Italian sounding, commissari e contraffazione

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“Vogliamo un Commissario Europeo alla Contraffazione, ma che sia italiano”. Applausi dalla platea confindustriale accorsa alla Giornata Nazionale Anticontraffazione. Unico controcanto quello dei soliti bastian contrari di Cgil: “No, il Commissario Anticontraffazione deve essere europeo, perché il problema è europeo!” A me vengono in mente altre scene di ordinaria emotività come la dimostrazioni veneziana degli occhiali contraffatti pubblicamente distrutti, con la benedizione di Guardia di Finanza e Confindustria, le proteste di allevatori ai valichi chiamati da Coldiretti contro la mozzarella blu, i controlli di contadini-sceriffi nei porti e alle frontiere sull’italianità della merce. L’aria che tira è pesante. C’è maretta, rabbia, frustrazione.

Sarà per questo che l’appello così poco europeistico di Carlo Guglielmi, Presidente della Commissione Lotta alla Contraffazione di Confindustria, raccoglie consensi in sala. Piccole e Medie Imprese, agricoltori, allevatori, artigiani, questa non la mandano più giù: se per la crisi economica non resta che attendere tempi migliori, la contraffazione è un nemico che si può combattere. Come? Difendendo il made in Italy in tutte le sedi possibili. Con azioni repressive rivolte alle imprese truffaldine ma anche al consumatore che acquista prodotti contraffatti. In Parlamento, dove è in discussione un disegno di legge sull’etichettatura (targhetta made in Italy solo per prodotti lavorati quasi interamente in Italia e rispettosi delle normative su lavoro, igiene e sicurezza). E in Europa dove, a parte la proposta di riesumare un Commissario con la delega alla proprietà intellettuale e industriale e quindi per la lotta alla contraffazione, potrebbe essere in dirittura d’arrivo un nuovo sistema di etichettatura che prevede l’indicazione di origine obbligatoria per i prodotti tessili provenienti da paesi terzi e facoltativa per i prodotti realizzati all’interno dell’Ue (in quest’ultimo caso, l’etichetta “made in” è consentita solo per prodotti realizzati almeno per il 50% nel Paese indicato, due fasi di lavorazione su quattro). Un risultato già raggiunto grazie al pressing delle organizzazioni di categoria sul Parlamento Europeo, è l’obbligo, introdotto gradualmente dentro i confini UE negli ultimi anni, di indicare l’origine di alcuni prodotti importati da paesi extra-UE: carne di pollo e bovina, extravergine di oliva, frutta e verdura fresca, uova, latte fresco, miele e passata di pomodoro ma non pane e pasta, carne di maiale e salumi, frutta e verdura trasformata, formaggi (e infatti abbondano le linguine della Pennsylvania, gli Asiago cheese, le mortadelle turche, i pelati del Maryland, l’olio e il Chianti della California).

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A dare la misura del fenomeno contraffazione vengono in soccorso (si fa per dire) i dati.  Tra quelli in circolazione, rispolverati per l’occasione da Confindustria, ecco i più eclatanti. Sono falsi tre prodotti alimentari di tipo italiano su quattro, due prosciutti su tre venduti come italiani provengono da maiali allevati all’estero e tre cartoni di latte a lunga conservazione su quattro sono stranieri e mancano di indicazione di origine nell’etichetta (Coldiretti); il mercato dei prodotti contraffatti vale, a livello mondiale, 200 miliardi di dollari, pari al 10% degli scambi mondiali totali effettuati (OCSE); poco meno di 130 mila sono i lavoratori occupati nella filiera del falso in Italia (Censis); i danni del mercato della contraffazione per l’economia italiana ammontano a 60 milioni di euro (Coldiretti); nel mondo il primato nella produzione di beni contraffatti spetta alla Cina (che il diritto d’autore non ce l’ha neanche nel dizionario!), seguita da Corea e Taiwan ma l’Italia (che il diritto d’autore sa cos’è) è il principale fornitore, distributore e consumatore di beni contraffatti in Europa; in Italia il settore più contraffatto è quello dell’abbigliamento e accessori moda, seguito dal comparto Cd, Dvd e software e dai prodotti alimentari (Censis); a 5,3 miliardi di euro ammontano le mancate entrate per l’Italia, tra imposte dirette e indirette, pari al 2,5% del gettito fiscale (Censis); 60 milioni di prodotti contraffatti sono stati sequestrati dalla Guardia di Finanza nei primi sei mesi dell’anno e sono quasi quintuplicati gli arresti.

