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La pizza napoletana sparirà. Almeno come STG, ovvero Specialità Tradizionale Garantita, il marchio di tutela dei prodotti agro alimentari che contempla anche DOP e IGT. Le prefiche hanno iniziato a strapparsi le vesti e hanno messo su anche la data del funerale: 31/12/2017. Sette anni. In sette anni alle attuali velocità può succedere di tutto, compresa la scomparsa della UE (l’Istituzione che si prepara a dare la “mazzata” sul collo della pizza napoletana), ma nessuno fino a questo momento ha pensato di comprendere cosa fare nel lasso di tempo che trascorrerà perché questa proposta di “Regolamento del Parlamento Europeo e del Consiglio relativa ai sistemi di qualità applicabili ai prodotti agricoli” non uccida in fasce (il riconoscimento della denominazione STG è giusto di un anno fa, 9 dicembre 2009 e l’ingresso ufficiale è del 4 febbraio 2010) la pizza napoletana. Non trascorreranno 7 anni, ma un paio di anni davanti a noi ci sono per provare a salvare la pizza. Forse si può provare a immaginare un percorso per evitare il risibile fax di deroga “tipo” quello della pesca di giugno (2010).

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Sono un po’ preoccupati, dopo la battaglia decennale per il riconoscimento della STG, Gino Sorbillo e Francesco Borrelli che stanno discutendo delle iniziative da intraprendere in una riunione da Scaturchio insieme all’eurodeputato Andrea Cozzolino e ad altri chiamati al capezzale della denominazione morente. Entrambi mi dicono che stanno valutando le strade da percorrere per non gettare al vento 10 anni di percorso.

Sì, ma quale pizza ci chiede l’Europa? Quella napoletana come regolamentata dal disciplinare europeo registrato dal Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali con provvedimento del 17 febbraio 2010. O quella iscritta nella G.U n. 120 del 24 maggio 2004? Ecco già in questo avvicinamento alla materia attraverso i documenti ufficiali un sussulto ti prende: ma come? una guerra durata 10 anni per farsi riconoscere la pizza napoletana dall’Europa e non ci si accorge della piccola differenza. Che non è legata al procedimento o agli ingredienti o al carattere tradizionale. L’art. 7 della proposta del 2004 (nota 1) relativo al marchio parla di un’insegna per indicare in quali locali si potrà mangiare la pizza napoletana STG mentre l’art. 7 del disciplinare nel provvedimento del 2010 (nota 2) relativo al Logo parla di un prodotto che ha determinate caratteristiche

stgSiamo partiti da una specificità territoriale di un prodotto servito a Napoli in determinati locali per arrivare a un prodotto urbi et orbi che può essere pizza napoletana STG oppure pizza napoletana e basta. Non è la stessa cosa, ovvio. A leggere le 68 pagine della proposta di regolamentazione delle denominazioni protette appare chiara la linea seguita dall’Europa: occorre difendere gli interessi dei produttori e quelli dei consumatori. La logica della proposta verte su criteri di semplificazione della normativa anche se la strada della riduzione della DOP-IGP ad un solo marchio (che doveva essere l’Igp) non è stata perseguita. Ma si chiede un maggiore rigore e una maggiore trasparenza per arrivare a un’etichettatura comprensibile e logica in tutti gli Stati Membri e una regola che metta la parola fine alla discussione di utilizzo di alcuni nomi (Parmigiano e Parmesan, tanto per citarne uno).

In questo processo di razionalizzazione è stata fotografata la realtà dei marchi di qualità. Che, impietosa come sanno fare i numeri, registra che di Stg ce ne sono 30 contro i 499 DOP e i 460 IGP. Quindi l’Europa ha appuntato l’attenzione su questo scarso interesse verso l’STG ed aveva pensato anche ad un’eliminazione del marchio con un assorbimento nelle altre due categorie. Pericolo (dal punto di vista della pizza napoletana STG) scongiurato. Il problema per la pizza STG a questo punto è un altro.

associazione-verace-pizza-napoletanaL’art 3.1.2 rubricato come Specialità tradizionali garantite dice che “La proposta mantiene il sistema delle denominazioni delle specialità tradizionali garantite nell’Unione Europea, ma sopprime la possibilità di registrazione delle denominazioni senza riserva di nome”. L’Associazione Verace Pizza Napoletana (il cui indirizzo internet è pizzanapoletanastg.it – redirect su pizzanapoletana.org) in una nota su Facebbok spiega qual è la sua posizione: “Il commento dell’AVPN a tale notizia è fermo e deciso:  si deve continuare a proteggere la ‘pizza napoletana’ con la STG senza riserva di nome”. In pratica si deve lottare contro un’indicazione del futuro regolamento comunitario e far cambiare la nozione di STG. Praticamente impossibile perché una protezione senza riserva di nome porta ad autorizzare la “truffa alimentare” basata su un nome non univoco e impossibile da proteggere. Insomma, per lasciare aperta la porta ai pizzaioli di aderire oppure no ad un disciplinare facoltativo e di continuare a fare la pizza napoletana no-stg, si cerca di mettere insieme troppe cose. E si finisce con il mancare l’obiettivo reale, cioè quello di proteggere con efficacia la pizza napoletana.

