L’ultima spiaggia del tonno rosso è a Parigi

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Veloci, imponenti, scattanti. Infaticabili nuotatori dal sangue caldo capaci di coprire grandi distanze, di guadagnare la superficie come di penetrare le più profonde oscurità degli abissi. Ma anche longevi e poco prolifici, quindi fragili di fronte all’aggressività dell’homo sapiens che delle sue carni rosse è un goloso consumatore. Pescato già da Fenici e Romani e, in misura più intensiva a partire dal XVI secolo con l’apparizione delle tonnare,  negli ultimi trent’anni per il tonno rosso è iniziata, complice anche la diffusione nel mondo del verbo del sushi e del sashimi, una disperata lotta per la sopravvivenza (della specie). Una lotta dall’esito incerto e inevitabilmente nelle mani dell’uomo. Che nel mese più movimentato per la pesca europea, iniziato con la messa al bando di lattarini, rossetti e cannolicchi, ha fatto sentire per due volte la sua voce in favore del tonnide dalle rosse carni. Per la precisione, la voce della Commissaria europea alla pesca, Maria Damanaki, che il 9 giugno ha anticipato di una settimana la chiusura della stagione di cattura (prevista per il 15 giugno) e quella del Parlamento europeo che il 17 giugno ha approvato un nuovo Regolamento per il rintracciamento del tonno rosso.

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Scopo della prima misura evitare il superamento delle quote di pesca fissate dall’UE per la stagione 2010 (13500 tonnellate, 8500 in meno rispetto al 2009); obiettivo della seconda contrastare la pesca illegale. Intenzione delle istituzioni europee è, in entrambi i casi, dare una mano alla lotta contro l’impoverimento degli stock nell’Atlantico. Secondo dati forniti dall’ambasciatore monegasco Patrick Van Klaveren, intervenuto a marzo alla 15esima Conferenza della Cites, la Convenzione Internazionale sul Commercio delle Specie in Pericolo, il commercio internazionale di tonno rosso raggiunge le 60 mila tonnellate l’anno, ben al di sopra delle 13500 autorizzate dall’Iccat per il 2010.

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Con le nuove norme, che trasferiscono al diritto europeo le raccomandazioni dell’Iccat (la Commissione Internazionale per la conservazione dei tonni dell’Atlantico), ciascun tonno rosso dovrà essere accompagnato da un documento standard di cattura (DCT) che indichi: i dati sulla cattura (nome della nave o tonnara, stato di bandiera, luogo e modalità di cattura, numero e taglia del pesce), informazioni sull’esportatore o rivenditore, sul trasbordo, sull’impianto di allevamento (data di ingabbiamento, numero e peso stimati del pesce), sul prelievo (numero di esemplari e peso) e sul commercio (punto e data di esportazione, nome della società esportatrice, destinazione). Una misura che complicherà non poco la vita a chi, barando, “effettua”, come spiega il WWF, “trasferimenti di tonni vivi in allevamenti all’estero o registrazioni di vendite e catture  contrarie al dettato comunitario” ma anche alla “criminalità organizzata presente sui mercati remunerativi del tonno rosso”.

La chiusura anticipata non ha soddisfatto i tanti fautori di una messa al bando integrale del tonno rosso. Tra questi le organizzazioni ambientaliste. “La misura non riguarda che le navi battenti bandiera UE”, denuncia Greenpeace e “inoltre numerosi armatori europei possono continuare tranquillamente a pescare nelle acque libiche dove i controlli sono inesistenti e dove è facile pescare oltre quota Iccat”. L’organizzazione ambientalista Sea Shepherd ha denunciato nei giorni scorsi (e documentato) che la chiusura della stagione di cattura non ha fermato i bracconieri. Per dimostrarlo ha accompagnato alcuni giornalisti al largo della Libia ed ha filmato pescherecci libici sorpresi a trasportare un quantitativo di tonno rosso superiore a quanto sarebbe stato possibile entro il 14 giugno nelle condizioni meteorologiche di quei giorni.

