Disastri annunciati: mozzarella blu e italian sounding

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E non dite che non ve lo avevamo detto. E’ questo il refrain che la Coldiretti di Salerno per bocca di Vincenzo Tropiano, va ripetendo in questi giorni. Già, perché a chi pensa che la faccenda del Brennero, i posti di blocco e gli “inseguimenti” per la penisola a caccia di cosce di maiali olandesi per prosciutti e cagliate per la mozzarella siano fatti nati a seguito della mozzarella blu si sbaglia. Con meno clamore mediatico, Coldiretti aveva già provato a sollevare il velo dell’indifferenza della vera origine dei prodotti in vendita nei supermercati della Penisola.

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Guardate la foto qui sopra. Un bel carico di Mozzarelle della Cammino d’Oro con confezioni da un chilo. Nessun problema, ma forse si tratta di un italian sounding, visto che Cammino d’Oro è la “divisione” italiana dei caseifici Goldsteig che hanno “apportato delle modifiche sul sito internet, ma non ancora per ciò che riguarda l’ambito italiano”. E quindi potete andare sul sito tedesco per assaporare dell’ottima mozzarella prodotta all’ombra dei cipressi in un fantastico casale toscano (?!). Eccolo l’italian sounding che torna a casa lungo un sentiero, un cammino d’oro. Appunto “Gold-steig”. 21.0B.09, la data di imballaggio del carico di “aversane” e bocconcini per il Paese che dovrebbe essere il re della mozzarella (e della cagliata).

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“Oltre un anno fa denunciavamo come il nostro territorio fosse estremamente permeabile all’ingresso non solo di latte fresco estero ma addirittura di cagliate provenienti da Lituania, Ungheria, Polonia, Germania”. Per la Coldiretti di Salerno l’episodio della mozzarella blu suona così come un implacabile “io l’avevo detto”. E l’occasione (golosa, se non ci fosse di mezzo proprio il gusto) per rilanciare un tema che da tempo sta cuore alla più forte delle organizzazioni dei contadini italiani: l’indicazione in etichetta della provenienza di un prodotto, con annesso leitmotif sul made in Italy.

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C’era una volta (e c’è ancora, ma non per tutti) l’indicazione di provenienza. Obbligatoria, tra l’altro, per carne di pollo e manzo, passate di pomodoro e olio di oliva extravergine ma non per carne di maiale, salumi, formaggi e latte fresco. La normativa sull’indicazione dell’origine è infatti stringente per alcuni prodotti ma inesistente per altri. Prendiamo il latte. Nessuna legge vincola il produttore europeo di mozzarelle che utilizza latte proveniente da un paese straniero di indicarne l’origine sull’etichetta. Mentre obbliga, per esempio, i produttori di passata di pomodoro (anche extra-UE, leggi Cinesi) ad indicarne la provenienza sulla confezione. Insomma la legge garantisce i consumatori di passata ma non quelli di mozzarella. Figli e figliastri.

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E perciò le tre signore del Vallo di Diano che hanno acquistato bocconcini diventati Puffi non sapevano che le cagliate utilizzate dal caseificio di Sassano per produrre mozzarella fossero, come ricorda Coldiretti, “una partita proveniente dalla Germania”. E neanche che fossero arrivate in un panciuto Tir dopo aver macinato più di mille chilometri prima di raggiungere la patria della treccia più lunga del mondo. Ora la domanda sorge spontanea. Avrebbero le due signore di Sala Consilina e la consumatrice di Montesano sulla Marcellana comprato lo stesso il fiordilatte, ora al vaglio di Asl e Nas, sapendolo nordico? O avrebbero, una volta rese edotte dall’etichetta, optato per una più garantita (e costosa) bufala Dop? O, al contrario, avrebbero ignorato l’informazione sulla provenienza della materia prima, invogliate dal prezzo? Domande di cui non si conosce la risposta mentre sappiamo, ormai per esperienza (chi non ricorda il caso di Torino quando una signora documentò con il telefonino l’inaspettata metamorfosi cromatica di un latticino acquistato al discount), che se le candide palline diventano blu a contatto con l’aria, la colpa è di un batterio, lo Pseudomonas fluorescens. “La contaminazione, più che dal latte, potrebbe derivare dall’acqua utilizzata per la produzione delle mozzarelle”, ha dichiarato un veterinario dell’ex Asl di Salerno 3 al quotidiano La Città. Di qui a dire che la colpa è “delle fatiscenti reti idriche dei Comuni del Vallo di Diano”, come ha fatto Catello Gallo, membro del Consiglio di Amministrazione del Consorzio dei Produttori del Caciocavallo silano Dop, il passo è breve. Caseificio assolto, Procura permettendo.

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Acqua, igiene, provenienza. Sul banco degli imputati manca però il prezzo. “Per produrre un kg di mozzarella ‘tarocca’ occorrono 900 grammi di cagliata dal costo di meno di 3 euro/kg, mentre il prezzo al pubblico di un kg di mozzarella vaccina di qualità non può essere inferiore ai 6/7 euro/kg.”, ha calcolato la Coldiretti di Salerno. Il consumatore è avvertito: prezzi eccessivamente competitivi possono essere indizio di carenze qualitative del prodotto. Anche di quelle igieniche nel processo di lavorazione del prodotto. La presenza del batterio incriminato, sulla cui mancata pericolosità per il consumatore si sono espressi nei giorni scorsi, con involontari effetti comici, alcuni produttori locali, può essere infatti “considerata come un indiretto indicatore di carenze igieniche del prodotto”, ha dichiarato il veterinario della Asl di Salerno 3. Spesso prezzi bassi la dicono lunga anche sulla qualità della materia prima. E qui torniamo all’indicazione di provenienza. Sapere che una mozzarella è fatta con latte e non con cagliata proveniente da lontano e che il latte è prodotto in allevamenti italiani (dove i controlli sono notoriamente rigorosi”, precisa Vincenzo Tropiano della Coldiretti di Salerno) sarebbe certamente utile per il consumatore. Non lo garantirebbe completamente (la provenienza italiana non è necessariamente sinonimo di sicurezza, più utile sarebbe l’indicazione del produttore) e difenderebbe i produttori seri dai danni di una cattiva pubblicità sul prodotto. “Rischiamo di dover registrare ancora una volta una riduzione degli acquisti di prodotti caseari a danno, indistintamente, di quelli fatti con latte o cagliate importate dall’estero e spacciate come Made in Italy ma anche di quelli realizzati con latte salernitano di qualità”, denuncia la Coldiretti di Salerno.

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Intanto anche la procura di Bologna apre un’inchiesta sulle mozzarelle blu della Granarolo contro ignoti: entro domani dovrebbero arrivare i risultati degli esami dei Nas sui campioni di latticini prelevati in azienda sabato scorso per verificare la fondatezza dell’ipotesi di accusa di produzione e commercializzazione di sostanze alimentari adulterate. Le indagini dei Nas erano partite il 7 luglio, prima che il caso diventasse di pubblico dominio. Il lotto di produzione 188, sottoposto a indagine per il blu piemontese, sarebbe stato prodotto proprio il 7 luglio e quindi nel giorno della verifica congiunta Asl-Nas. L’azienda, che fa della qualità del latte la sua bandiera, aveva respinto le accuse affermando che non ha mai acquistato latte, mozzarella, semilavorati o ingredienti dalla società tedesca Milchwerk Jäger da dove risulta provenire il latte con cui sono state confezionate le mozzarelle blu trovate fino ad ora. Un danno di immagine che passa anche per l’azione del Codacons che ha denunciato la Granarolo alle Procure di Torino e di Bologna e alla Corte dei Conti dell’Emilia-Romagna per pubblicità ingannevole. Sarà colpa dei mille allevatori?

1 commento

  1. La tracciabilita’ del latte e derivati diventa sempre piu’ necessaria per il consumatore un tantinello critico e per il produttore primario con inaspettate aspettative di sopravvivenza ,

    ma tant’e’ , difficilmente si fara’ !

    e’ piu’ facile e necessario decretare cartelli in rosso, limitazioni di uso di additivi non additivi, aumento dei contributi agricoli inps , inasprire la soffocante burocrazia che una tracciabilita’ o provenienza della materia prima per la gioia della globalizzazione !

    Sicuramente la colpa certa e’ dei mille allevatori , Granarolo ha le cagliate pulite !

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