Termopolio: recensione della tavola calda di Pompei in stile Guida Michelin

Abbiamo immaginato una recensione della bottega con tavola calda emersa dagli scavi di Pompei nello stile della Guida Michelin

Tempo di lettura: 5 minuti

Sull’antico termopolio emerso negli scavi di Pompei si sono lette le definizioni più fantasiose. Street food, anzi no, snack food. Diciamolo meglio: paradiso della ghiottoneria just in time. E ancora: tavola calda, bottega, spaccio della dieta mediterranea.

Malgrado questi degnissimi tentativi di etichettare l’eccezionale scoperta, la nostra curiosità di italiani non è ancora appagata. Vogliamo saperne di più. In attesa di tornare a Pompei per vedere di persona i contenitori con i resti delle pietanze. Incassati dentro un grande bancone a “elle” decorato con immagini strepitose.

Termopolio Pompei: il punto di vista della Guida Michelin, anno 80 d.C.

Porgiamo dunque al lettore smanioso di sapere, questa recensione ante litteram. Come l’avrebbe compulsata un ispettore della Guida Michelin nell’anno 79 dopo Cristo.

Termopolio: l’ambiente

brocche

I termopolia erano botteghe piccole ma raffinate il cui banco, sporgente sulla strada, riluceva di marmi preziosi.

Per attirare i giovanotti romani più in vista sfoderavano mobili di bronzo dorato, notevoli per forma e raffinatezza del lavoro di cesello. Poi cassettoni di legno intarsiati d’oro e pareti dipinte secondo il miglior gusto dell’epoca.

Il pavimento a mosaico, nella stagione invernale, veniva ricoperto da un soffice tappeto ricamato in colori smaglianti. L’ampia e massiccia vetrata di pietra lasciava penetrare all’interno, anche in pieno giorno, una mezza luce quasi di luna.

Termopolio: l’atmosfera

Termopolio

Le porte mantenevano nell’ambiente un gradevole tepore primaverile. A cui non era estraneo l’ampio braciere in bronzo dorato, che faceva bella mostra di sé sul banco di marmo.

Quel braciere di forma quadrata aveva nel mezzo un recipiente sempre in bronzo, destinato a contenere acqua calda. Nei lati, invece, tante piccole cavità che servivano a scaldare delle pentoline al calore della brace accesa.

Sedie simili a sgabelli, tutte provviste di cuscini, e tavolini monogamba rendevano più comoda la permanenza degli avventori. Che se ne stavano con agio conversando e centellinando, di tanto in tanto: acqua calda mielata, vin cotto, idromele (la famosa “ambrosia” dei romani) e altre bevande calde e dolcificanti.

Un piccolo uscio, chiuso da una porta ricoperta di porpora ricamata, dava accesso a un attiguo gabinetto addobbato con pari lusso.

Al di fuori, un’insegna dipinta raffigurava una bella donna nuda con una cornucopia tra le mani e ai piedi un timone di nave. Nel linguaggio dei pittori di insegne significava che il termopolio aveva la protezione degli dei.

Termopolio: mangiare e bere

Termopolio


Il termopolio proponeva un veloce pasto di mezzogiorno con bevande e cibi caldi, consumati in una sala adiacente al bancone.

Erano molto popolari focacce e olive annaffiate da brocche di vini. Pompei era conosciuta per il suo pane, in tutta la città se ne facevano più di 80 tipi diversi. Il panis clibanarius, morbido e bianchissimo, era il più richiesto.

La popolarissima puls fabata era un patto di fave fritte e immerse nella polenta con la buccia.

Su tutto andava il garum, salsa a base di interiora di pesce e pesce salato, nonché condimento preferito dai buongustai dell’epoca.

Nella parete opposta all’entrata, alcune mensole di marmo sostenevano nei loro diversi piani vasi di ogni forma e materia. Erano pieni di conserve profumate e di purissimo miele, bicchieri e tazze di ogni dimensione e colore, focacce, pasticcini, torte e altre ghiottonerie. Tutto quello, insomma, che potesse conquistare i frequentatori a prima vista.

I termopolia di Pompei tre stelle Michelin

Anatra

Termopolio, da termos, caldo, e poleo, vendo, è la voce greca che indica uno spaccio di bevande calde. Un lusso romano importato a Pompei dalla Grecia sconfitta.

Non tutti gli 89 termopolia di Pompei accoglievano la gioventù dorata e pettegola di Roma. Ce n’erano tanti di minori, frequentati da greci filosofastri e pedanti, dalle barbe lunghe e strascinate come i loro discorsi.

Asellina ***

Tre stelle Michelin, merita il viaggio.

Asellina, dal nome della proprietaria, antesignana di tutte le imprenditrici del fast food, era il termopolio a cui una Guida Michelin del 79 d.C. non avrebbe negato tre stelle.

Su via dell’Abbondanza, la Fifth Avenue vesuviana, era il ritrovo di una clientela medio alta. A piano terra si consumavano i cibi o si beveva del vino, mentre al piano superiore alcune cameriere-prostitute intrattenevano i clienti. Donne bellissime, e che godevano di buona considerazione. Più di una volta hanno firmato le pubblicità elettorali per i candidati alle cariche pubbliche della città.

Lucius ***

Tre stelle Michelin, merita il viaggio.

Sulla stessa frequentata strada si trovava l’arcirivale di Asellina, il termopolio di Lucius Vetutius Placidus. Altro probabile candidato alle tre stelle di quei tempi, era famoso per il larario affrescato (un piccolo spazio dedicato al culto).

È l’esercizio dove sono stati ritrovate monete del valore di 680 sesterzi, il probabile e ricco incasso della giornata. Si può considerare la “casa e bottega” del buon Lucius, barista, chef e proprietario. Infatti un ingresso indipendente permette l’accesso alla sua casa, dove ancora oggi fa bella mostra di sè un triclinio decorato.

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