Lo Chef è un Dio, a Milano. Il resto è da rottamare

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Un uomo muore e viene sepolto, e tutto ciò che ha detto e fatto viene dimenticato, ma il cibo che ha mangiato continua a vivere dopo di lui nelle ossa forti o marce dei suoi figli (Calore. Bill Buford)

Il vagone dondola, sono quasi le otto di sera di una lunga giornata, iniziata questa mattina alle sette, sul treno che mi accompagnava alla Leopolda di Firenze, prossima fermata Italia L’appuntamento era di quelli imperdibili, c’era l’Italia di rottamare: due amici ci avevano convocato con l’obiettivo di cambiare il paese.

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Voi mi chiederete cosa c’entra? Il Bocchetti è impazzito e ci parla di politica da Scatti… Calma, calma c’entra eccome, ora vi spiego. Adoro i viaggi in treno, circa tre ore di pace e tranquillità, senza telefoni che squillano, la connessione internet che va a manovella, bambini che chiedono, mogli che pretendono, distrazioni varie… Uno spazio bianco libero e tutto per me. Alla stazione Termini compro un libro di cui avevamo parlato con Vincenzo: Lo chef è un Dio, di Ilaria Bellantoni. Ne avevamo letto come di un pamphlet caustico e ficcante ed ero ingolosito.

Sprofondato nella poltrona dell’Eurostar inizio la lettura. Piacevole frizzante, narra le peripezie di una giovane giornalista milanese che decide di andare in cucina per un mese in un famoso ristorante stellato milanese, apparentemente senza motivo e senza alcuna passione. Il ristorante è in una via centrale della città dal nome francese, si trova in un seminterrato, il cuoco è ieratico e severissimo, Il suo piatto simbolo sono le uova marinate, il direttore del ristorante è il campione del mondo di somellierie…

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Vi ricorda qualcosa e qualcosa e qualcuno? Alla fine si fa anche crescere la barba. Sshhhh… Non ditelo, si chiama Vito Frolla e visto che è il solo personaggio, in un libro pieno di name dropping, con un nome di fantasia: un motivo ci sarà.

La prima metà viene via che è un piacere: leggera, pop, magari un po’ banale, ma un piacevole spaccato dell’impatto in una cucina di un ristorante da parte di chi non ne ha idea, chiaro non aspettatevi Calore, non aspettatevi carne e sangue. Ma solo un delizioso raccontino leggero rassicurante e talvolta caustico come una sfilata di Moschino e un aperitivo cenato milanese. Poi la narrazione inizia ad intersecarsi con incontri con vari altri chef esistenti. E qualcosa inizia a stonare, a suonare meno accattivante. Ma non ho il tempo di apprezzarlo a pieno, sto arrivando a Firenze e che diamine, c’è un paese da salvare!

Solo verso sera, a giornata finita, risprofondato nel mio vagone, continuo la lettura. Ancora il ricordo delle chiacchere della giornata, la richiesta di una intera generazione di accompagnare all’uscita quanti hanno giocato e hanno perso e con la loro sconfitta hanno segnato, anche loro malgrado, la sconfitta del paese intero, continuano a frullarmi per la testa.

Sarà la suggestione di questo sabato diverso, sarà che il tono del libretto inizia a cambiare, sarà l’ossessivo racconto di un mondo gastronomico indicato con nome e cognome, messo alla berlina con gli strumenti più immediati e perle come “guardare uno chef in tivù è come guardare un film porno: guardi qualcuno che fa cose che tu non farai mai”, sarà un amico che stimo (il Romanelli) che esce improvviso dal cappello a cilindro, sarà la descrizione di una società gastronomica molto milanese e ancien régime, ma inizio ad irritarmi.

Nella descrizione dei molti chef che si susseguono, il solo che risulta simpatico è un francese (Monsieur Ducasse). Gli altri tutti rigorosamente milanesi, come se la madonnina fosse il centro della cucina italiana, sono odiosi, antipatici, sciocchi, boriosi e talvolta anche tutto ciò insieme. I critici gastronomici, vengono descritti come una casta di simpatici crapuloni che si dibattono tra il mangiare per hobby o il fare marchette per sopravvivere, ma soprattutto “sono grandi approfittatori, pretendono di non pagare mai”. I soli che si salvano, perché descritti come impiegati, sono i dipendenti della gommata francese. Gli altri, tutti e non propriamente di primo pelo, sono descritti come simpatici fresconi collusi con la ristorazione. Soprattutto sono vecchie conoscenze di un mondo gastronomico, molto nordista e milanocentrico.

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Non una parola su quanto succede in Italia, sulla nuova cucina italiana che sta cambiando le regole dalle  dolomiti all’etna, lungo tutto lo stivale. Non importa che l’enogastronomico sia il solo comparto del made in Italy che ancora gira. È assolutamente marginale che la cucina, le sue tradizioni e saperi siano un patrimonio nazionale. Nisba, Quello che accade fuori una Milano da bere e molto da vestire, non conta. Chi non scrive minimo per un quotidiano e perlomeno da parecchi anni non conta. Persino i foodies, rubando una definizione recente, non contano: sono sbertucciati, come dei fissati pericolosi, propensi a farsi prendere per i fondelli e a scambiare per modernità le vecchie buone cose della nonna.

Mi dispiace una accetta mal affilata, per tagli non propriamente chirurgici, disseziona il mondo della gastronomia italiana malamente e parzialmente. Tra una flute di prosecco al Diana, un buffet di antipasti alla milanese, una borsa di Prada e un tailleur fuorimoda di Max Mara. In un ambiente molto milanocentrico e piccolo borghese che oramai è sempre meno attuale, ci si prende gioco delle manie e vezzi di un’Italia gastronomica terribilmente old fashion ma non ancora abbastanza da diventare interessante.

Il treno arriva a Roma, chiudo il libro e mi viene da pensare che Renzi e Civati hanno proprio ragione, e non solo in politica!

Foto: Grazia, Francesco Arena