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La chiusura anticipata della stagione di cattura non è piaciuta (per opposte ragioni) neanche ai pescatori francesi che, spalleggiati dal ministro dell’Agricoltura Bruno Le Maire, lamentano di non aver raggiunto le quote stabilite. “Non lasceremo gli ambientalisti giocare agli sceriffi del mare”, ha dichiarato Mourad Kahoul, capofila dei pescatori marsigliesi, nei giorni del tentativo dei militanti di Greenpeace di liberare i tonni imprigionati in una rete da pesca a circuizione al largo delle acque maltesi. Ora la prossima occasione utile è la riunione dell’Iccat, prevista per novembre a Parigi, quando, con tutta probabilità, saranno ulteriormente abbassate le quote di tonno rosso pescabile.

Nell’attesa proviamo a contare successi e insuccessi registrati sulla strada della tutela di questa specie minacciata che in vent’anni di pesca industriale ha subito, secondo stime di Greenpeace, il crollo dell’80% della specie (il culmine delle catture è stato registrato nel 1996 con 53 mila tonnellate, ben oltre il quantitativo considerato dagli esperti “sostenibile”, compreso tra le 8000 e le 15000 tonnellate l’anno). “Fino all’inizio degli anni 2000 imbarcazioni di ogni bandiera arrivavano da ogni dove”, ha raccontato nei giorni scorsi un pescatore al quotidiano Le Monde. “Poi, grazie anche alle pressioni degli ecologisti, le organizzazioni internazionali hanno imposto misure draconiane”. Come l’accorciamento della stagione delle catture, il divieto di pescare esemplari inferiori a 30 chili, la presenza di un funzionario Iccat a bordo delle navi, l’abbassamento della quota di tonno pescabile da ogni stato dell’Unione, tutte misure adottate, in ritardo rispetto ai primi allarmi lanciati dieci anni prima, nel corso della riunione dell’Iccat che si è tenuta a Dubrovnik nel 2006.

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Meno fruttuosa la Conferenza della Cites, l’organismo compreso tra le attività del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente, che si è tenuta lo scorso marzo a Doha, nel Qatar. Un’autentica occasione perduta, secondo gli ambientalisti, nella quale 129 paesi si sono espressi sull’inserimento del tonno rosso nell’elenco delle specie in via di estinzione (Appendice I) e quindi non più commerciabili. La proposta di Monaco, fatta votare frettolosamente dai Libici dopo una frenetica attività di lobbying del Giappone sui paesi “indecisi”, si è risolta con 72 voti contrari, 43 favorevoli e 14 astenuti. Il paese asiatico, che consuma l’80% del pescato, “ha riunito intorno a sé i paesi in via di sviluppo”, come spiega François Chartier di Greenpeace Francia, “convincendoli a votare contro la proposta dopo averli spaventati circa la possibilità di future misure restrittive in materia di pesca”. Tra i contrari anche alcuni paesi rivieraschi del Mediterraneo come la Tunisia, il Marocco, la Turchia, l’Italia, la Spagna (questi ultimi, rispettivamente secondo e terzo produttore di tonno rosso) e l’Australia. Favorevoli invece Unione Europea, Francia (al primo posto in Europa per quantitativo di catture), Stati Uniti, Norvegia, Svizzera, Gran Bretagna, Olanda, Germania e Austria, Serbia e alcuni paesi dell’America Latina (Colombia, Equador, e Costa Rica). E così alla Cites di Doha finisce per il tonno come per il corallo rosso, entrambi tenuti fuori dalla lista d’oro delle 33 mila specie di animali e piante in via di estinzione. L’Italia, che si è data da fare in un primo tempo, insieme a Francia e Spagna, per l’inserimento del tonno rosso nell’Appendice I, ha poi cambiato idea ripiegando su una moratoria unilaterale sulla pesca a circuizione, la più invasiva delle tecniche di pesca del tonno rosso, accompagnata dal ritiro delle tonnare e da compensazioni per i pescatori.

La moratoria, varata a febbraio dal Governo italiano per assecondare i timori dei pescatori sulla possibilità di messa al bando dello sgombride (in Italia il mercato del tonno rosso vale 100 milioni di euro di cui il 90% destinato al Giappone dove il tonno rosso costa tra i 40 e i 100 dollari il chilo) ha avuto come effetto il congelamento di oltre il 70% delle quote ad essa destinate per il 2010, pari a 1600 tonnellate assegnate al sistema a circuizione (la pesca è invece autorizzata a livello artigianale).

