Stroncature. Per Parthenopes ci siamo, per Splendor dobbiamo attendere

Tempo di lettura: 3 minuti

Il posto è bello, diciamocelo. Da fuori e da dentro, con il bancone lunghissimo, i pizzaioli sotto vetro a vista, i tavoli ordinati lungo le pareti, e il piano di su, a ballatoio, con quelli tondi. In più, c’è una folla di gente. Età media abbastanza bassa. Dunque, tutto promette per una serata “occhei”, nel nuovissimo Splendor Parthenopes, che fedele all’insegna ammicca alla napoletanità di un secoluccio e passa fa (il menu come vedremo/ete è parte nopeo e parte napoletano, come diceva Totò, e scritto stretto in lingua) rilanciata a Roma in era postmoderna.

Al banco d’angolo ci stanno pure le pastarelle da merenda e colazione; e la squadra di servizio va veloce (anche se, alla prova dei fatti, non del tutto consapevole di ogni particolare della faccenda, specie fronte vino: ma insomma, siamo in rodaggio, e ci sta). Dunque si parte. Come?

Assaggiando una pizza, invece dell’antipasto, che pare doveroso, oltreché attirante, visto l’ambaradàn piacevole dei ragazzi dietro il vetro in zona forno. La quale pizza arriva, però, come segue: tracce di bruciato evidenti sotto; impasto “naturale” non perfettamente lievitato (il cornicione parla chiaro); e soprattutto la pasta, più che acida, è sapida forte, davvero un po’ tanto. Però, nel complesso, diciamo che un sei politico la pizza lo strappa. Anche perché quel che c’è sopra non è pesante, e non sa di scarso.

Si prosegue: un percorso marittimo e uno di terra, per sentire tutt’e due i lati.

Dunque, scialatielli con lupini limone bottarga di qua; pasta alla genovese di là.

Esiti.

Scialatielli: medi, nella norma; bottarga: non pervenuta; profumo di limone ben percepibile; amalgama del piatto: zero; lupini pochi; totale: mamma mia quant’è timida ‘sta pasta… ma una spintarella no?!?

Genovese: confettura di cipolla, più che altro. Della carne, memoria e tracce. Dolce (troppo) e piuttosto sbiadito il totale.

Tracce di carne e di sapore è anche la definizione che si attaglia alle successive (nel percorso terra) polpette al raù (scritto bene, anzi benissimo. Mentre nella carta dei vini, di cui poi si ridirà per via dei prezzi, campeggia un Falerno del Massiccio – sic! – che come errore è piuttosto… massico). Nella polpetta sedano, mollica e altri additivi fanno l’80% della somma.

Dal lato mare, ecco il baccalà con carciofi (tre slice adagiate nella salsa) e patate. E se il baccalà – cotto talmente lentamente che a un certo punto dev’essersi stufato, malgrado la sua nota pazienza – era un San Giovanni, le patate (piccole, tagliate tonde, slavate e vegetali al gusto, un classico da scuola alberghiera de ‘na vota) sono decisamente un San Camillo, inteso come noto ente ospedaliero romano.

Nel bicchiere, un Taurasi Radici 2007 Mastroberardino (la carta però non riporta annate, si scoprono solo vivendo): a 41 euro, e ci stanno. Ma un po’ meno ci stanno i 52 per Exultet di Quintodecimo e soprattutto i 61 per il Furore della Marisa nazionale. Furore sì, ma dateve ‘na calmata…

Qui si ferma il percorso: per un dolce (di consolazione: ce serviva…) si è passati da Arcangelo (250 mt da Vittoria Colonna, sia benedetta la vicinanza). Tre assaggi al banco, una boccia di bolle come ri-aperitivo, e passa la paura.

Conclusione: Parthenopes approvata, come ambiente ci siamo. Ma quanto a Splendor, pe’ ‘mmò, a tavola, nunn’è ‘ccosa. Si vedrà magari in futuro…  Intanto, adda passà a’ nuttata…

Splendor Parthenopes. via Vittoria Colonna 32/c, 00193 – Roma. Tel. +39 066833710

18 Commenti

  1. Concordo in pieno. La genovese in carta la metti per sfida e io la raccolgo, quasi mi sento obbligato a mangiarla anche se ho voglia di altro. Ma siamo ad un tavolo di 7 gastrocuriosi e anche un po’ fighètti, quindi… per antipasto tre primi: genovese, scialatielli e pasta e patate. Reparto rianimazione (elettrogastrogramma piatto). Tutte e tre da ‘incentivare’. Come la carne per la genovese, la bottarga per gli scialatielli e la paprika per la pasta e patate sono assenti ingiustificate e ingiustificabili. Pizza per proseguire. Sfida anche qui. Ripiene e fritte oltre alle classiche. Scelgo la ripiena. Margherita fuori, ricotta e salame dentro. Impasto sbagliato come lievitazione e temperatura del forno. Salata più che sapida tanto che chiedo dell’acqua, ma il servizio è distratto e le bottiglie da mezzo litro finiscono subito. Questione vino: Falerno ’11 di Villa Matilde (15 €) onesto. Questione conto: tavolo da 7. 3 primi, 6 pizze, 2 bottiglie di vino, 4 d’acqua e 7 caffè = 184 € (26,5 € pp). Onesto. Conclusioni: ottime potenzialità, rodaggio necessario, buone idea e posizione. Ci torno a fine febbraio. Non alzare prezzi, rivedere impasto pizza, conferire grinta a piatti e buon Natale.