“Un dramma etico per l’Europa”, lo ha definito Andrea Ronchi, ministro per le Politiche Comunitarie, intervenuto alla Giornata Nazionale Anticontraffazione. Un dramma sicuramente per i lavoratori (talvolta minori) impiegati illegalmente nella filiera del falso. Un dramma anche per le imprese oneste che pagano le tasse e i lavoratori fino all’ultimo euro, magari fanno pure Ricerca&Sviluppo ma poi ritrovano il loro prodotto scopiazzato e venduto a prezzi stracciati sulle spiagge o sulle strade dei vucumprà. Un problema che può diventare serio anche per il consumatore, soprattutto quando c’è in ballo la sicurezza, non solo alimentare (comprare ricambi d’auto contraffatti può essere più grave che acquistare finti occhiali griffati, una Lacoste cui si stacca il coccodrillo al primo lavaggio, una cattiva pasta fatta in Grecia spacciata per italiana o un Prisecco che strizza l’occhio al ben più pregevole Prosecco).

E allora la parola d’ordine diventa: difendere il “made in” (Italy nel nostro caso, France nel caso dei cugini d’Oltralpe e via dicendo). Una sacrosanta crociata contro l’illegalità che può nascondere però il desiderio di proteggere settori economici, economie di stati e interi continenti. Certo è che, dopo l’abbuffata della liberalizzazione dei commerci (Doha, GATT e WTO), ora l’aria che tira è cambiata. La febbre dell’etichettatura si diffonde. Ora è tempo di marchi e bollini, loghi e targhette. Nuovi dazi crescono? Hanno ragione gli stati del Nord Europa che si sono opposti finora all’adozione di una normativa sull’indicazione geografica obbligatoria del prodotto bollandola come misura protezionistica? O il loro è l’egoismo (come è autoreferenziale il nostro amore per il made in Italy), di chi non produce prodotti a valore aggiunto e non ha quindi bisogno di difenderli? Certo non ha tutti i torti Valeria Fedeli (Filctem – Cgil, sempre loro!) quando dice: “C’è il tema dell’origine ma c’è anche quello della composizione!” Detto in parole più semplici, per il consumatore il problema potrebbe non essere solo sapere in quale paese è stato realizzato un prodotto, ma anche che cosa c’è in quel prodotto (che una mozzarella sia fatta in Italia può non essere una garanzia assoluta per il consumatore).

Un messaggio positivo alla platea di imprenditori presenti alla giornata Anticontraffazione è stato quello di Giuseppe Ambrosi, Presidente di Assolatte (che non ha gradito la manifestazione del Brennero bollandola come demagogica). Parlando di italian sounding, variante light della contraffazione (in pratica l’insieme dei tarocchi che utilizzano immagini e colori dell’Italia per accrescere l’appeal di prodotti che ben poco hanno di italiano), Ambrosi ha ricordato che “il fatturato delle bandierine italiane sui finti prodotti italiani è di dieci volte superiore a quello delle nostre esportazioni agroalimentari e questo rappresenta un problema ma anche un’opportunità” per le aziende che di quel mercato potrebbero conquistarsi qualche quota. A patto però, aggiungiamo noi, di convincere i consumatori d’Oltreoceano (Usa e Canada ne sono i massimi consumatori con il 40% del totale) che un Parmigiano è meglio di un Parmesan Cheese e un Sangiovese è più buono di un Tuscan Moon. E per questo ci vorrà tempo.

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[Italia Agricoltura Rai]

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