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Un po’ l’avevano presa come 15 giorni di vacanza a casa e poi si riprende.

La diga eretta dal coro unanime di pizzaioli che bollavano la consegna a domicilio della pizza e si sono appiattiti sulla linea dura e pura della chiusura totale imposta dal Presidente della Regione Vincenzo De Luca, mostra le prime incrinature.

Un post di Massimo Di Porzio della Fipe campana, la Federazione Italiana Pubblici Esercizi, e segretario dell’AVPN, l’Associazione Verace Pizza Napoletana, insieme alla Confcommercio vuole forzare la mano a De Luca.

Vorrebbero chiedere la riapertura delle pizzerie limitata al delivery. Opzione già rispedita al mittente Confcommercio che aveva mandato una lettera in tal senso.

Il consenso generato dalla disposizione iper restrittiva (a Milano e a Roma il delivery funziona e ci sono i napoletani Condurro e Sorbillo o i cilentani Da Zero) e dalla considerazione che la consegna a domicilio sarebbe acqua che non spegne la sete, cioè i ricavi sarebbero insufficienti a coprire i costi della riapertura, è stato cavalcato politicamente.

Ma i pizzaioli abituati alla strategia della comunicazione a suon di like e di visualizzazioni di storie su Instagram hanno segato da soli il ramo dell’albero su cui stavano seduti.

La presunzione di credere in una riapertura di 15 giorni come se il Coronavirus fosse equiparabile alle vacanze di ferragosto ha creato la tempesta perfetta: macchine delle pizzerie inchiodate, azzeramento delle scorte, disabitudine dei napoletani e dei campani di mangiare pizza (del pizzaiolo) più volte alla settimana.

Ci siamo messi anche noi a far commettere l’altro errore: i challenge di fate la pizza a casa che ha di fatto svilito il ruolo dei pizzaioli: da Maestri a pizzetari di casa.

D’altronde fare comunicazione in tempi di emergenza è roba da strateghi militari e di Coca Cola (cercate su Google e vedrete cosa significa crisis management).

Io (vado con il celodurismo gastronomico) sono sempre stato a favore del delivery anche se consapevole che una mandria di rider con motorini scassati che vanno contromano non sono certo l’esempio migliore di consegna a domicilio.

Ora Fipe, Avpn e Confcommercio vorrebbero opporre al consenso deluchiano il consenso dei più forti pizzaioli: i Salvo, i Pignalosa, i Condurro, i Sorbillo e via discorrendo.

Se i più forti sono a fare questa richiesta in un mercato del food trainante con ennemila pizzerie come potrà dire di no il navigato politico a una richiesta del genere?

Poco avvezzi alla politica, mi sa, perché più che convincere De Luca bisognerebbe convincere i milioni di consumatori della pizza in Campania che la pizza da asporto non porta il Coronavirus in casa.

E come, si chiederanno in tanti, prima avete chiuso per la sicurezza dei lavoratori e dei loro figli e ora dovete aprire perché servono soldi?

Ma la pizza è bene alimentare di prima necessità, si chiederanno?

De Luca farà marcia indietro? Io mi auguro di sì a fronte di sicurezza sulla lavorazione e sulla logistica.

Ma già da ora temo che moltissime pizzerie non potranno rispettare quelle minime prescrizioni ipotizzabili come lavorare al forno a un metro e passa di distanza o assicurare il contactless delivery che vuol dire anche pagare online e non con i soldi in contanti.

Ma ecco il post di Massimo Di Porzio che in maniera timida dice: “Stiamo raccogliendo i nomi dei locali dei pubblici esercizi disposti a riaprire, anche solo con le consegne alla fine dell’emergenza”.

Senza capire che la fine dell’emergenza sarà forse il vaccino. Bisognerebbe avviare il delivery in condizione di emergenza per testare le capacità di un sistema da reinventare. Non aspettare che oltre al ramo venga segato tutto l’albero.

Cosa chiedono i pizzaioli a De Luca

Indagine di Fipe sulle imprese del turismo: bar, ristoranti, discoteche, stabilimenti balneari, catering:“Danni…

Posted by Massimo Di Porzio on Sunday, 5 April 2020

Indagine di Fipe sulle imprese del turismo: bar, ristoranti, discoteche, stabilimenti balneari, catering:

“Danni incalcolabili, date ai pubblici esercizi il prima possibile la vendita con asporto”

I RISULTATI DELL’INDAGINE:
• Per il 96% degli imprenditori, le prime misure del Governo sono ancora insufficienti: serve liquidità immediata per coprire i mancati incassi, l’annullamento dei tributi e prestiti a lungo termine, a tasso zero.
• La principale preoccupazione in questa fase è avere risorse per il pagamento degli stipendi, dei fornitori, degli affitti e delle imposte, mentre si aggrava rapidamente la situazione finanziaria e, dunque, la sfiducia per il futuro.
• Quattro locali su cinque di quelli in affitto, non riescono a pagare regolarmente il canone di locazione, il 23,1% ha chiesto una sospensione o cerca di rinegoziarlo; si chiede con forza una moratoria sugli affitti.
• Preoccupa la mancanza di certezze sulle riaperture: per il 42,7% non si potrà tornare al lavoro per altri 2 mesi. Il 31,7% pensa a una riapertura a inizio maggio. E il 30% degli imprenditori già prevede di dover ridurre il proprio personale una volta ripresa l’attività.
• Richiesta la possibilità appena possibile di lavorare con l’asporto, rispettando tutti i parametri di sicurezza, come già avviene per gli esercizi di vendita di generi alimentari.

Il pubblico esercizio ha sempre avuto un ruolo sociale, di sostegno alla comunità: possiamo aiutare la comunità e anche le persone più anziane ad avere cibo a domicilio, senza doversi mettere in fila fuori ai supermercati.

Stiamo raccogliendo i nomi dei locali dei pubblici esercizi disposti a riaprire, anche solo con le consegne alla fine dell’emergenza.

Nessuno conosce i tempi che renderebbero sicura l’attività di somministrazione e nessuno, neanche gli epidemiologi, riesce a dare un indirizzo circa la sicurezza: noi non possiamo aspettare a tempo indeterminato e chiediamo semplicemente di essere equiparati alle altre regioni d’Italia in cui ognuno può scegliere liberamente.

Vi prego di scrivermi in privato o anche sotto questo post.
Buona domenica delle Palme a tutti e che Dio ce la mandi buona!!

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