Sappi che Erba Brusca non mi entusiasma e non credo ai contadini chic

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In ogni appassionato di cibo si cela un piccolo possidente russo. 
Piotr Petrovic Petuch, ne Le anime morte di Gogol dice “Al mattino ti svegli e c’è già il cuoco, e bisogna ordinare il pranzo, poi c’è il tè, il fattore, la pesca e, finalmente arriva il pranzo. Dopo pranzo non fai in tempo a dormicchiare un po’ che c’è di nuovo il cuoco, e bisogna ordinare la cena: poi rieccoti il cuoco, per ordinare il pranzo del giorno dopo. Quando mai ci si può annoiare?”

Come non condividere! Infatti, mentre mi preparavo alla cena da Cavallaro, prenotavo il ristorante per il brunch domenicale e segnavo sul taccuino (non possiedo uno smartphone) alcuni indirizzi per future libagioni.
 Ammetto, però, di non avere la tempra di Petuch: il brunch mi ha stroncato, non sono riuscita a finire dei “leggerissimi” pancake con farina di polenta, timo, pesche e coppa croccante, scelta alquanto azzeccata per una calda domenica di luglio.

In quel tratto di Naviglio Grande vicino a Chiesa Rossa, dove aveva sede la storica Osteria del Tubetto, si trova il ristorante, con orto annesso, Erba Brusca. 
Mi è capitato più volte di sentirne parlare e sempre come di un locale frequentato da vip. 
Forse perché, ormai, fare il contadino è molto fashion.

Mia nonna si svegliava alle 5 del mattino e inforcava la sua bicicletta per andare nell’orto, indossando vecchi abiti e portando un foulard da cui sbucava la faccina di una vecchietta tenace e entusiasta di poter raccogliere e mostrare, a noi nipoti, quello che aveva ottenuto, con estrema fatica, dalla terra. 
Non ci vedo niente di fashion nel mestiere del contadino. Niente gonnellone a fiori, papaveri tra i capelli, spaventapasseri di Oz; nessuna mela lucida da staccare dall’albero e mordere perché, se davvero biologica, 
bisogna considerare l’eventualità che possa contenere degli abitanti (a meno che non si vogliano mangiare anche questi).

Sono annoiata nel sentir dire che tutti vogliono fare i contadini senza rendersi conto di quanto sia impegnativo coltivare per la sussistenza e non per raccogliere qualche foglia di basilico dal balcone di casa. 
Prima “dare del contadino” era dispregiativo come se tutti gli agricoltori fossero zotici e ignoranti; ora, tutti i contadini sono filosofi che hanno scoperto la vera ragion d’essere dell’uomo.

Secondo me i contadini (veri) fanno solo un mestiere, come gli operai o i ragionieri o le ballerine: non sono, per definizione, sapienti o ignoranti.
 Per cui, vedere nell’orto dell’Erba Brusca due giovani, con cappello di paglia sotto il sole del mezzodì, che hanno passato più di due ore gironzolando intorno a dei sostegni e raccogliendo fiorellini, mi ha lasciato perplessa. Sembravano due figuranti. 
Sia chiaro che non faccio dietrologia, l’orto era ben tenuto e in rigoglio, ma mi sono sentita un po’ come Fry di Futurama quando va al parco di divertimenti sulla luna: niente, dell’epopea lunare, viene descritto come lo conosceva lui.

Comunque il posto è carino, all’aperto si sta bene nonostante la calura di luglio.
Navigando sul sito, mi ero convinta dalle foto che una qualche Marianne avesse indirizzato l’impostazione del locale: infatti, lo chef in bicicletta Alice Delcourt è nata in Francia. Quello che non avevo intuito è che ci fosse di mezzo anche una madre inglese e una lunga permanenza negli Stati Uniti.

Il menù del brunch non molto ricco mi sembra coerente con la filosofia di utilizzare le materie prime disponibili nell’orto e quelle reperibili dai produttori di fiducia. 
I main courses però, erano tutti piuttosto impegnativi, per un brunch estivo avrei preferito qualche alternativa più leggera.

Come antipasto: gazpacho nella variante tritata, dall’altro lato del tavolo salumi misti della Cascina Lassi. 
Senza infamia né lode.

Main courses: i pancake di cui sopra, molto stuzzicanti nell’abbinamento pesca-coppa croccante ma abbondanti e, data la tipologia di ingredienti, non proprio leggeri; dall’altro lato del tavolo, hamburger di fassona con patate rustiche, carne gustosa ma niente di particolare.

I prezzi delle portate sono in linea con locali affini; la selezione dei vini è molto accurata, anche se non si scende sotto i 15 euro a bottiglia che, per un brunch, forse è un po’ eccessivo (voi direte, al brunch bevi caffè americano ma con il gazpacho proprio non me la sono sentita). Poi, se il convitato di pietra (visto che non può esprimersi in questo testo ma la sua presenza aleggia) è solito pasteggiare a Chablis da 32 euro a bottiglia (Bessin 2009), allora il conto lievita.

