Un marziano a Roma/50. Tartufo da primato alle tre zucche

Tempo di lettura: 4 minuti

Gira che ti rigira il nostro amico verde non ce la fa… Non riesce a starmi lontano e come il maggiordomo dei gialli di Agatha Christie, torna sul luogo del delitto. Così oggi è nuovamente planato sulla mia terrazza. Stavo tranquillo, cucinavo un piatto di pasta aglio, olio e broccolo romanesco, e mi pregustavo la pappata. Fusillo, cotto giusto al dente, broccolo romanesco e aglio e olio in infusione in forno a 70 gradi… provate per credere, da sballo!

Già mi sognavo la pappata, quando sento il rumore familiare dell’astronave di Alfa Centauri, neanche guardo, lo so che è lui, e chiamo Sponzilli, nun ce la faccio a reggerlo da solo. “Andrè che fai? È arrivato Qwerty e dobbiamo portarlo da qualche parte”. Pochi minuti e bussa alla mia porta, intanto ho tacitato l’omino con una fetta di culatello di Spigaroli che mi sono portato da Enologica.

Dove andiamo, pensa e ti ripensa e mi vengono in mente Le tre zucche, un ristorantino romano di cui si parla un gran bene e che per una serie di motivi non ho mai visitato e sono curioso. Partiamo sulle Vespe e in pochi minuti arriviamo al Portuense.

Il ristorante è carino, semplice e curato, senza troppi grilli per la testa. Ci accomodiamo fuori sullo spazio esterno, malgrado sia novembre, questo dolce autunno romano ancora ce lo consente. All’aperto a pranzo si sta ancora d’incanto e il servizio informale e garbato non si scompone troppo alla nostra richiesta.

Anche la carta è semplice e curata e con un giusto tono gourmet che non ci dispiace. Personalmente preferisco luoghi più veraci, ma si capisce che si fa sul serio, anche troppo dalla descrizione minuziosa di ogni singolo piatto, con la solita liturgia di prodotti indicati per nome e cognome.

Ordiniamo:

Purea di broccoli romani con bocconcini di salciccia di maiale di norcia e scaglie di Pecorino di grotta. Un piatto molto rustico e gagliardo, odio i mixer, rendono tutto inutilmente cremoso e questa purea di broccolo non scampa, la salciccia è intensa. Ma nel complesso troppo sapore che non si armonizza mai. Grastrofighetto.

Scaloppa di fegato grasso d’anatra con fichi appassiti al vino rosso e pan brioche. Ma perché a Roma se non fai il foie gras non sei nessuno? Non posso fare a meno di pensarlo quando l’ordiniamo. Però la cottura dellla scaloppa è da manuale, croccante, con una crosticina golosa e piacevole. Alla moda.

Trancio di baccalà alla griglia su patate e pancetta affumicata.  Una bella portata. Il baccalà è generoso nella sua croccantezza, adagiato su una dadolata di patate e pancetta intensa e gagliarda, un piatto di grande armonia e piacevolezza, millimetrico nella cottura, ma perché gli sbaffi di balsamico? Goloso.

Zuppa di ceci del solco dritto di Valentano con maltagliati e polpettine di baccalà. Perfetto comfort food, rassicurante e piacevole. Buonissimi i ceci dolci e nervosi, la croccantezza della polpetta di baccalà a rischiarare fa il resto. Una buona zuppa piacevole per le serate d’inverno. Corroborante.

Tagliolini con il tartufo bianco. Un primo piatto generoso per quantità e profumo, i tagliolini piacevolmente scarichi e sciapi per far spiccare il tartufo di grande qualità. Per ora il miglior piatto di tartufo dell’anno. Buonissimo.

Linguine “Mancini” aglio e olio con filetti di alici del Mar Cantabrico e stracciata pugliese. Una buona intuizione: l’aglio e olio è vigoroso e intenso. Peccato che sia coperto e smussato da una coltre ovattata, la burrata. Nel complesso un primo interessante, ma gravato da un eccesso di voglia di fare. Morbido.

