Biolà, vendita diretta e filiera certa

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Meno male che ci sono i “consumatori critici”. Quelli che scelgono il chilometro zero, la filiera corta, il farmer’s market. Quelli che comprano con i Gruppi di Acquisto, che vanno in cascina a prendersi il formaggio, in fattoria a comprare le marmellate e al frantoio a scegliere l’olio. Senza di loro, per molti produttori l’abbraccio della filiera lunga, che fa schizzare una carota da 9 centesimi al chilo all’ingrosso a 1,25 euro al consumatore finale e un litro di latte da 0,30-0,40 centesimi a più di un euro, sarebbe stato letale. “Siamo arrivati al punto che andrebbe bene il commercio equo e solidale per i nostri contadini piuttosto che per quelli dei Paesi poveri”, ironizzava Carlo Petrini un mese e mezzo fa protestando contro i rincari selvaggi che strangolano i produttori primari.

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“E’ necessario rafforzare il potere negoziale di tutti gli attori della filiera alimentare”, ha dichiarato, più forbitamente, l’eurodeputato-agricoltore francese José Bové (ricordate, quello degli assalti ai McDonald’s alla fine degli anni Novanta?) chiedendo al Parlamento Europeo l’abolizione di pratiche vessatorie della GDO ai danni dei contadini.

Non c’è dubbio che per alcune delle aziende agricole in sofferenza (secondo dati Inea, la metà del totale) la vendita diretta è una preziosa boccata di ossigeno nella tempesta della globalizzazione. Non stupisce, perciò, che i contadini si siano messi a vendere il pane e che le aziende agricole vadano a cercarsi i clienti nei farmer’s market (come è ovvio che il successo della vendita diretta faccia venire qualche mal di pancia a panificatori e commercianti).

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Tra gli adepti della filiera corta c’è l’azienda di Giuseppe Brandizzi (in arte Biolà). Non un’impresa qualsiasi ma terza generazione di imprenditori agricoli e allevatori dell’agro romano che hanno saputo fare le scelte giuste al momento giusto. Cominciando da Giuseppe, “mercante di campagna” in un Lazio rurale votato all’allevamento, commerciante di prodotti agricoli e allevatore (l'”ovile dei Torreimpietra”) che acquista e prende in affitto terreni dai latifondisti locali. Prosegue Giovanni, che abbraccia l’agricoltura biologica (e relativi contributi) quando, dopo i vent’anni d’oro del latte, intuisce che l’allargamento dell’Europa all’Est ne avrebbe fatto scendere drasticamente i prezzi. Poi arriva Giuseppe che estende il sistema di allevamento biologico alle vacche da latte e tutto fila liscio fino al crack Parmalat del 2003 quando le ripercussioni sulla società che commercializza il latte dell’azienda lo costringe ad una nuova virata. Dimezzati vacche e latte, nel 2005 Brandizzi tenta la carta della vendita diretta di latte crudo biologico, un settore promettente, soprattutto al Nord. Ai due distributori fissi si aggiunge presto, in occasione della Notte Bianca di Roma dello stesso anno, il furgone refrigerato con il quale Biolà partecipa anche ai mercati rionali, poi rimpiazzati dai Gruppi di Acquisto Solidale e dai Gruppi di Acquisto Popolare (16 in tutto), serviti oggi da due furgoni che attraversano in lungo e largo la città. A dicembre del 2008, sull’onda di una campagna stampa sui rischi dell’assunzione di latte non pastorizzato, avviata dopo il caso di una bambina forse infettata da un batterio contenuto nel latte crudo, un’ordinanza del Ministero della Salute introduce l’obbligo di riportare sulle macchinette erogatrici la dicitura “da consumarsi previa bollitura” e le vendite crollano del 40%.

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Ma la risposta dei consumatori resta positiva visto che i distributori di latte crudo alla spina hanno ormai raggiunto quota 1477 e la diffusione è capillare con 92 province servite. Così come positivo è il bilancio di questa azienda che con la metà delle mucche e il doppio degli addetti (6, compresi gli operai del caseificio) realizza oggi un fatturato uguale a quello di quando c’era papà Giovanni. Meno quantità (25 quintali di latte crudo e 130 kg di mozzarella venduti alla settimana, 6 bestie macellate al mese), più qualità e tecnologia è la strada intrapresa, quasi un rewind al Lazio pre-industriale di nonno Giuseppe con innesti di inevitabile modernità (catena del freddo, pulizia delle macchine che trasportano il latte dalla mucca al furgone, controlli sanitari e gestione degli ordini su Internet).

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Un po’ mucca Carolina un po’ avanguardia distributiva. “Vendendo all’industria non ce l’avrei fatta”, ammette Brandizzi. “Facendo un passo indietro ho ritrovato la dignità di dare un futuro alla mia azienda che oggi mi assicura un reddito adeguato”.  E se i bilanci in ordine sono importanti (“la vendita diretta rende remunerativo il prezzo del latte, venduto al pubblico a 1,20 euro”), vuoi mettere la soddisfazione di sentirsi dire dai clienti che “il latte sa di latte” e “la carne sa di carne”?

I furgoni di Biolà saranno nel pomeriggio di oggi ad Acilia, Colli Aniene e Trieste e domani mattina al Parco degli Acquedotti (Municipio X). La vendita di formaggio e carne è anche su prenotazione. Qui trovate il calendario aggiornato del distributore mobile e avete la possibilità di iscrivervi alla newsletter.
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Foto: Francesco Arena

5 Commenti

  1. Ho troppe fobie alimentari per assaggiare il latte crudo. Anche perché ogni tanto circolano notizie allarmanti sul latte non pastorizzato. Ma forse mi perdo qualcosa di unico, come la carne cruda o le ostriche… Il rischio non dovrebbe essere troppo diverso. O no?

  2. Sono un consumatore del latte di Biolà. Da poco ho provato la carne: è semplicemente straordinaria. E trovo giusto remunerare i nostri agricoltori e allevatori per il lavoro che fanno e per la protezione del territorio dalla cementificazione ormai imperante e incredibilmente incontrastata.Avanti così, siamo con voi.

  3. ha risposto a Davide:
    Questi sono i commenti che ti fanno passare il magone giornaliero da sindrome di Don Chishotte contro i mulini a vento .

    L’ altro giorno mi ha chiamato una signora , voleva delle info , gliele ho date e al termine della telefonata mi ha detto :
    Grazie per esserci , mi sono commosso , a momenti piangevo !

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