Sorbillo al Forum di Bruno Vespa: ora ci vuole il marchio Pizza Italia

È suonato come un monito per la conquista del “titolo” di patrimonio della Cucina Italiana. Bruno Vespa nello one to one alla masseria Li Reni a Manduria ha dialogato con Gino Sorbillo. L’occasione è il 1º “Forum della Cucina Italiana”, iniziativa promossa da Bruno Vespa in collaborazione con l’Agenzia ICE e organizzata da Comin & Partners.
Sorbillo da Vespa come naturale anticipazione del riconoscimento Unesco patrimonio immateriale dell’umanità . Quello della pizza, rectius, l’arte del pizzaiolo è arrivato infatti prima del benestare alla Cucina Italiana: 2017 e 2025.
Otto anni di differenza che permettono un veloce riassunto di quanto di buono è accaduto nel mondo dei pizzaioli e della pizza.
Molto cresciuta di importanza tanto da essere ancora più desiderata e copiata in tutto il mondo, spiega Sorbillo. Lasciando intravedere le grandi possibilità di attrazione turistica, culturale e anche economica della Cucina Italiana. Considerato che la pizza è una parte della Cucina Italiana.
Assist di Sorbillo raccolto da Vespa che lo rilancia.
Il pericolo della deriva della pizza e della cucina italiana

Dove è quindi il punto di attenzione, il monito?
Osservando quanto accaduto in questi 8 anni, la stortura è nell’utilizzo dei prodotti non italiani per realizzare la pizza. Anche se non direttamente connesso al riconoscimento Unesco, la contraddizione appare evidente in termini di difesa dell’italianità e delle materie prime.
Al pranzo alla masseria in cui c’è la postazione della pizza fritta con la sua squadra Gino Sorbillo argomenta quanto detto nel dialogo con Bruno Vespa. “Occorrerebbe un passaporto delle materie prime per validare in Italia come all’estero quella manualità del pizzaiolo napoletano. È abbastanza inverosimile pensare che un pizzaiolo di Napoli nel corso di una storia centenaria abbia utilizzato farina, pomodori, olio, fiordilatte non italiano. Non dico strettamente napoletano o della Campania ma almeno italiano. Rischiamo un effetto paradossale di Italian sounding in cui diamo per pizza napoletana o italiana una pizza prodotta a partire da materie prime che non sono nazionali.
E la stessa situazione potrebbe riproporsi con i piatti della Cucina Italiana. Il trascinamento offerto dal riconoscimento Unesco non deve far dimenticare che un piatto di cucina italiana deve avere come ingredienti prodotti italiani. Altrimenti autorizziamo l’utilizzo dell’italian sounding: parmesan al posto del parmigiano reggiano, cheese al posto del fiordilatte, farine tedesche al posto di quelle italiane, olio qualsiasi al posto dei nostri extravergine. È un tema che va affrontato”.
La soluzione prospettata da Sorbillo a Vespa

“Bisognerebbe pensare a un marchio “Pizza Italia” perché non serve solo il riconoscimento Unesco alla nostra abilità di pizzaioli. Serve un marchio, qui in Italia e specialmente all’estero, che segnali e certifichi l’utilizzo di soli ingredienti italiani nelle pizzerie associate. Le fatture di acquisto delle materie prime sarebbero una prova inconfutabile. E ci vorrebbe un organo di controllo preposto. Tutto questo aiuterebbe veramente la nostra economia nazionale. Basta con i ristoranti e le pizzerie italiane pezzotto ovunque nel mondo, anche quelli/e sono una forma di “contraffazione alimentare” sotto gli occhi di tutti”. Così conclude Sorbillo che ha ricevuto dal Ministro dell’Agricoltura la targa “Io amo la Cucina Italiana Patrimonio dell’Umanità”.
Che l’idea di Gino Sorbillo prospettata a Bruno Vespa possa essere argomento del prossimo Forum della Cucina Italiana anticipato dal giornalista?




