Fallimento e arresti, ma il pastificio Antonio Amato lo salva Giuseppe Di Martino

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Mani in pasta e di brutto. Antonio Amato, il pastificio di Salerno (lo stabilimento flagship è Mariconda mentre la produzione è nella zona industriale, sempre a est della città) era un rebus per molti. Come era potuto accadere che un marchio glorioso e in salute che aveva accompagnato la squadra italiana nella galoppata mondiale del 2006 (“la pasta dei campioni”) fosse caduto in disgrazia tanto che il 17 novembre del 2011 era stato costretto a chiudere i cancelli e a mandare a casa gli operai? Lo hanno spiegato le indagini e gli arresti ordinati dalla Procura di Salerno per il fallimento da 100 milioni di euro.

Ai domiciliari sono finiti Giuseppe Amato, 38 anni, amministratore di fatto della fallita Antonio Amato spa; Paolo Del Mese, ex deputato e sottosegretario alle partecipazioni statali nell’ultimo governo Andreotti(1989-1992) ed ex presidente della commissione Finanza della Camera ed attuale vicesegretario nazionale dei Popolari Udeur; il nipote Mario Del Mese, amministratore di fatto della Ifil C & D srl; Antonio Anastasio, consigliere provinciale e capogruppo alla provincia di Salerno del “PdL-Principe Arechi” e l’avvocato salernitano Simone Labonia, già presidente della società comunale di cartolarizzazione Salerno Patrimonio. (il Fatto Quotidiano)

È successo in pratica che hanno mangiato il patrimonio della Antonio Amato a colpi di consulenze fittizie ma ben remunerate utilizzando le casse della società come un borsellino prelevando soldi anche quando non si riuscivano più a pagare gli stipendi ai lavoratori. L’ultimo colpo di scena di una storia che ha vissuto momenti neri anche nella procedura concorsuale con un bando di affitto che ha visto sfilare nomi noti dell’imprenditoria campana desiderosi di mettere le mani sullo stabilimento.

Ci aveva provato Antonino Russo con una offerta di affitto annuale di 810 mila euro superata da quella del costruttore Passarelli – la società è impegnata nella costruzione della stazione Alta Velocità progettata da Zaha Hadid – che con lo stratagemma del rilancio di un euro era riuscito a riaprire la gara e aggiudicarsela con la cifra monstre di 928 mila euro. Un po’ troppo tanto che Passarelli (pur con l’esperienza del pastificio Liguori di Gragnano) aveva fatto dietrofront dichiarando che i macchinari della Amato erano inutilizzabili. Una balla per la commissione tecnica del Tribunale fallimentare e uno stratagemma procedurale del procuratore fallimentare ha rimesso a posto le cose consegnando lo stabilimento salernitano per l’affitto mensile da 635 mila € che erano stati offerti da Giuseppe di Martino, il pastaio di Gragnano che è diventato il Cavaliere Bianco di questa salvezza.

A maggio, infatti, la società ‘‘Dicado”, con sede a Gragnano, interamente partecipata dalla famiglia dei pastai e con un capitale sociale di 250mila euro ha preso in mano le redini dello stabilimento che ha iniziato a produrre pasta corta trasportata a Gragnano per essere imbustata con la ragione sociale del Pastificio Di Martino (in attesa di poter utilizzare il marchio Antonio Amato con l’indicazione della ragione sociale Dicado in etichetta a difesa dei consumatori, come spiega Giuseppe Di Martino nell’intervista) con 19 dei 140 lavoratori precedentemente occupati.

L’obiettivo è quello di acquisire entro un anno la piena proprietà del marchio Antonio Amato per rilanciarlo lì dove i mercati saranno più pronti ad accoglierlo. Innanzitutto su quello londinese (Giuseppe Di Martino aveva sottoscritto un accordo con la società Granoro per la produzione di 600 quintali di pasta al giorno fino al prossimo settembre) e poi nei circa 70 paesi con cui il gruppo industriale ha contatti commerciali. Un impegno che cercherà di riavviare anche la linea di produzione della pasta lunga e quindi degli spaghetti che rumor fantasiosi volevano richiesti subito dall’Angola.

Con le indagini della Procura di Salerno si fa chiarezza sui reali motivi di uno stato crisi che non ha mai toccato la parte produttiva dell’azienda. “Si parte con la pasta, non c’è pasta lunga o corta, ma quella buona quella che dovremo fare allo stabilimento li dove il mercato ci porterà”, aveva detto qualche settimana fa Giuseppe Di Martino all’uscita dallo studio notarile dove aveva firmato il contratto di affitto con la curatela. E c’è da credergli se è vero che il suo principale stabilimento può contare su una produzione di 100 tonnellate/24h nel pastificio Di Martino a Gragnano (circa 35 mila tonnellate l’anno – Garofalo ne produce 80 100 mila, l’Italia intera 3.247 milioni di tonnellate per fare un confronto) con solo 37 unità lavorative di cui 27 direttamente impegnate nelle fasi produttive.

Al mondo dei gourmet, dei pasta-strippati e dei blogger, Giuseppe Di Martino è invece conosciuto maggiormente per il marchio web 2.0 Pastificio dei Campi che ha come mission l’obiettivo di produrre la pasta più buona di sempre (e forse anche la più costosa) e di diffondere la conoscenza della pasta di Gragnano (Giuseppe Di Martino è anche Presidente del Consorzio di tutela) come, ad esempio, con la sponsorizzazione della manifestazione ‘a Pasta che ha portato al Bikini di Vico Equense una settantina di commensali ad assaggiare la pasta proposta in una cena con gli chef Alfonso Caputo, Alfonso Iaccarino, Tonino Mellino, Alessandro Negrini e Mauro Uliassi.

Con l’acquisizione della Antonio Amato anche la pasta salernitana potrà contare sulla esperienza produttiva di Gragnano e aumentare la possibilità di espansione di uno dei prodotti italiani più conosciuti nel mondo.

[Link: Corriere del Mezzogiorno, Repubblica, il Fatto Quotidiano, il DenaroTelecolore, Papero Giallo, made in kitchen]

4 Commenti

  1. Manca lo stabilimento di Capua all’appello che produce conto terzi. Di Martino è fortissimo sul mercato londinese anche se va a Identità Golose con Pastificio dei Campi.

    Non c’è scritto che comprando Antonio Amato compra anche il mulino che per un’azienda che fa tanta pasta è importante

  2. Non è solo il prezzo a lasciarmi perplessa, ma è il costo delle scatole. E’ un vero spreco fare le monoporzioni di un prodotto che la tradizione (perché non riprendiamo questa) non confezionava ma lasciava sfuso

  3. A me fa solo piacere. Amato era una grande realtà a Salerno che merita un futuro. Se poi questo viene garantito da un grande pastaio campano come Di Martino, non posso che essere contenta

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