Barilla dice no all’olio di palma, ma la questione resta: fa male o non fa male?

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Meglio tardi che mai, qualcuno potrebbe (a ragione) pensare.

Qualcuno, ma non i protagonisti della vicenda ovvero Barilla (e Mulino Bianco, suo marchio di prodotti dolci e da forno) che hanno speso ben 10 milioni di euro per gridare al mondo che l’olio di palma fa bene alla salute e all’universo.

Una delle campagne pubblicitarie alimentari più costose, dirompenti e supponenti degli ultimi 50 anni, che si è rivelata un completo e totale fallimento.

Oggi, a 6 mesi dall’ultimo spot pro-palma, Barilla sventola bandiera bianca, la comunità scientifica e l’opinione pubblica trionfano: il temibile olio vegetale è stato sconfitto (e subito rimosso da biscotti e merendine).

Come una fenice, Barilla rinasce dalle sue ceneri e l’atto di riconversione delle ricette è già iniziato: per il momento sono 70 i prodotti palm oil free, ma l’azienda assicura che entro la fine dell’anno la nuova politica riguarderà tutta la gamma.

Da strenuo conservatore, Barilla ora si schiera tra le file degli avanguardisti che vedono già da tempo posizionati altri grandi marchi della GDO tra cui Balocco, Misura, Plasmon, Colussi, Esselunga, Carrefour, Unes e Coop.

Una vittoria per i promotori della filosofia healty is megl che fat: spiccano su tutti Il Fatto AlimentareGreat Italian food Trade che – attraverso innumerevoli petizioni – cercano da anni di ridurre l’utilizzo del grasso vegetale nei processi di produzione industriale.

Nonostante questa battaglia vinta dai sostenitori dell’oil palm free, la guerra resta aperta tra acerrimi nemici e simpatizzanti amici del prodotto di tropicale provenienza.

A onor di cronaca va detto che l’olio di palma in sé non è dannoso per la salute, sono le trasformazioni che subisce a rendere tossici alcuni dei suoi elementi costituenti.

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Inoltre, l’abuso che di questo viene fatto dalle industrie alimentari, aumenta la quantità di grassi saturi (di cui è ricco) che noi ingeriamo, con un conseguente superamento della dose giornaliera raccomandata e un incremento del rischio di malattie cardiovascolari.

Dunque, più che piegarsi per ragioni di marketing ai venti che soffiano verso il si o il no all’olio di palma, i grandi della GDO dovrebbero impiegare le proprie risorse ai fini della ricerca, abbracciare una filosofia di tutela e informazione del consumatore e superare – finalmente – l’impasse sull’amletica questione: fa bene o fa male l’olio di palma? Questo è il problema.

[Immagini: Verdeazzurronotizieetalianfoodnascecrescerompe]

2 Commenti

  1. ok bene togliamo l’ olio di palma, e mi sta bene. Ma con cosa lo sostituiscono? Non c’è il rischio che la toppa sia peggio dello strappo? Mi spiego: magari si utilizzano oli di scarto o di dubbia provenienza magari ancora più dannosi dell’ olio di palma.

  2. Preoccupazione giustificata la tua, ma non credo davvero si tratti di un orizzonte ignoto: esiste l’etichetta degli ingredienti.
    Sinora vi era indicata la presenza di olio di palma (nella dicitura più o meno tecnica scelta), senza che ciò sollevasse grave scandalo. Tant’è che veniva usato anche in una (sfortunata) linea che pretendeva di essere salutista… finita nel dimenticatoio della breve memoria collettiva.
    Ora che la sollevazione popolare più o meno (dis)interessata è riuscita ad escludere l’olio di palma dal perimetro del gastronomicamente corretto, leggeremo altro componente crasso nella lista dgli ingredienti.
    Fino a scoprire, inevitabilmente, le brutture e le storture del nuovo che troppo precipitosamente sostituì il vecchio. Si tratta solo di aspettare, tranquilli, non sulla riva del fiume, bensì al tavolo di colazione. inzuppando i nostri abituali frollini e pastarelle rigorosamente al burro o sugna: che noi l’olio di palma ci ha sempre fatto un baffo 🙂

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