Ristoranti Io Apro a Roma: gli scontri con la polizia e il sogno interrotto

I ristoranti Io Apro hanno tenuto la manifestazione a Roma e non tutto è filato liscio a partire dall'arrivo alla stazione Termini

La manifestazione, non autorizzata, dei ristoranti Io Apro alla fine si è tenuta a Roma. Nonostante le rassicurazioni della vigilia, non tutto è filato liscio.

Monta la protesta e la disperazione della categoria della ristorazione. Incomprensibili per i ristoranti Io Apro i motivi di un diniego alle riaperture quando la sensazione generale è che tutto si stia (pericolosamente) rilassando.

La cronaca della giornata è ricca di video che registrano l’esasperazione dovuta alla mancanza di un calendario preciso. La ragione è nota: non si può prevedere con certezza l’andamento della curva epidemiologica.

Premesso che tutti gli atti di violenza vanno disapprovati con fermezza, è evidente che il sistema delle zone a colori penalizza le attività di ristorazione. La sola concessione del pranzo in zona gialla appare ormai come una discriminazione rispetto ad altri esercizi commerciali. Che possono aprire anche nella più restrittiva zona arancione. Il paragone nel settore alimentare è con i supermercati.

Perché sono aperti e considerati luogo di non contagio a differenza dei ristoranti anche se file e assembramenti non mancano?

La risposta è nella visione complessiva del rischio contagio che muove le decisioni relative alle chiusure. Il supermercato e il negozio di generi alimentari è servizio di necessità al contrario del ristorante. Impossibile chiudere i generi alimentari nel complesso meccanismo dei bilanciamenti. Impossibile paragonare le aperture delle scuole o il servizio pubblico di trasporto con il tavolo con 4 commensali.

Impossibilità reciproca per chi guarda dal punto di vista dei ristoratori e dei ristoranti Io Apro. Che si sentono ormai categoria reietta, untrice e dunque condannata ad essere l’ultima a riaprire.

Ristoranti Io Apro: i video e le immagini

Basta ascoltare il lungo video della diretta di Filippo Accetta che dalla Sicilia è arrivato alla stazione di Roma per rendersene conto. Un esercito di utenti che hanno manifestato la loro solidarietà con una valanga di like e di commenti e un impressionante score di condivisioni. Più di 14 mila.

Il segnale, se ancora ce ne fosse bisogno, che la luce in fondo al tunnel appare troppo lontana per i ristoratori chiamati a un lungo periodo di inattività. Che semplicemente è diventato intollerabile perché giudicato illogico.

Il carico delle limitazioni sembra, è, tutto spostato su bar, ristoranti, pizzerie. La chiusura ad alzo zero non ha lasciato possibilità di varchi temporali. Un’apertura la sera con limitazione delle altre attività commerciali non è stata presa in considerazione causa aperitivi e conseguenti assembramenti. Impossibile chiudere le altre attività il pomeriggio e far aprire i luoghi del cibo cucinato solo la sera.

Impensabile un’apertura solo nei fine settimana considerato che proprio i centri commerciali il sabato e la domenica hanno subito restrizioni. E quando c’è stata la possibilità in zona gialla di aperture a pranzo nel weekend la folla e gli assembramenti non si sono contati. Tanto che tra l’anticipare le chiusure la domenica con la protesta dei giorni precedenti il Natale ha prodotto una nuova regola. Le zone, quali che esse siano, entrano ora in vigore dal lunedì.

Momi El Hawi, il pizzaiolo di Firenze organizzatore di Io Apro, si è presentato a Roma con le manette ai polsi. Arrestati, fermi, chiusi. Qualcuno ha gridato “Libertà! Siamo pronti alla guerra”. All’indirizzo del Governo, anche se la guerra si combatte con tutt’altro nemico.

Cosa non ha funzionato

L’atteggiamento temporeggiatore – per definire le liste e le priorità, per la mancanza di vaccini, per aspettare il Generale Estate che promette libertà sull’onda dello scorso anno – ha esacerbato gli animi.

E ha mostrato quanto sia fragile un comparto che fino ad un anno fa volava tra nuove aperture, scatti di cibo sui social e crescite di fatturati.

Non resiste più niente. Anche l’asporto e le consegne a domicilio, già declassate alla fine del primo lockdown come “acqua che non leva sete”, sono sprofondati. Dimezzata la voglia di chiedere una pizza, un hamburger, un sushi a casa. Forse tutti hanno sperimentato la capacità di sfornare nella propria cucina i piatti della tradizione, della nonna e degli avi.

Abbiamo gridato troppo presto al delivery nuova frontiera della ristorazione. Ma siamo stati incauti ad alzare il livello della comunicazione della cucina semplice dei progenitori da rifare a casa. Con l’aiuto dei tutorial di professionisti che sono usciti dalle segrete cucine per dispensare consigli. Venendo meno alla funzione di sacerdoti del divertimento e del dolce far niente per diventare tutori di una cucina semplice e semplificata.

Resta l’idea che pranzare o cenare al tavolo di un ristorante è tutta un’altra cosa. Un sogno. Che rischia di diventare incubo con manifestazioni da ultimo scontro.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui