L’indignazione corre sul web. Slow Food non può vendersi alle multinazionali e quindi bene ha fatto a scaricare Lurisia che si è venduta a Coca Cola per 88 milioni di euro.

Anche se l’operazione è targata Oscar Farinetti e Eataly.

Il mantra di Slow Food è in soldoni giammai con le multinazionali, viste ancora come il Male assoluto. Probabilmente l’analisi di fondo è corretta, ma forse un po’ manichea. Lo ammette lo stesso Farinetti parlando con Repubblica: “nel ’68 anche io ero contro l’imperialismo delle multinazionali. Ma da allora queste realtà sono cambiate e migliorate” (potremmo metterci McDonald’s che non usa più le cannucce di plastica?).

Aggiunge Farinetti, a proposito della presa di posizione di Slow Food, di essere sicuro che “tra un po’ si siederanno a un tavolo con la Coca-Cola per parlare dello spirito dell’accordo e dei progetti del gruppo Usa. E poi vedremo”.

Da Cheese, la manifestazione di Slow Food sui formaggi in corso a Bra, arriva la risposta di Carlo Petrini: “A chi mi sta dicendo che una multinazionale è un cosa buona e che dovremmo aprirci alle multinazionali dico che vorrebbe dire dimenticarsi di 33 anni della nostra vita e buttarli via, cioè dire che abbiamo scherzato”.

“Con le multinazionali bisogna avere un dialogo,” ma “restiamo fermi come sempre a fianco dei piccoli produttori. Sono loro che fanno la differenza nei territori, che fanno economia reale e che fanno identità culturale”.

Quindi i produttori del chinotto o del bergamotto non dovranno più venderlo a Lurisia? O Slow Food resterà al loro fianco anche nel caso di una scelta del genere?

“Il fatto che Atlanta metta dei soldi per investire in un’azienda artigianale italiana è un ottimo segnale per il nostro Paese. Creerà nuovi posti di lavoro, continuerà a comprare il chinotto dagli agricoltori savonesi che aiutiamo da anni. E salvaguarderà lo stile e le radici tricolori del marchio,” ribadisce Farinetti.

Sulla stessa lunghezza d’onda Piero Bagnasco, attuale presidente e amministratore delegato di Lurisia (che rimarrà nel consiglio di amministrazione): “Siamo soddisfatti che il più grande gruppo mondiale di beverage abbia voluto concludere questa operazione, riconoscendo l’eccellenza e l’artigianalità dei nostri prodotti, che hanno un forte legame con il territorio”. Il che fa pensare che gli acquirenti abbiano dato assicurazioni per quanto riguarda livelli occupazionali, proseguimento dei rapporti coi fornitori, eticità e sostenibilità. Certo, si fa presto a non rispettare gli accordi, e abbiamo avuto una serie di esempi poco edificanti nel passato di multinazionali infingarde. Ma non è detto che debba essere per forza e sempre così. “L’accordo,” spiega l’imprenditore, “è quello di preservare, in un’ottica di crescita, le caratteristiche di esclusività del marchio a livello globale”.

“A volere essere radicali si può decidere che vogliamo ribaltare il modello sociale in cui viviamo chiedendo la chiusura delle multinazionali”, dice ancora Farinetti. Ma “è molto più efficace nel lungo termine dialogare anche con le grandi aziende internazionali, convincendole ad accettare i nostri valori e le nostre regole. È nell’interesse di tutti”.

Leggiamo in un approfondimento di Food che, stando al bilancio 2018, Acque Minerali, la società acquisita, ha riportato un margine operativo lordo (ebitda) pari a 4,4 milioni di euro e sarebbe stata quindi pagata ben 20 volte questo indicatore finanziario. Un “multiplo di bilancio” decisamente molto elevato per un’azienda del settore alimentare che opera in un segmento maturo come le acque minerali e le bibite analcoliche. Se però l’ebitda considerato per i conti fosse quello del 2017, ovvero 5,8 milioni di euro, questo multiplo scenderebbe a 17-18 volte – ma possono essere entrati nella valutazione anche altri correttivi.

Per fare un confronto, nel 2017 Campari ha ceduto Oransoda e Lemonsoda a Royal Unibrew (ovvero, la birra danese Ceres) per 80 milioni di euro, che comprendevano anche lo stabilimento di produzione di Crodo (Vb), che secondo Food, da cui abbiamo ripreso i dati, potrebbe essere vicino (grazie a una serie di altre considerazioni) a quel 20 di Lurisia. 

Sempre secondo quanto scrive Food, con questa operazione Coca Cola Hbc Italia ha acquisito una fonte di acqua minerale, e quindi un prodotto strategico, dopo che le etichette lucane Lilia e Sveva sono state cedute interamente alla The Coca-Cola Company (nel 2008), rendendo Hbc Italia un semplice distributore. Ricordiamo che la filiale e la casa madre hanno acquistato insieme Lurisia, anche se non è dato sapere con quali quote rispettivamente.

Peraltro, con Lurisia, Hbc potrà riposizionare verso l’alto la sua offerta. Infatti Farinetti era riuscito, con grande abilità, a renderla un’etichetta da alta ristorazione, grazie al vetro della bottiglia disegnata da Sottsass, ai nomi Bolle e Stille invece di frizzante e naturale, e rendendola acqua “ufficiale” di tutti i ristoranti di Eataly, compresa la recente inaugurazione ViVa Viviana Varese a Milano. Un’operazione che ricorda da vicino quella che ha fatto San Pellegrino creando la classifica dei 50 Best Restaurants.

Sarà interessante vedere proprio se e come cambieranno i rapporti commerciali con Eataly, ma anche come verranno gestite le bevande gassate Lurisia dalla Coca-Cola.   

[Link: Agi, la Repubblica, Spazifood, Food, Business Insider]

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