Il personale è molto gentile, sin dalla prenotazione telefonica si sono mostrati cortesi. Ci hanno lasciato al tavolo a chiacchierare ben oltre la fine del pasto e mi hanno cortesemente tappato la bottiglia non finita da portare a casa.

Ho letto recensioni entusiaste sull’Erba Brusca, io non le condivido (direi non male, niente di più), anche se, effettivamente, varrebbe la pena di provare a cena. D’altro canto, io non condivido neppure l’entusiasmo per il Ratanà (Cesare Battisti, lo chef e Danilo Ingannamorte, suo socio sono gli artefici del progetto Erba Brusca con Alice Delcourt). 
Ma questa è un’altra storia.

Erba Brusca – Orto con cucina. Alzaia Naviglio Pavese 286. 20142 Milano. Tel. +39 02 87380711

16 Commenti

    • Ah, ah, non avevo letto l’articolo del Formenti!
      Ci tengo a precisare che il convitato di pietra che ordina Chablis non è lui: è una pura coincidenza.
      Comunque, il pasto del Formenti è molto più interessante del mio, uffa!

      • Il mio pranzo è stato indubbiamente più interessante del tuo brunch. Devo ammettere che la formula del brunch non mi attira molto, non soltanto qui ma anche altrove.
        Ps Comunque anche la chef ammette tranquillamente di non basare la sua cucina sui prodotti del LORO orto mignon, diciamo che sono stati i gastrofighetti a dare questa nomea al locale che rimane secondo me piacevole, magari non da fuochi d’artificio, ma con tutte le carte in regola…compresa una variegata carta dei vini.

  1. Cara Paola, trovo sempre i tuoi articoli molto interessanti, ed ormai i posti che (grazie a te) “devo assolutamente provare” stanno riempiendo le pagine del mio taccuino -ps. Io l’iphone ce l’ho ma trovo molto più stimolante e divertente avere le mie pagine segnate e cancellate-. Devo dire che dopo aver letto questo pezzo non ce l’ho fatta a trattenermi e commentare: ma meno male che finalmente qualcuno osa criticare i cosiddetti “radical chic”!!! Anche i miei suoceri hanno un’orto, uno splendido orto, eppure credimi; non sono certo simili a Patty Smith o Tom Ford 🙂 viva il ritorno alle origini e viva il gusto per le cose genuine e semplici ma per favore: NON FATELO DIVENTARE DI MODA!

  2. concordo totalmente paola! Hai perfettamente ragione! Poi ora c’è questa mania di definire una serie di prodotti come “genuini, nostrani, autentici”, come se si volesse far riferimento ad una purezza passata che abbiamo perduto. Ma il mondo contadino non ha nulla di puro o fresco, è sporco di terra e di fatica. Senza dimenticare che è molto difficile avere un’ampia produzione completamente naturale.

  3. evviva il ritorno alle origini, il gusto per le cose genuine e semplici.

    tutto questo gridato a gran voce con in mano uno smartphone, andando in giro per ristoranti con un’automobile che andrà sicuramente a pipì e che per commentare questi post si utilizza un iPad a dinamo.

  4. mi fa alquanto ridere che una critica che dà del radical chic a un locale poi si lamenti del fatto che le porzioni erano abbondanti.

  5. …mmm vorrei avvisarti di una piccola gaffe in questo articolo…. con nessuna intenzione di fare polemica, sia chiaro.

    “due giovani, con cappello di paglia sotto il sole del mezzodì, che hanno passato più di due ore gironzolando intorno a dei sostegni e raccogliendo fiorellini, mi ha lasciato perplessa. Sembravano due figuranti.”

    Il giovane in particolare è un agronomo e giornalista (persona con la quale mi è capitato di collaborare recentemente, che riconosco anche dalla foto) che ha scritto 2libri inerenti all’agricoltura, uno in particolare sulla cucina e coltivazione delle erbe selvatiche.. inoltre è persona impegnata nella realizzazione di orti didattici (anche a favore di disabili, l’ambito nel quale ho avuto il piacere di incontrarlo) quindi mi viene da sorridere leggere che abbia passato 2ore a raccogliere fiorellini..
    mi sembra più verosimile che stesse discutendo con una sua collaboratrice o qualcosa di simile..

    Detto questo sono davvero molto daccordo nel dire che di questi tempi l’agricoltura sia quasi più un fatto di moda che altro, in alcuni ambienti, però mi chiedo su quali basi si arrivi ad annoverare questo orto fra quelli “artefatti”?

    Vi saluto e ribadisco che il mio commento vuol essere puramente informativo ma doveroso, essendo io una lettrice di questo blog.

