Come lo smartworking è diventato il peggiore nemico dei ristoranti

Il telelavoro è diventato il nemico di bar e ristoranti, specie nei centri cittadini ad alta densità di impiegati e professionisti. In molti chiedono di regolare lo smartworking, “non può essere considerato la normalità"

Tempo di lettura: 2 min

Durante l’emergenza coronavirus abbiamo gridato alla rivoluzione. Chiamatelo smartworking, chiamatelo telelavoro. Ma adesso basta, insomma, che non diventi un’abitudine.

Questo il senso delle parole dettate alla stampa da Beppe Sala, sindaco di Milano, nei giorni scorsi. Che non ci sta a considerare normalità il lavoro non in presenza. Altrimenti guai, andrebbe ripensata la città, ha aggiunto il primo cittadino. Sicuramente andrebbero ripensati bar e ristoranti.

Con chi lavorano se la città è vuota?

Situazione analoga a Torino, dove Confesercenti lamenta per bar e ristoranti del centro 10mila clienti in meno solo a pranzo.

Il problema smartworking non riguarda solo le grandi città del Nord, ma moltissimi centri cittadini ad alta densità di uffici. I numeri sono chiari anche se mai freddi come in questa occasione: un locale su tre perde oltre metà del fatturato, e quasi tre attività su dieci temono la chiusura. Se il telelavoro diventasse normalità quasi il 90 per cento dei ristoratori sarà costretto a ridurre i dipendenti definitivamente.

Il fenomeno che, per dare un’idea, riguarda mezzo milione di lavoratori agili a Roma e 300 mila a Milano, mentre se parliamo dei soli dipendenti pubblici coinvolge 1,8 milioni di lavoratori, si aggiunge allo svuotamento delle città. Stanno mancando circa 11 milioni di turisti stranieri.

Cosa si può fare

Va da sé che bar e ristoranti non possono durare a lungo in questo modo. Per Confesercenti le misure di sostegno a imprese e lavoratori vanno prolungate, anzi andrebbero estesi alle attività di somministrazione gli sgravi contributivi previsti per il turismo alle aziende che riassumono i dipendenti in cassa integrazione.

Ma la fase del sostegno non può durare in eterno. E se il futuro del turismo si preannuncia incerto, è necessario fare qualcosa per lo smartworking, una rivoluzione che rischia di avere conseguenze durature sui lavoratori e sull’economia delle città.

Beppe Sala, ancora lui, ha chiesto una definizione dei tempi e dei modi del telelavoro. E rapidamente se possibile. Perché senza turisti né lavoratori “bar e ristoranti chiudono tutti”.

3 Commenti

  1. Come l’Auto è diventata il peggior nemico dei maniscalchi….
    Diciamo che non mi spiace molto evitare di spendere 10-12 eur per insaltone improbabili e panini senza qualità.
    I (pochi) locali validi a mezzogiorno lavorano comunque.

    • Vallo a dire ai locali di Citylife, o di Gae Aulenti – e comunque le insalAtone e i panini senza qualità ormai sono rari (e “senza qualità” vuol dire anche “economicamente accessibili a un impiegato, che peraltro ha, se va bene, un buono pasto da diciamo 7 €?)

  2. Finiamola di chiamarlo smartworking. Questo è homeworking forzato. Poi potrà pure piacere a qualcuno che così se ne torna al paesello, ma non è questo il lavoro. Ho fatto lo smartworking per diversi anni in una multinazionale e si alternava casa/lavoro con regole.

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