“No. Ci sono andato da solo e basta. E tu questa settimana scrivi quello che dico io.”

Ma scusa…

“Niente ma e niente scusa. Anzi, facciamo così: adesso io, Totò, scrivo, e tu, Emanuele, ti prendi le virgolette, e le pronunci bene all’inizio e alla fine di ogni tua battuta. E che siano battute brevi.”
Ma perché…
“Emanuele!!”


“OK, scusa, ecco le virgolette. Ma perché sei andato da solo e vuoi scrivere a tutti i costi il pezzo da solo?”
Semplice: voglio evitare anche solo il minimo sospetto di conflitto di interessi.
“Ma…”
Niente ‘ma’: sappiamo benissimo che Caroline è una tua amica, e che frequenti California Bakery da tempo – e ho visto personalmente a Taste of Milano che le facevi gli occhi dolci, durante lo showcooking con gli chef che facevano cheesecake…
“Allora: se avessi guardato con un po’ più di attenzione, avresti visto che gli occhi dolci non li facevo propriamente a Caroline, ma alla cheesecake enorme che aveva di fronte – e a un’osservazione appena più attenta, avresti notato che ero impegnato in un’attività ben poco seduttiva, come potrai notare dalla foto che mi è stata scattata nell’occasione…”

Ah – capisco.
“E comunque dovresti spiegare chi è Caroline…”

Giusto. Caroline Denti, con il marito Marco, è California Bakery: una serie di negozi sparsi per la città – “A partire dal primo, mitico, aperto in Corso Concordia a metà anni Novanta: lo ricordo benissimo, era una novità, allora i dolci americani erano solo due: le mitiche frittelledinonnapapera e la mitica tortadimeledinonnapapera, icone dell’immaginario topolinesco paperopolitano codificate dall’altrettanto mitico Manualedinonnapapera…”

Certo che devi avere avuto un’infanzia ben strana, tu… Comunque: mi sono documentato, ovviamente: il primo negozio è appunto del 1996, ne sono stati poi aperti altri, in una sorta di colonizzazione dolciaria, e ora ce ne sono cinque (in viale Premuda, via Larga, piazza Sant’Eustorgio, largo Augusto, via Tortona), più un furgone California Bee, più altri in allestimento, più i negozi di Bagel Factory… – “Ecco, la California Bee mi manca, negli altri ci sono stato – devo dire a Caroline di mandarmela sotto l’ufficio!”

E così ho preso e sono andato – da solo (“Però di questa cosa dobbiamo parlare, noi due, eravamo partiti così bene, come lo Sherlock Holmes e il dottor Watson delle dispense, il Nero Wolfe e l’Archie Goodwin del kilometro zero, i Nick e Nora Charles del buongusto…” – Nick e Nora? Emanuele, mi preoccupi… e chi sono?).

Naturalmente, non ci sono solo dolci, anzi, il menu prevede, oltre alle colazioni e ai brunch, piatti che vanno dalla zuppa del giorno ai bagel, agli hamburger, ai pancake, alle cheesecake, ai muffin, ai sandwich, a…
“Ehi! calma!”

Sì, sì, scusa. Avendo solo l’imbarazzo della scelta, e non avendo nessuno a tarparmi le ali del gusto, ho deciso di prendere il Triple Taste Plate: un assaggio, tre piccoli (ma abbastanza grandi, cioè, piccoli sì, ma non tanto piccoli) hamburger: Double Cheese, carne bavarese (per me al sangue) con formaggio Cheddar; White Meat, pollo italiano con formaggio Brie; Veggie Burger, di quinoa. Lasciamo perdere quello vegetariano: buono, per carità, ma a me l’idea del vegetariano che si propone nelle forme della “carne” non piace moltissimo, e magari mi autosuggestiono, ma insomma, non mi ha impressionato molto. Mentre mi sono piaciuti gli altri due, anche se avevano qualcosa di diverso dagli altri hamburger che abbiamo mangiato, non so, forse magari…
“Forse perché gli altri erano belli grossi e rigonfi di carne…?”
Certo! Ecco cos’era…
“Appunto. Questi sono piccoli, sono assaggi, gli altri erano piatti unici!”
Ah – ecco… Comunque, la carne era molto buona, anche l’hamburger di pollo, non male anche il panino, e divertente l’idea di servirteli aperti; buone anche le patine (French fried) col loro rametto di rosmarino.

Vogliamo parlare dei dolci?
“No, che mi impressiono: chissà cosa ti sarai mangiato!”
Allora: io seguo le orme del mio maestro (tu), che se non sbaglio almeno una volta si è preso una doppia porzione di dolce…
“No no: erano due dolci differenti!”
Va bene – ma visto che una fetta sfamerebbe una tavolata di taglialegna…
“Piantala! Hai assaggiato i pancake?”
Ne ho preso uno, non li avevo mai assaggiati, per cui non ho termini di paragone: e sappi che da domani voglio fare colazione con pancake e sciroppo d’acero.

Sulla cheesecake, niente da dire – l’abbiamo appena mangiata a Taste (e qui trovate la ricetta), qui non l’ho presa, ma ho assaggiato i brownie, e un Fruit crumble.
“Cosa sono quegli occhi sognanti? Ho capito che i dolci sono buoni – lo so anch’io. A partire dalla Apple pie, a le torte al cioccolato, e una volta ho assaggiato una Pumpkin pie…”
Insomma – se vogliamo trovare un difetto, oggettivo, ai dolci, è che le fette di torta sono troppo grandi grosse alte (ecco perché gli americani sono spesso sovrappeso, no?). E che sono buone, per cui uno se la mangia tutta, la fetta, anche se è tanta, e ne dovrebbe mangiare meno, ma visto che è buona, no?, la finisce…

Il posto è carino, con tutte queste ceste appese al soffitto (“Ah, sei andato in viale Premuda, vero? Proprio carino… e scommetto che ti sei seduto davanti alle vetrine dei dolci…”), musica non fastidiosa; qualche lentezza nel servizio, peraltro cortese e cordiale.
E adesso? mi ci vuole una conclusione…
“Ah, beh, arrangiati – mi hai espropriato della conduzione, non torno certo per la conclusione.”
In effetti, stavo pensando – e se ci mettessimo in società e aprissimo anche noi qualcosa del genere? Ma ben diverso, con una sua fisionomia ben precisa… che so, una catena di Alabama Bakery, che suona bene, meglio di Wisconsin Bakery, o Massachusetts Bakery, che non sai mai quante esse ci vogliono, o New Hampshire Bakery, South Dakota Bakery…
“Guarda – ci avevo già pensato – tu farai il direttore generale della Alaska Bakery, con i Cod burger, i Nasello rings, i White Bear Burger freshly made (e ovviamente dovrai cacciarli tu, come direttore generale…).”

California Bakery. Viale Premuda, 44. Tel. 02 76011492

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