Chi l’ha visto? La differenza tra anonimato e fotografia al ristorante

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Valerio M. Visintin si è superato con un post dal titolo “Permettete che non mi presenti” sul suo blog Mangiare a Milano (Corriere della Sera) che mi ha riportato indietro al tempo dell’idea di avviare Scatti di Gusto. Per me, abituato ai periodici illustrati, era giocoforza prevedere la fotografia. Tant’è che già dal titolo di questo spazio virtuale è chiaro l’intento di non farne mancare l’apporto ai lettori. E d’altronde il nome Scatti di Gusto deriva da una mostra (fotografica) lanciata al Vinitaly 2001 (!) nello stand Carpenè Malvolti. Cibo e vino, nulla di nuovo sotto il cielo.

Ovviamente non avevo messo in conto la ben conosciuta querelle circa la riconoscibilità, l’amicizia, il trattamento di favore ecc. ecc. che una simile scelta avrebbe comportato. Nè mi tangeva (e nemmeno mi tange) l’idea che sconti, risparmi, inviti, cene offerte ecc. ecc. potessero inficiare la serenità di giudizio, altrimenti ai giornalisti critici di teatro e cinema, ai giornalisti tester di auto, moto e barche, ai recensori di viaggi ecc. ecc. non dovremmo mai credere per principio preso.

Valerio M. Visintin elenca i 5 punti per cui vale restare anonimi. Non li contesto se non per una visuale che mi si è creata in questo lasso di tempo di narrazione gastronomica: sono molto più cauto e guardingo con chi conosco perchè mi sento di dover fare una tara a me stesso per il pregiudizio che accompagnerà ogni riga che scrivo.

Permettetemi di citare il punto n. 4 per manifesta sagacia: quello che prevede le presentazioni “a consuntivo”:

Un congedo con nome cognome e testata incorporati, come i titoli di coda dei film. Anche questa abitudine non è logica. Avrebbe senso forse soltanto se il critico o l’oste cambiassero mestiere quella sera stessa. Evento per altro augurabile, in qualche caso.

Io desidero solo rassicurare Visintin dell’incolpevole notorietà di cui gode Enzo Vizzari. A Londra, mentre si dibatteva proprio sulla necessità di non avvertire della propria visita per non mettersi in condizione di favore, avevo prenotato non senza qualche difficoltà logistica un ristorante. La gentile signorina (che per fortuna parlava italiano) mi spiegò le complesse condizioni cui avremmo dovuto sottostare per riuscire a occupare per non più di 25 minuti complessivi un tavolo. Dissi quindi ai miei commensali che forse un paio di piatti ci sarebbero scappati vista l’esiguità del tempo a disposizione.

Per fortuna avemmo più tempo a disposizione. Come misi piede nel ristorante non solo la signorina ma anche il maître e perfino lo chef si fiondarono nella mia direzione. Saltandomi. Alle mie spalle era entrato Enzo Vizzari e mai fui più felice di poter pranzare con un importante critico gastronomico che mi rassicurò sulla possibilità di comprendere il livello della tavola nonostante fosse stato riconosciuto nel giro di un nanosecondo.

Timidamente non misi mano alla macchina fotografica (qui le regole per fotografare al ristorante), ma non resistetti alla tentazione di scattare un paio di foto ricordo con l’iPhone (di cui una con tanto di smorfie in stile gita scolastica che vi propongo).

Per il resto ha ragione Visintin. Mi inquieto se non mi riconoscono. Perché vuol dire che non hanno letto Scatti di Gusto. Il che, converrete, è peggio di non essere raccomandati. E si finisce con l’aspettare il menu per dieci minuti con la fame che sopravanza. E voi che siete a Milano, pensateci. Potreste stare gomito a gomito con il “chi l’ha visto” della critica gastronomica. E non lo saprete mai.

Che strano: un critico anonimo le cui critiche non sono mai anonime. Scommetto che non avevate pensato a una simile popolarità nell’era dell’immagine 2.0 quando avete iniziato a fare i foodblogger. 🙂

3 Commenti

  1. Ancora questa querelle… Boh, bisogna semplicemente dividere due momenti nella critica gastronomica, la questione è semplice… Una cosa sono le guide, il lavoro di cronaca e consiglio: un servizio per il pubblico che deve necessariamente tendere a fotografare una esperienza il piu possibile simile a quella commerciale, qui l’anonimato è essenziale, un anonimato che nel senso di non avvertire prima. Se anche mi riconoscono (ed è da parecchio tempo che mi riconoscono 😉 ) cosa volete che accada un po’ di cortesia in piu e qualche attenzione, ma secondo voi chi fa questo mestiere non se ne accorge? Altra cosa è quando facciamo un lavoro di critica e interpretazione, un lavoro ermeneutico. Beh, in quel caso penso che l’anonimato non solo non aiuti, ma sia addirittura dannoso. Non esiste una critica senza un rapporto e uno scambio con l’artefice, l’arte dell’interpretazione si nutre di scambio e conoscenza.
    Ps vincé non ti crucciare se non ti riconoscono raramente… Peggio per loro 😛

    • Nè mi tangeva (e nemmeno mi tange) l’idea che sconti, risparmi, inviti, cene offerte ecc. ecc. potessero inficiare la serenità di giudizio, altrimenti ai giornalisti critici di teatro e cinema, ai giornalisti tester di auto, moto e barche, ai recensori di viaggi ecc. ecc. non dovremmo mai credere per principio preso.

      Forse il punto vero è questo. Non se il foodblogger viene riconosciuto mentre entra

  2. Il mio amico Totò mi ha pregato di riportare questa sua dichiarazione: “Non so chi sia l’impostore che ha firmato l’articolo sul Corriere.it: Totò Quinto Fabio Valerio Massimo Visintin, il temuto critico misterioso, sono io!” In effetti, in occasioni semimondane legate al food, in cui si aggirava con aria intenta e prendendo appunti da rigirarmi per Miracolo a Milano, è stato avvicinato un paio di volte da perfetti sconosciuti che con aria dubitosa ma saputa lo hanno apostrofato “Ma io lei la conosco! Lei è Visintin, il critico del Corriere!! Ma lo sa che la penso come lei / lei non capisce niente / lei…”.

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