiché, tra sazietà e riflessi appannati da una piacevole bottiglia, le difese si abbassano. 

Sarà per questo, o forse no, che al tavolo di Caporale è arrivato il famigerato preconto. Come l’ha preso il giornalista quel pezzo di carta in cui pochi notano la (mini) scritta preconto, per il resto identico a una ricevuta fiscale?

Così: “Un’invenzione recente dei ristoratori evasori”, che imbrogliano i clienti contando sulla loro ingenuità o distrazione.

In pratica, l’ignoto ristoratore salentino ha ricevuto la carta di credito del giornalista che, di lì a poco, si aspettava l’arrivo della vera ricevuta fiscale. Sbagliato, non è arrivato niente. Allora Caporale, persa la pazienza, ha richiesto quanto gli spettava protestando. Sono seguite le scuse imbarazzate del ristoratore che si è giustificato con il super lavoro della serata.

Ora, immaginate il giornalista all’uscita dal ristorante. Sono molti i pensieri che affollano la sua mente, nessuno dei quali positivi su quel ristoratore e tutta la sua schiatta.

“A questo ristoratore, come per tanti altri suoi colleghi imprenditori, neanche la moneta elettronica gli fa prendere coscienza che è un dovere civile partecipare alle spese della collettività”.

Dal suo cruccio non restano fuori –come potrebbero?– le conseguenze della pandemia di coronavirus: “La collettività ha giustamente partecipato, nei mesi del lockdown, a sostenerlo: cassa integrazione per i dipendenti, bonus, vari sconti fiscali. E ora che lui potrebbe restituire rifiuta, anzi fa di più: imbroglia”.

No, non l’ha presa bene il giornalista, che conclude il suo pezzo con un augurio:

“L’augurio che faccio a quel ristoratore è di ricevere a domicilio, come corrispettivo, un preconto della finanza magari con qualche zero in più”.

D’accordo, invece di inviare velenosi auguri a mezzo stampa, Caporale, come chiunque altro, avrebbe potuto denunciare l’accaduto ai finanzieri.

Ma siamo sicuri che, ai disastrosi tempi del coronavirus, non sia meglio per i ristoratori archiviare la stagione del preconto per sempre?