Luciano Cucina Italiana nel centro storico di Roma è luogo ideale per i turisti amanti della tavola. Il locale segna un taglio netto con il recente passato da stella Michelin di Luciano Monosilio: l’ambiente, dinamico ed easy, è ben lontano dalle sale rigorose della Rossa e pare strizzare l’occhio a quegli arredi che spesso si vedono in progetti proiettati a futura e indefinita replicabilità.

Ad accogliere è un bel bancone a vista con pasta fresca prodotta internamente, cui segue l’angolo pizzeria affidato alla gestione di Elio Santosuosso, già pizzaiolo de La Gatta Mangiona.

Il menu conferma la sensazione iniziale di un concept ideato per portare in tavola i due pilastri della dieta mediterranea, senza particolari formalismi del personale di sala e della mise en place “fai da te” con il tocco vintage di una vecchia scatola di latta dalla quale tirar fuori il necessaire.

Una idea carina che dovrebbe evocare piacevoli ricordi, oppure risvegliare il desiderio di un dolce o allietare il costo di 1,50 € di coperto servizio sul conto finale.

L’offerta è strutturata con una decina di antipasti che spaziano dai fritti “tipici” di una pizzeria ai grandi classici italiani, passando attraverso abbinamenti meno scontati. I primi si dividono tra i piatti di tradizione romana (carbonara, cacio e pepe, amatriciana), ricette bandiera dell’Italia gastronomica, interpretazioni contemporanee e paste ripiene. Se i secondi e i dolci seguono la linea della rivisitazione di preparazioni italiane e romane, le pizze sono un omaggio all’anima partenopea e all’estro di Elio.

Assaggio obbligato, la carbonara (15 €) di cui autorevoli penne hanno scritto in passato, si presenta qui in una veste più autentica, volutamente meno raffinata nell’aspetto visivo di quella servita alla tavola di Monosilio e nella sala di Pipero. Il piatto, dalla salsa generosa e dalla pancetta a tratti di dimensioni eccessive, è nel complesso equilibrato e rispecchia lo stereotipo che tanto gli Italiani quanto gli stranieri hanno di questa ricetta nazional-popolare.

La pizza, invece, è realizzata – ci spiega Elio Santosuosso – sulla scia napoletana ed è caratterizzata da una lunga maturazione ancora in fase di perfezionamento.

L’assaggio, infatti, rivela – nella versione Margherita basic (10 €) – un equilibrio non pienamente raggiunto ma che sappiamo vicino, e per il quale il giovane pizzaiolo studia costantemente.

Meno convincente la razza in padella con broccoletti ripassati e salmoriglio (18 €), dai sapori forse troppo netti e dagli abbinamenti che, leggendo la carta, si immaginano lievemente differenti.

In pieno stile romano. Il tiramisù (7 €) rimane nella media dei fine pasto della capitale senza stuzzicare la voglia di un bis.

Completa l’esperienza gastronomica una cantina giustamente contenuta, nella quale il “vino della casa” si affianca ad etichette di piccoli vignerons selezionate con sapienza per offrire uno spaccato dell’Italia vitivinicola come l’ottimo fiano di Ciro Picariello (30 €).

Luciano Cucina Italiana. Piazza del Teatro di Pompeo, 18. Roma. Tel. +39 06.51531465

[Immagini: Vincenzo Pagano]

6 Commenti

  1. Auguri a Monosillo, ma il coperto nel Lazio è vietato dalla Legge Regionale n.21 del 2006. Oltretutto per una mise en place “fai da te”?! Si sa che i vigili urbani a Roma (pardon, gli Agenti di Poliza Locale di Roma Capitale) ci sono ma non sono, come dire, particolarmente efficaci, tuttavia sarebbe il caso che cominciassero a far applicare le leggi esistenti.

    • Egregio Viaggiatore, ci scusi per l’imperfezione del testo: in realtà nel menu è correttamente indicata la voce Servizio che è ammissibile per un esercizio con servizio al tavolo. L’abitudine di chiamarlo coperto può generare confusione, ovviamente. Grazie per l’intervento

  2. Ringrazio per la replica e la pronta correzione, ed è vero che il “servizio” non è vietato, come anche nei parecchi ristoranti che dal 2006 fanno pagare il “pane” anzichè il “pane e coperto”. Peraltro nei locali che applicano il servizio (come se in alternativa fosse ammissibile andarsi a prendere i piatti da sè in cucina), questo è di solito indicato in percentuale, mentre una cifra fissa che senso ha? oltretutto nella versione inglese, diventa magicamente “cover charge”: se non è zuppa è pan bagnato, per restare in tema di cibo. Ne approfitto per lanciare un’idea connessa: noi italiani non ci rendiamo conto di come molti ristoranti, soprattutto turistici, carichino una percentuale di servizio che può arrivare al 20%, ma soprattutto o solo agli stranieri. E’ indicata in menu, quindi niente di illegale e noi italiani non la notiamo, perchè non ce la applicano o ce la “scontano”. Posso riportare addirittura un ristorante che riporta in menu “servizio dal 3 al 15%”: praticamente un prezzo ad occhio. Che questa pratica esista, si riscontra dalle recensioni degli stranieri su TA e basta presentarsi parlando in inglese (a me capita di accompagnare amici e colleghi – le cose poi cambiano quando mi rivolgo al cameriere in italiano), per rendersi conto della differenza di trattamento in molti locali. Mi scuso se ho approfittato di questo thread che non c’entra: potete pure cancellare. Resto a disposizone se volete approfondire, cosa che credo valga la pena e possa generare un articolo interessante.

  3. Cortesemente sarebbe auspicabile anche correggere, nel testo dell’articolo, il richiamo alla “pancetta” quale ingrediente della carbonara visto e considerato che oggi si usa il guanciale e che lo stesso è riportato anche come ingrediente nella ricetta scritta nel menù. Grazie

  4. Si prega di verificare anche l’uso delle farine per la pizza: mi è stato detto che l’impasto è al 90 per cento di molino Caputo.

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