  2. Le foto parlano da sole, il cornicione della pizza fa tristezza già solo alla vista, la genovese non è una genovese ma un sugo di cipolle.
    Non parliamo del “ragù” visto nel blog del Sig. Pignataro, una semplice salsa.
    Un locale dovrebbe aprire quando è pronto non prima. I piatti come il servizio si dovrebbero rodare prima non sulle spalle dei clienti.

  3. E’ chiaro e palese che questa recensione è fatta su commissione. Quanto vi hanno dato per farla? Vi confesso che mi avete fatto venire la voglia di andare a vederlo e pure a mangiarci. Quindi, per quanto mi riguarda, a vostra missione distruttiva è fallita.
    P.S. Comunque Ambaradan si scrive senza accento, ne grave ne acuto (chi è senza peccato scagli la prima pietra).

    • Sorry: si scrive Amba Aradam: oggi è sinonimo di casino. In realtà Amba vuol dire montagna e Aradam è la località dell’Etiopia dove nel 1936 le truppe coloniali agli ordini di Mussolini si macchiarono di uno dei peggiori crimini della storia patria, usando gas come l’iprite e lancia fiamme per massacrare e uccidere centinaia di Etiopi ribelli.

  4. Certo che stroncare prima un posto e poi chiudere con la foto e il panegirico di un altro che sta a 250mt di distanza non è normale, in una recensione.

  5. non trovo alcuna operazione di killeraggio nella recensione che apre questo post. mi limito a raccontare l’esperienza che ho vissuto in questo locale nel quale ho avuto la sensazione che si sia puntato più sull’arredo che sulla cucina.
    una gentile ragazza ci accompagna al tavolo. chiedo una pizza per ingannare l’attesa, e arriverà una ventina di minuti più tardi una focaccia fredda; nel frattempo ai miei tre commensali vengono serviti due piatti di “frittini”, tanto grassi da rendere difficile il riconoscimento dei contenuti, probabilmente fiori di zucca e pasta (?); preoccupato dalla partenza, ordino una genovese: non contiene carne, e quando lo faccio notare al gentile cameriere, lui risponde serafico: “Ma nun ce sta ‘a carne nellla genovese”. la sua lingua non è quella di Partenope, accento inconfondibile del Cuppolone.
    tento il colpo di reni finale: sul dolce tipico non si può sbagliare. illuso, arriva un babà freddo, asciutto e afflitto da un definitivo rigor mortis.
    L’unica nota positiva arriva dal barman, ben fornito di alcoli e ansioso di dimostrare le sue capacità: la prossima volta che vado da quelle parti, mi affaccio e gli chiedo un Martini…

    • il problema non è la recensione in sè (anche se sulla genovese mi permetto di dissentire) ma la chiosa sul dolce con tanto di spot incluso… bastava dire “non ce la siamo sentita di rischiare anche con il dolce” e chiuderla lì

      • Bastava fare la recensione di un posto e basta e non il racconto della propria fine giornata. E’ mancato solo il titolo del libro letto prima di addormentarsi.
        Se si desidera una reputazione di imparzialità e oggettività, le regole da seguire in fondo sono poche. Ma solo se la si desidera e non si preferisce invece la rissa a tutti i costi. I click rendono. Purtroppo.

  6. ci sono stato oggi a pranzo. Staff cordiale, ho ordinato due birre e due pizze, una diavola e una scarola. Arriva la prima, dopo cinque minuti arriva un piatto di scarola…No, grazie, ho ordinato la pizza scarola come scritto sul menù. La mia compagna finisce la pizza, a me la mia arriva dopo circa mezzora dall’ordinazione. Io mangio e mentre lei ha finito da un pezzo. Piccola pasticceria alla fine per (forse) scusarsi.
    Conto: 37 euro incluso 5 euro di servizio. 18 euro a testa per una pizza e una birra.
    Troppo rispetto agli standard partenopei a cui si ispira e troppo anche rispetto a quelli romani visto che a quei prezzi mangio meglio da altri parti, in primis Sforno e Gatta Mangiona.
    Ok, il servizio è in fase di rodaggio ma allora non farmi pagare i 5 euro visto gli errori…

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