Per qualche retaggio culturale ormai fin troppo radicato, vedere al ristorante un tavolo con un singolo commensale ci stupisce, ci imbarazza, ci fa titubare.

L’andare al ristorante in solitaria viene spesso considerata una conditio dubbiosa che porta con sé uno strascico di interrogativi e ipotesi che cercano una giustificazione al tavolo da uno. La prima ad essere messa in discussione è la natura del commensale, al quale viene appioppata una funzione sociale con accezione più o meno positiva: dal critico enogastromico al super manager in trasferta, dallo sfigato sociale al voyer con tendenze Mukbang.

Eppure mangiare al ristorante da soli ha per molti un odore di libertà: nessun compromesso per la scelta del vino, nessun silenzio più o meno imbarazzante da colmare, nessuno sguardo da dover sostenere. Qualcuno rischierà di essere tacciato di misantropia, ma mi sento di dire che è un rischio che vale la pena correre.

Siamo tutti d’accordo sul fatto che il cibo sia condivisione, convivialità, collettività, socialità, comunicazione e va bene così, ma ogni tanto il potersi concedere una sana mangiata al ristorante in totale solitudine ci ricorda il gusto, il tempo e la maniera in cui riusciamo ad assaggiare un piatto senza troppe influenze in una dimensione scelta e voluta esclusivamente da noi.

Quanto citato vale ovviamente per entrambi i sessi, sulla questione età invece il giudizio si amplifica in maniera inversamente proporzionale: più la solitudine gastronomica è giovane, più gli interrogativi tendono ad infittirsi.

Tralasciando per un attimo i pareri esterni, per cercare di edulcorare disagi e titubanze interiori davanti ad una singola mise en place possiamo ricorrere a diversi escamotage senza per forza dover far ricadere la scelta su un delivery casalingo.
Primo tra tutti il nostro amico smartphone, ma anche libri e giornali sanno essere dei validi collaboratori. Se invece decidiamo di immergerci totalmente nell’ambiente circostante senza palliativi di vario genere, una buona soluzione e di altresì facile socializzazione è mangiare al bancone. La moda del gastrodesign con la cucina a vista è ormai diventata imprescindibile per molte realtà ristorative contemporanee dove si può sfruttare la posizione strategica per scambiare due chiacchiere con lo chef o con il vicino di sgabello.

C’è qualcuno poi che già qualche anno fa ha pensato ancora più in grande, proponendo ad Amsterdam un temporary restaurant con tavoli esclusivamente per singoli commensali.

Chissà che un giorno l’idea non arrivi anche quaggiù e ci aiuti a superare il tabù del tavolo da uno.

[Immagini: Thrillist, Andershusa]

3 Commenti

  1. Sinceramente mi capita spesso di andare a mangiare da solo, e mi capita da oltre 20 anni, eppure raramente non ho mai notato questo ostracismo, sinceramente. Vero che nella maggior parte dei casi mi capita all’estero, per motivi lavorativi, ma lo faccio molto spesso anche in Italia – soprattutto a pranzo – e non mi sono mai sentito fuori luogo. O magari non mi sono mai accorto che la gente mi guarda come un animale allo zoo, può essere: di solito sono immerso nelle mie letture, quando non sono accompagnato.
    Però il social table proprio no, non lo sopporto. Se voglio socializzare mi siedo al bancone di un bar: il ristorante è un’esperienza che preferisco condividere solo con pochi intimi. Soprattutto a Milano, dove i social table sono spesso luoghi di incontro di millenial e 50enni che si sentono Vacchi. Non li disdegno in qualche grezza ma valida trattoria, dove però non li chiamano “social table” ma ti dicono “c’è posto solo di fianco a quel tipo/quei tipi lì” ^_^

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