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Le considerazioni da sviluppare sarebbero anche altre, ma basterà limitarsi a sottolineare l’assurdo di un disciplinare che prevede l’utilizzo della mozzarella di bufala Dop che non può essere considerato un ingrediente della tradizionale pizza, ma solo un effetto della moda che avrà al massimo 10 anni nata dal malcelato desiderio di far assurgere la pizza ad alimento più ricco ed esclusivo. Un’assurdità che ora si paga sia sul fronte della mozzarella di bufala DOP (che appunto ha il “massimo” riconoscimento di protezione) sia sul fronte della mozzarella STG (che verrebbe a trovarsi nella stessa posizione della pizza senza riserva di nome) sia, infine, sull’equivoco che la pizza con un ingrediente DOP sia più protetta di un STG.

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Una posizione, quest’ultima, di cui una comunicazione della commissione riguardante “le linee direttrici sull’etichettatura delle derrate alimentari che utilizzano denominazioni di origine protette (DOP) e delle indicazioni geografiche protette (IGP) come ingredienti” fa immediata giustizia. Nel regolamentare i casi di un piatto con ingredienti DOP o IGP specifica che nella ricetta non può essere introdotto un “ingrediente comparabile” e a titolo esemplificativo rammenta che un formaggio blu sarà comparabile al “Roquefort”. L’ingrediente DOP o IGP dovrà essere presente in quantità sufficiente a conferire un carattere essenziale e la percentuale di ingrediente DOP o IGP dovrà essere indicata accanto alla denominazione di vendita. E quando queste indicazioni saranno rispettate, la Commissione stima che le indicazioni DOP o IGP non dovranno essere indicate per evitare un inganno del consumatore che potrebbe credere che il piatto sia DOP o IGP quando invece lo è solo un ingrediente (o più ingredienti)!

E fa un esempio, guarda tu il caso, riferito alla pizza. I nomi “Pizza al Roquefort” o “Pizza preparata con Roquefort DOP” non saranno ritenuti in contrasto agli occhi della Commissione. Mentre sarebbe inaccettabile una dicitura come “Pizza al Roquefort DOP” che ingenererebbe confusione e farebbe credere al consumatore di avere a che fare con una pizza “interamente” DOP.

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Sembra chiaro, insomma, che per difendere la vera pizza la si dovrà distinguere a partire dal nome. Cosa che non fa il nome “Pizza Napoletana”. Proteggere questo nome sarebbe come proteggere il nome Casa o Cosa. Impossibile, a prescindere da come la si fa. Sembra quasi scontata la prima mossa: cambiare nome e forse l’Associazione Verace Pizza Napoletana potrebbe fare della verace il nuovo STG. Sul tappeto resterebbero altri problemi di ordine “politico”: la coercibilità della pizza secondo disciplinare in un mercato come quello italiano con 25mila pizzerie (1200 a Napoli) e la sostanziale impossibilità di combattere l’utilizzo della dicitura pizza napoletana in una qualsiasi parte del mondo. A tacere che negli States sarebbe sufficiente parlare di Pizza “tipo” napoletana per evitare qualsiasi problema. In Europa vige il principio First to File, che si traduce in un No all’utilizzo di espressioni come: ‘genere’, ‘tipo’, ‘alla maniera’ e alle evocazioni o traduzioni di altra lingua dell’indicazione geografica e No alla registrazione di un nome generico. Negli Stati Uniti, invece, vige il principio First to Use, ossia Sì all’utilizzo di espressioni come ‘blend’, ‘type’, ’style’.

P.S. Ma poi, disciplinare e ricetta permettendo (che potete scaricare qui), perché a Napoli di 1200 pizzerie solo una decina sfornano pizze buone (e napoletane)?

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Foto: Florence Fabricant/ NyTimes

(Nota 1) I locali nei quali viene prodotta la «pizza Napoletana» STG appongono il marchio di seguito descritto.
Il profilo del golfo di Napoli con il Vesuvio di colore rosso, infine la pizza composta dagli ingredienti. Il tutto e’ racchiuso in una circonferenza di colore verde. Sotto il disegno, sopra descritto, compare la scritta pizza (di colore verde) Napoletana (di colore rosso) e nella seconda stanghetta della lettera N, compare l’acronimo STG (colore bianco).
(Nota 2) Il logo che può individuare la “Pizza Napoletana” è il seguente: un‟immagine ovale ad impostazione orizzontale di colore bianco con contorno in grigio chiaro, che rappresenta il piatto nel quale viene raffigurata la pizza, riprodotta in maniera realistica ed allo stesso tempo graficamente stilizzata rispettando pienamente la tradizione e raffigurante gli ingredienti classici, quali il pomodoro, la mozzarella, le foglie di basilico ed un filo di olio di oliva. Al di sotto del piatto, sfalsato, compare un effetto ombra di colore verde, che rafforza, accoppiato con gli altri, i colori nazionali del prodotto. Appena sovrapposto al piatto contenente la pizza, compare una finestra rettangolare di colore rosso, con angoli fortemente arrotondati, contenente la scritta in bianco contornata in nero, con ombra sfalsata in verde con contorno in bianco: “PIZZA NAPOLETANA STG”. Su tale scritta, in alto, leggermente spostato a destra, con caratteri di corpo inferiore e di tipo diverso e di colore bianco, vi è la scritta “Specialità Tradizionale Garantita”. In basso, poi, al centro, con lo stesso carattere del logo, “PIZZA NAPOLETANA STG”, in maiuscoletto, in bianco con contorno nero, è sovrapposta la dicitura: “Prodotta secondo la Tradizione napoletana”.

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