Petto di faraona farcito con il radicchio di Chioggia brasato su fonduta di taleggio. Peccato! Un bel piatto per cottura e intuizione, molto classico e rassicurante, la farcia di radicchio è tritata troppo finemente e gravata da un eccesso di vino, dall’afrore imbarazzante. Sa di vecchia cantina e la fonduta di taleggio non aiuta a rischiararlo. Sbagliato.

Mini tiramisu espresso. Finalmente un dessert dalle dimensioni lillipuziane (come il costo) per chiudere un lauto pranzo con un boccone dolce adeguato. Buono e efficace, nel suo aroma di caffè espresso. Intenso.

Gelato al pistacchio di Bronte in cialda croccante con caramello alla grappa. Al di là della descrizione roboante, un semplice gelato dalla qualità notevole, perfetto per chiudere in bellezza. Rinfrescante.

Il servizio è stato rapido e efficace, non si è scomposto neanche all’ennesima richiesta curiosa del nostro amico marziano. La carta dei vini interessante e dai giusti ricarichi. Il cibo goloso e curioso, anche se fin troppo legato ad uno stile convenzionale e alla moda. L’impressione che ho è che se solo ci credessero di più e indugiassero meno in convenzioni gastrofighette (aceto balsamico, fegato grasso, creme ecc.) avrebbero ampi margini di miglioramento, ma già così non è male!

Conto equilibrato sui 50 Euro a testa con una bottiglia di Sadi Mallot da 50 Euro.

Ristorante Le tre zucche. Via G. Mengarini, 43-45. Roma. Tel. +39 06.5560758

Foto: Andrea Sponzilli

17 Commenti

  1. ci sono stato varie volte, e sono d’accordo… un posto valido, anche se discontinuo. Penso che dovrebbe alleggerire un poco tutto

  2. Si, un posto che riesce quasi sempre a far convivere qualità e prezzi giusti, comunque un buon indirizzo, affidabile…
    A mio parere potrebbe “osare” un po’ di più anche sulla carta dei vini inserendo qualche produttore più fuori dagli schemi…

  3. ha risposto a Fabrizio Vicari: Fabrizio, concordo con il tuo giudizio, ma penso anche che dovrebbe osare meno… fare piatti più semplici, i miei tagliolini con il tarttufo erano veramente notevoli per mano e qualità 😉

  4. Sono pienamente d’accordo con Alessandro: l’impressione che ho sempre avuto a Le tre zucche è che più i piatti sonosemplici e snelli maggiore è la loro resa e la loro piacevolezza.
    In questa specifica visita: tagliolini al tartufo vs linguine, acciughe e burrata.

  5. ha risposto a Alessandro Bocchetti: Grazie del consiglio sui tagliolini…avevo intenzione proprio di riprovarlo in questi giorni, visto che manco da un po’…ora ragione di più per tornarci! D’accordo su maggiore semplicità nei piatti, contrapposta ad una carta dei vini (che come sai noto in modo particolare) meno scontata e commerciale a vantaggio di qualche piccola cantina, magari “naturale”, anche per darle vivacità…

  6. Non voglio entrare nel merito e lungi da me dalla solita discussione tra naturale, “artigianale” (che mi sembra definizione sostenuta da Alessandro e che mi piace molto), e soprattutto non c’entra con l’articolo…un mondo nel quale coesistono grandi vini e cose imbevibili…
    Volevo solo ribadire che esistono poi piccole cantine (e vini), che si rivelano anche “artigianali” che non vengono prese in considerazione dai ristoratori solo per mancanza di coraggio…
    Ieri per esempio mi sono aperto il Rosso di Valtellina 2004 (e parliamo del “base”) di Ar.Pe.Pe. che ho trovato strepitoso…10 euro!

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