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Affascinante animale questo Thunnus thynnus, presente dall’Equatore fino alla Norvegia, dal Golfo del Messico fino al Mar Nero. Popola l’Atlantico del Nord e i mari adiacenti (soprattutto il Mediterraneo), si nutre nelle regioni fredde e si riproduce in quelle calde ma è l’unica delle otto specie di tonno conosciute a compiere l’intero ciclo vitale nelle acque temperate. Diventa adulto nell’Atlantico orientale e depone le uova ogni due-tre anni nel Mediterraneo, dove lo attendono, inesorabili, i pescatori. E’ capace di scendere fino a mille metri di profondità per cacciare e abbassare la temperatura del corpo che può variare da 3° a 30°. Gli antichi avevano elaborato diverse teorie per spiegare il mistero delle apparizioni stagionali in diversi luoghi del Mediterraneo. Aristotele asseriva che i tonni nascessero nel Mar Nero, percorressero in senso antiorario un tragitto intorno al Mediterraneo, per poi uscire dal Mare Nostrum attraverso lo stretto di Gibilterra, nutrendosi nell’Atlantico e rientrando in primavera nel Mediterraneo per riprodursi. L’ipotesi regge a lungo fino a che gli scienziati dell’Ottocento avanzano la teoria “autoctona”, secondo la quale il tonno rosso non varcherebbe lo stretto di Gibilterra. Qualche decennio fa la scienza ha confutato la teoria autoctona mentre negli anni Sessanta si è fatta strada l’ipotesi dei due stock di tonno rosso, uno orientale e uno occidentale, separati dal meridiano 45W, teoria non ancora dimostrata in modo incontrovertibile.

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E se la scienza ha davanti a sé ancora qualche mistero da svelare sul tonnide dalla carne rossa, al popolo crescente dei consumatori sensibili al suo destino resta una certezza: è arrivato il momento di  non  consumarlo più. Come avevano minacciato l’anno scorso alcune star in una lettera inviata alla proprietà dello stellato Nobu di Londra, uno dei 21 ristoranti dell’omonima catena fondata dallo chef giapponese Nobu Matsuhisa, che annovera Robert De Niro tra i suoi proprietari e Kate Moss, Sting e Brad Pitt tra i suoi frequentatori. Alle celebrities decise a boicottare il ristorante dopo la visione del documentario End of Line, il portavoce del Nobu aveva fornito una risposta (prevediblmente?) laconica: “Il problema sarà tenuto in seria considerazione!” mentre la proprietà si era limitata ad aggiungere in fondo al menù la nota “Il tonno rosso è una specie a rischio, per favore chiedete al vostro cameriere un’alternativa”. Intanto nel resto della Vecchia Europa qualche rappresentante della GDO e della ristorazione ha già dato il suo segnale. E’ il caso dei ristoranti di Relais & Châteaux che qualche mese fa hanno bandito il tonno rosso dai loro menu. O di Carrefour Europa e Coop Italia che hanno deciso di interrompere la vendita di tonno rosso.

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Ai golosi di tonno in generale, checché inscatolato, consigliamo una visita al rapporto di Greenpeace “Tonno in trappola” che promuove con la sufficienza risicata solo tre marche di tonno in scatola bocciandone altre undici. Agli appassionati del tonno “sostenibile” segnaliamo anche Slow fish, salone del pesce ecosostenibile che si tiene ogni due anni a Genova (prossima edizione aprile 2011) e la relativa guida “Mangiamoli giusti” dall’eloquente sottotitolo “I pesci da mettere nel piatto e quelli da lasciare in mare”. Nella seconda categoria figura, manco a dirlo, il tonno rosso insieme a salmone, e pesce spada, sullo stesso piano dei datteri di mare e dei bianchetti, ormai banditi dalle tavole europee.

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Tagliata di tonno da Lorenzo a Forte dei Marmi (2009)

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