Settembre 1982. Si inizia il triennio del Liceo Classico e il biglietto da visita è una lezione in Aula Magna. Eugenio Montale era morto giusto un anno prima. Una grave perdita per il mondo letterario e per la professoressa di italiano che aveva in Ossi di Seppia la sua bibbia di riferimento ed andava ben oltre i testi proposti nelle antologie.

Il dogma del correlativo oggettivo era tutto in quel seguitare una muraglia che ha in cima cocci aguzzi e in quel palpitare di scaglie di mare che mi riportavano alla mente alcuni muretti che seguivamo nello scendere a Punta Campanella o a Marina del Cantone. Forse richiamati dalla raccolta Ossi di Seppia che da tributo all’esistenza nella mente deviata di un assaggiatore seriale diventavano i resti della battuta di pesca sotto le Mortelle.

Il contrario di quella esistenza così espressa ne I limoni che (assurdamente per me) non generano felicità.

Leggendo le tracce dei temi di questa maturità 2012 c’è l’Eugenio Montale critico e saggista che non ha un occhio imparziale in Auto da Fè. Anzi, era convinto assertore della necessità di una critica appassionata che sostenga il lavoro creativo dei fraterni combattenti sul territorio del Bello, in quanto non è solamente in gioco il trionfo o la sconfitta di un’idea estetica, ma è tutto un universo di valori che sorge o tramonta con essa, giacché «quando diciamo “bello” o “brutto” mettiamo in gioco un sistema di rapporti che implica tutta la nostra organizzazione intellettuale e morale».

Cito Linkiesta che ha riportato una recensione di Alfio Schillaci fondatore de La Frusta Letteraria che in apertura mi riconsegna alla memoria il barista del Bar Pinguino di Milano che diventa amico di Eugenio Montale e di cui scriverà nel suo primo romanzo, Seminario sulla Gioventù (Aldo Busi era il barista malevolo e linguacciuto).

Un’attività quella del critico e saggista che serve in parte a sbarcare il lunario, ma che oggi permette di riflettere sull’incapacità di volere e di sentire e sulla nuova barbarie del consumismo. “Il progresso consiste nel fare sempre più e sempre più velocemente quello che fanno tutti”. Ma così non si riesce più a vivere nel tempo La conseguenza di questo progresso è che l’uomo non è più capace di vivere nel tempo: “la vita deve essere vissuta, non pensata, perché la vita pensata nega se stessa e si mostra come un guscio vuoto. Bisogna mettere qualche cosa dentro questo guscio, non importa che cosa”.

Chissà se tra i banchi di questa maturità ci sarà qualche gourmet critico in erba in grado di mettere a confronto le voci della critica oggettiva e anonima, pilastri fondanti della letteratura gastronomica, e una critica viscerale e sensuale forse più imperfetta ma più vicina a quel rifiuto aulico che Montale professava con I limoni.

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