Un dubbio mi ha sempre attanagliato durante gli intervalli al cinema, al teatro e all’opera (quelle poche volte che ci sono andato, ad onor del vero) e, non me ne vogliate, non riguarda mai un nodo della trama ma più frequentemente il da mangiarsi.

I luoghi di intrattenimento citati solitamente dispongono di un semplice bar/caffetteria dai prezzi esorbitanti che nel proprio listino esibisce le Chipster come alternativa più appetitosa.

Spesso quindi andare in sala vuol dire rinunciare a un pasto soddisfacente, l’onnipresenza è un dono che hanno in pochi.

Alba e lo staff di Marzapane hanno escogitato una soluzione a questo annoso problema; se il cliente non va al ristorante, è il ristorante ad andare da lui. Al Teatro dell’Opera approda il menù della chef spagnola (di cui già sono stati riconosciuti i meriti) accompagnati dai vini di Michel (che non ho potuto bere causa guida).

Un oasi di silenzio nel cuore del centro romano che, insieme all’interessante proposta gastronomica, comporta un unicum nel panorama romano. Un’esperienza che si espanderà a breve e che soddisfarà sempre più curiosi avventori; quando gli spettacoli si muoveranno alle terme di Caracalla e lasceranno libero il porticato anche questo verrà invaso dalle iberiche creazioni.

Seduti al tavolo (che è possibile tener prenotato per il periodo di pausa) siamo stati subito accolti con uno Spritz, un cocktail non particolarmente elaborato e conviviale che definisce il tono della serata, disimpegnata ma piacevole, appunto. Una scelta di semplicità che si conserva per tutto il pasto senza però sminuire l’esperienza globale, aperta con una frittura di pesce.

La frittura arriva conservando la croccantezza del trattamento, il sapore del pesce è vivo sotto la pastella e non viene scalfito nemmeno dalla (ottima) maionese emulsionata in cucina dallo chef, delle alici e degli scampi che stupiscono.

Segue (via mare) il polpo rosticciato con crema di rapa rossa e sesamo (13 €).

Il piatto in sé tradisce però un po’ la preparazione che non presenta la crosta tipica del metodo di cottura, difetto che si scorda velocemente quando il polpo si scioglie in bocca. Estremamente delicato viene accompagnato da una rapa altrettanto mansueta finché l’assaggio non vira (bruscamente) la sua direzione, sospinto dal sale e dal sesamo che presentano delle note diametralmente opposte al tentacolo.

Un connubio di sapori interessante e, senza dubbi, il migliore della serata. Consigliato vivamente per apprezzare la filosofia (a mio avviso) dietro il locale.

Secondo tra i secondi è la lingua con crema di arance, la cottura è stavolta il  vessillo della pietanza che si scioglie in bocca grazie a un trattamento accurato che sfibra totalmente la frattaglia permettendole di sciogliersi in bocca. Accompagnata da una crema di agrumi, che contribuiscono a rendere l’esperienza ancora più confortevole, purtroppo risente di una mancanza di “carattere”, donato in parte dai capperi, e il sapore in sé non regge il confronto con la consistenza regina. Il bilancio è però nell’insieme positivo.

Si fa un passo indietro con uno spaghetto di vongole (13 €), il crostaceo paradossalmente non domina la scena a differenza dello spaghetto, amidoso cotto a puntino, soddisfa senza annoiare fino all’ultima forchettata, un classico riproposto impeccabilmente dallo chef senza lasciare molti commenti a riguardo, Bravo.

Celebre è la carbonara di Marzapane (di cui avete anche la ricetta) e per la sua delegazione al Caffè lo chef ha deciso di appropriarsi di un altro piatto emblematico della tradizione romana, l’amatriciana. Proposta con le mezze maniche è un’interpretazione particolare del piatto. “Destrutturata” è stata definita da una mia commensale, impropriamente rende comunque l’idea. Il sugo non è dominato dalla pancetta che, croccante, viene aggiunta in seguito a mo’ di crumble. Il primo che merita più attenzione è di certo questo, da provare (10 €).

Il condimento è invece figlio di un datterino siciliano estremamente delicato. In contrapposizione con l’idea tipica di amatriciana, questa è più delicata con un pepe non protagonista e mai esagerato, tra i primi è il più interessante.

A tentare le nostre papille è di nuovo un piatto di mare, un filetto di rombo con finocchi e arancia. Avvertenza è stata quella di dosare l’uso dell’agrume che a ogni assaggio effettivamente trova gioca facile nel dominare la composizione. I finocchi e il pesce infatti risentono dell’aggressività della guarnizione, da distribuire con cautela a discrezione del convitato. La croccantezza del bulbo si preserva come la morbidezza del pesce, un contrasto piacevole.

Dulcis in fundo è uno yogurt con fragole e frutti rossi (6€), a pezzi e come meringa, il latticino è denso abbastanza da rendere agevole la sua consumazione anche su uno (scomodo) piatto in ardesia.

Menzione d’onore va anche ai sablé con cioccolato al sale richiudono il cerchio.

Un grazie allo chef per l’esperienza e per la conquista, ora so quale teatro frequentare quando voglio mangiare come si deve.

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