  6. Non la ritengo affatto una gaffe, ma l’evidenza che non ho raccolto informazioni, come doveroso in questi casi e, quindi me ne scuso.
    Però, non ho scritto che l’orto mi risultasse artefatto “
Sia chiaro che non faccio dietrologia, l’orto era ben tenuto e in rigoglio”, solo che l’insieme mi è apparso un pò statico, ripeto, non ho mai visto nessun contadino stare tanto a lungo fermo in un orto. Può essere che stesse filosofeggiando con la sua collaboratrice, dopotutto era domenica anche per loro.
    Però, ti posso assicurare che la mia stessa impressione l’hanno avuta anche le persone sedute ai tavoli vicino al mio (una coppia giovane e una coppia matura che continuavano a chiedersi cosa stessero facendo i due nell’orto).
    Questa è per me una lezione, “sempre informarsi con precisione”. Per cui grazie.

  7. scusa Paola, ma leggendo il tuo post la prima impressione è che avresti dovuto intitolarlo ‘cos’ho fatto domenica’. questo articolo non parla di cibo, nè di ristorazione, nè del locale. c’è una critica niente affatto velata ad una tipologia di esperienza (il brunch), ad una tipologia di clientela o di personale del locale (radical chic e compagnia), ad una tipologia di ristorante (l’orto con cucina). in più, mi sembra una frivolezza inutile soffermarsi sulle origini della cuoca: il fatto che tu la pensi francese e in realtà sia americana (ma anche se fosse brasiliana o cinese) non dovrebbe significare nulla per l’analisi che ti proponi di fare, che dovrebbe giudicare semmai la sua cucina. dal mio punto di vista di persona totalmente digiuna di critiche gastronomiche questo articolo dice molto su di te, ma assolutamente niente del perchè hai scelto di scrivere di gastronomia e di ristoranti.
    in più, non vedo cosa ci sia di male se delle persone qualsiasi (milanesi, agronomi, collaboratrici o camerieri che siano) decide di passare qualche ora nell’orto, che sia per diletto o per imparare. non credo che questo fatto possa essere letto come un tentativo di fingersi contadini, credo che non abbia nulla a che vedere con tua nonna o con le nonne di quasi tutti gli italiani che hanno sudato sudore della fronte per cavare dalla terra pranzo e cena. è come dire che se ho una pianta di gerani sul balcone di casa voglio fare la giardiniera.
    in sostanza, se posso darti un consiglio, cerca di capire quello di cui vuoi parlare e perchè, che fai più bella figura.

    • Hai colto nel segno. Scrivo su questo blog per raccontare i fatti miei, un pò come quando, a scuola, si faceva il temino del lunedì.
      E’ divertente, sebbene penso tu non l’abbia considerato tale visto che, probabilmente trovandolo noioso, non lo hai letto con attenzione.
      L’articolo non parla di cibo …leggi a partire da Il menù del brunch …
      L’articolo non parla del locale …ho commentato i prezzi, il servizio e il contesto … ah, forse non ho fatto accenno al colore dei tovaglioli, mi scuso.
      Un critica niente affatto velata a una tipologia di esperienza (il brunch) …infatti, la domenica faccio cose che non mi piacciono per risultare totalmente anticonformista. Semplicemente, non mi ha convinto la proposta di Erba Brusca.
      Mi sembra una frivolezza soffermarsi sulle origini della cuoca … infatti, il retroterra culturale, soprattutto in cucina, non conta nulla, giusto?
      Non vedo cosa ci sia di male se delle persone qualsiasi decidono di passare qualche ora nell’orto … infatti, la domenica vado in giro a molestare contadini urbani perchè mi infastidiscono a prescindere e non perchè detesto che anche il biologico, il km zero ecc… vengano sporcati da logiche commerciali e da mode passeggere (e non mi riferisco a Erba Brusca, il tema è più ampio).
      Le critiche e le segnalazioni sono importanti se costruttive, come quella di Loredana.
      In sostanza, se posso darti un consiglio, cerca di capire quello che leggi, i tuoi commenti sarebbero sicuramente più opportuni.

  8. consiglio a tutti,clienti di erba brusca e aspiranti, di leggere ‘L’anno del giardiniere’ di Karel Capek per arricchire il tema in questione di nuovi spunti..io intanto andrò a dare un’occhiata al luogo per verificare d’inverno sotto una pioggia insistente cosa succede nell’orto!

  9. erba brusca è nella lista dei posti da provare (certo andare fino a chiesa rossa mi scoraggia. io oltretutto non sono nemmeno di milano).
    paola, a me piacciono le recensioni che prevedono anche le sensazioni che si hanno rispetto all’ambiente e alla gente che frequenta il locale.
    e nemmeno io ho lo smartphone ma un telefono aziendale del paleoizoico che non intendo mollare.

    ps.: però ti prego, po’ con apostrofo non con l’accento 🙂
    (tu mi dirai: sì e tu con le maiuscole ? hai ragione, è un mio vezzo. non le uso. da prima ancora di enrico ghezzi 🙂

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