L’architettura del Glass Hostaria è firmata da Andrea Lupacchini

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Roma. Qualche anno fa misi a punto un incrocio tra le mie due passioni: cibo e design. L’occasione mi fu data da Editrice Compositori di Bologna che mi affidò l’incarico di Vicedirettore di Ottagono accanto ad Aldo Colonetti, profondo conoscitore del design e anima dell’Istituto Europeo di Design di cui è Direttore Scientifico. Aldo, filosofo, storico e teorico dell’arte, del design e dell’architettura, è un attento osservatore dei fenomeni di contaminazione e mi seguì sulla strada della “forchetta” che aveva peraltro imboccato con iniziative culturali che avevano coinvolto la Guzzini. Ottagono uscì con diversi articoli che esplorarono le strade del food-design (correva l’anno 2003). Ebbero grande successo la copertina dedicata al Cersaie di Bologna dell’ottobre con i tortellini su piastrella, “l’Ottagonale” di dicembre dedicato a 6 grandi maestri del food (tre italiani Massimo Bottura, Pietro Leeman, Davide Scabin e tre francesi Jean Chauvel, Pierre Gagnaire, Pierre Hermé) che ragionò sul rapporto tra cibo e piatto, il numero del giugno 2004 (Il cibo è design) e infine quello di settembre dello stesso anno in cui presentai un locale che aveva caratteristiche architettoniche particolari: il Glass Hostaria. In questi giorni abbiamo scattato alcune foto al Glass che si fa notare anche per il forte impatto visivo (e infatti non sono pochi i turisti che si affacciano per una foto ricordo condita da esclamazioni) e ho recuperato quello che scrissi cinque anni fa. Ve lo ripropongo perchè l’idea del Glass Hostaria si è rafforzata anche per merito dell’intervento di Cristina Bowerman che ha dato sostanza al progetto di Fabio Spada e Silvia Sacerdoti. Una particolarità cui forse al tempo non diedi molto peso: al Glass non c’è tovagliato.

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Trastevere è un quartiere di Roma dai tratti stereotipati. L’immagine vernacolare del Vicolo del Cinque riassume le caratteristiche di palazzi e abitazioni che lasciano scorgere soffitti cassettonati o con travi a vista, l’utilizzo di pietre naturali (travertino e basaltina) e mettono in mostra le variazioni cromatiche delle superfici intonacate. Un repertorio della tradizione che il progetto di Andrea Lupacchini per un ristorante-wine bar di tendenza ha completamente ribaltato. Al crocevia dove il Vicolo del Cinque si allarga, i committenti, già proprietari di un ben più tradizionale ristorante, hanno lasciato carta bianca al giovane architetto romano. Il Glass Hostaria nasce da un’equilibrata rivisitazione dell’utilizzo dei materiali tradizionali che segue da vicino l’impostazione dell’offerta culinaria, modulata sugli ingredienti delle ricette tipiche della gastronomia romana che compongono menu di alta cucina. La volontà di realizzare uno spazio architettonico molto moderno, ma in grado di conservare un rapporto con il contesto urbano, ha portato ad adottare soluzioni che rendono il concept fortemente contestualizzato ed allo stesso tempo assolutamente decontestualizzabile. L’impatto visivo della sala articolata su due livelli ne è sintesi grazie alle grandi superfici murarie seicentesche e al bellissimo soffitto di copertura composto da vecchie travi in legno, quasi privo di una trama regolare ordinata, probabilmente risultato dalle modificazioni subite dagli spazi nei secoli, che si combinano con la ragnatela di assi del pavimento e la sagoma longilinea dei corpi illuminanti. Il locale, di non elevata cubatura, si articola su tre blocchi funzionali: le cucine e magazzini, i servizi e spogliatoi e la sala principale. Le superfici murarie della sala sono state rivestite con una lamiera di ferro. L’effetto superficiale del metallo ricercato dall’architetto doveva essere assolutamente disomogeneo e mutabile nell’aspetto nel tempo. Questa pelle in lamiera di ferro è stata trattata dall’artista romano Marco Filippetti con una corrosione attraverso l’uso di acidi ed interventi con pigmenti color cobalto, ossidi di ferro, cere e  resine colorate. L’intervento artistico simula lacerazioni plastiche della materia con penetrazione di fluidi di colore che attraversano queste superfici “stanche e vissute”. A ridosso della pelle in ferro, è stata ricreata una sorta di scatola muraria, composta da superfici verticali retroilluminate, all’interno delle quali sono ricavati i tagli e le nicchie orizzontali a doppia illuminazione che riprendono i segni e le teche in vetro del pavimento, quasi a ricucire un continum spaziale di tensioni lineari. La scala è un altro elemento di connotazione in forma di scultura, senza un sotto ed un sopra, con gradini autoportanti costituiti da scatole di forme irregolari in ferro acidato con anime rinforzare e coibentate saldate le une sulle altre. Su tutto domina la selva di tubi metallici in acciao inox che invadono lo spazio a doppia altezza ed offrono una luce diretta concentrata sui tavoli ed una di diffusione, sprigionata dai tagli laterali.

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Foto: Francesco Arena

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