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Recensione della Toasteria Gourmet in via Solari a Milano

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Ma si può seriamente parlare di formaggino gourmet? Appiccicando una delle parole chiave dell’esperienza gastronomica di questo decennio a un prodotto industriale?

È quello che cerca di fare il formaggino Tigre proponendo la sua ultima iniziativa, una Toasteria Gourmet in via Solari qui a Milano – fa seguito alla loro toasteria temporanea in Ticinese e a quella “stabile” in Festa del Perdono, davanti all’Università Statale.

E allora? “Tigre è sinonimo di gusto, qualità e genuinità dal 1924. I nostri prodotti sono pratici e versatili, da sempre riconosciuti da ‘quel buon sapore…’. Con la stessa passione per la qualità e il gusto reinterpretiamo il toast, rendendolo più creativo e ancor più gustoso.”

E in effetti a me (e a molti: sono sul mercato da 90 anni) piacciono, i formaggini Tigre: non foss’altro per quel portato di ricordi d’infanzia, un’infanzia ormai lontana, risalente ai tempi in cui tutti i discorsi di genuinità e simili erano confinati a quello che ci dava la nonna, in campagna, da portare in città, e i formaggini industriali, e le sottilette, erano buone da mangiare e basta. Le Tigre, poi, avevano quel gusto di Emmentaler…

Ma allora: cosa c’è che non va? Direi l’accostamento terminologico, il formaggino, la sottiletta presentati come “gourmet” mentre semplicemente entrano in preparazioni che potrebbero essere definite tali, in quanto più elaborate del semplice toast con la fettina di prosciutto. E in parte anche l’abuso nell’uso di una terminologia “alta”, o presunta tale, per qualsiasi contenuto. Non è forse questo il motivo della diffusione di “chef” al posto di “cuoco” – usare un termine ritenuto “alto”, in quanto francese? E se i francesi continuano a ripetere che la loro cucina è la migliore del mondo, noi non facciamo altro che andar loro dietro, un po’ acriticamente. Il termine italiano suona meno bene, meno nobile. Aggiungiamoci il continuo “Sì, chef” pronunciato in una serie di trasmissioni televisive a partire da MasterChef (peraltro, MastroCuoco non suona proprio benissimo), e il gioco è fatto. E mentre molti giovani si scherniscono, più o meno modestamente, di fronte all’appellativo di “chef”, “No no, io sono solo un cuoco” (solo??), il solito, grande Gualtiero Marchesi corregge chi gli si avvicina con le labbra a forma di “sc”: “No! Io sono un cuoco!”.

La creatività e l’innovazione che caratterizzano la cucina e la comunicazione nel mondo del food – opps, del cibo – in questo scorcio di inizio millennio, non sembrano esercitarsi con altrettanta maestria e inventiva sul vocabolario che ne illustra i vari aspetti. Il nuovo locale, il nuovo cuoco, la nuova ricetta saranno indubitabilmente “interessanti” – né buoni né cattivi? Da lasciar lì, da rivedere? Forieri di promesse future o latori di promesse non mantenute?

toast Milano

Insomma, la sottiletta gourmet nella toasteria bistrot gourmand, non mi convince. A proposito, segnaliamo con piacere il risorgimento del toast, assurto a nuova dignità gastronomica dopo un periodo di oblio: per noi amanti della vecchia formula “pan carrè-sottiletta-prosciuttocotto”, a volte impreziosita dall’aggiunta di una cucchiaiata di giardiniera (già – dov’è finita la giardiniera?), questo rinnovato interesse per il toast a Milano non può che far piacere. E poi a mangiarli, i toast della Toasteria Gourmet, ci sono andato, e non sono niente male. Magari proprio per la sottiletta, o il formaggino. Ma gourmet…

Ora aspetto con impazienza “dado foodie”, “polenta pronta gourmand”, “sofficino gourmet”. Magari tiriamo fuori anche una patatina, gourmet?

Opps… sofficini e patatine ci sono già…?

Di Emanuele Bonati

"Esco, vedo gente, mangio cose" Lavora nell'editoria da oltre 40 anni. Legge compulsivamente da oltre 50 anni. Mangia da oltre 60 anni. Racconta quello che mangia, e il perché e il percome, online e non, da una decina d'anni. Verrà ricordato per aver fatto la foto della pizza di Cracco.

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