Il pomodoro contro la discarica di Terzigno. Striscione rimosso al Salone del GustoTempo di lettura: 4 min

Lui è Giovanni Marino, titolare di Casa Barone, conosciuta e apprezzata azienda agricola (“la più grande azienda biologica d’Italia”) che ha i suoi terreni attraversati dalla striscia di lava dell’ultima eruzione, in piena Guerra Mondiale. Vesuvio, Parco Nazionale e Patrimonio dell’Umanità con un grande futuro e un preoccupante presente: la nuova discarica di Terzigno, il paese la cui colpa più evidente è di non avere la vista a mare sul Golfo. Non disturba il panorama, ma crea problemi grandi più della montagna che dovrà ospitarla.

E Giovanni Marino con il suo Pomodorino del piennolo del Vesuvio DOP ha deciso di protestare anche se si trova sul lato “buono” della montagna che non sputa fuoco dalle visceri da 65 anni ma vede le molotov avvampare sulle sue pendici che sono una manna per le coltivazioni. Questa è (o era) Campania Felix che tutti hanno studiato sui banchi di scuola. La forza della lava che da distruttiva diventa dispensatrice di gioie e di fertilità per la gran madre Cibele. Marino ha appeso allo stand uno striscione di pura lotta, bianco con le sua scritta rossa: “NO alle discariche nel Parco Nazionale del Vesuvio”.

Rosso del pomodoro, rosso di lotta e di vergogna. Ma il Salone del Gusto e Slow Food non hanno gradito: via lo striscione e la motivazione poco ufficiale sarebbe che l’azione non era stata concordata. Marino non è un commerciante che sta cercando il momento di notorietà (anche perché sarebbe una notorietà in negativo per il suo pomodoro che ha la scorza dura del sole, della lava e dello iodio), ma un appassionato del suo lavoro e del territorio.

piennolo-discarica-Terzigno-confezione

“Terzigno è un comune del Parco Nazionale del Vesuvio. Massa di Somma, dove c’è la mia azienda, è a diversi chilometri, ma io sono solidale con gli abitanti di Boscoreale, Boscotrecase e Terzigno cui viene negato il diritto costituzionale alla salute. Sono solidale con i ristoratori e gli operatori turistici. Sono solidale con tutti i produttori che sono nell’area vesuviana”. E’ un torrente in piena Giovanni Marino, ma non è adirato e il tono di voce è di quelli consapevoli che questa storia un lieto fine potrebbe non averla. “Siamo sulle prime pagine dei giornali e il Governo aprirà la seconda discarica a Terzigno, la Vitiello, e non si deve tacere. Purtroppo le violenze di questi giorni hanno avuto un esito contrario alle ragioni della protesta. Ma bisogna dire forte e chiaro che chi ha a cuore le sorti dell’area vesuviana non è contrario per principio alla discarica ma chiede che in Campania ci sia una gestione normale del ciclo dei rifiuti. La protesta è per come viene attualmente gestita la discarica e per come non viene gestito il ciclo dei rifiuti. Non c’è raccolta differenziata, non c’è impianto di compostaggio. Può essere normale che per smaltire l’umido e l’indifferenziato occorre spendere 230€ a tonnellata perché è bisogna spedire fuori regione mentre se si conferisce il tal quale si pagano 80€ a tonnellata”? Eh no, non è normale e qualcosa era affiorato nella necessità di riformulare la tassa sui rifiuti anche in comuni virtuosi come quello di Pollica di Angelo Vassallo per continuare a credere e a sperare nella raccolta differenziata. Un onere per la collettività di Pollica, di Mercato San Severino e di tante altre comunità virtuose che anche la protesta del piennolo del Vesuvio idealmente conforta e sostiene.

“Occorre gestire il ciclo della raccolta dei rifiuti e le infrastrutture necessarie. Non si può pensare di trasformare un cdr (Combustibile da rifiuti) in uno Stir (Stabilimento di Tritovagliatura ed Imballaggio Rifiuti) e risolvere i problemi. Sigettano solo centinaia di milioni di euro e si finisce con il termovalorizzatore di Acerra che non si sa se funziona oppure no”. Insomma diventa tutto una grande (eco)balla.

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Il piennolo a rischio comunicazione come la mozzarella di bufala alla diossina? “La mozzarella di bufala è un prodotto eccezionale, forte, che ha una filiera di controlli che ora è stata anche rafforzata anche se già funzionava e se ha risentito dell’impatto di notizie negative (quelle vere, non quelle che volevano il latte allungato con l’acqua che non caglia, ndr) ha anche portato alla chiusura di allevamenti poco cristallini. Ma si è risollevata in poco tempo. Il piennolo come altri prodotti campani è meno forte ma comunque ha buona riconoscibilità. Possiamo dire che noi in Campania anche se ci impegniamo molto per rovinarci da soli non ci riusciamo per merito di straordinari prodotti. Ma una discarica in un Parco Nazionale e Patrimonio dell’Umanità non è ammissibile. Non sono d’accordo su chi dice che visto che ci sono fenomeni di discariche abusive e il livello di consapevolezza ecologica degli abitanti è piuttosto basso trasformiamo tutto il Vesuvio in un grande immondezzaio”.

Eh sì, ha ragione Giovanni Marino che protesta con fermezza e civiltà levando il suo striscione rosso come richiesto dal Salone. Chissà che direbbe il formidabil monte sterminator Vesevo. Forse tanto contento di diventare il simbolo di una pattumiera non lo è.

Foto: Francesco Arena

4 Commenti

  1. E si vede che al Salone del Gusto non c’è spazio per il dissenso e la civile protesta! Peccato, perché per le risorse straordinarie di questa regione i rifiuti rappresentano una minaccia tutt’altro che immaginaria.

  2. avrebbero dovuto togliere al “buono pulito e giusto” sicuramente “giusto” visto che non hanno dato voce al dissenso di un produttore,
    poi “pulito”…perchè la pulizia non è solo quella che si vede fuori ma dovrebbe essere uno “stato”, e di pulito riconoscendo alcuni dei partecipanti personalmente ho visto ben poco, soliti produttori, soliti investimenti…. e “buono” resta una consolazione in pochissimi casi….
    che peccato!!!!!!!che peccato!!!

  3. Quindi quale sarebbe la funzione dei presidi?
    Producono e vendono rispettando una logica che va contro un’altra, oppure semplicemente vi si affiancano?
    Perché se togliamo dalle intenzioni quella di una diversa politica rispetto al territorio, a tutto il territorio, allora non si spiega il perché negare all’occhio del produttore di andare un po’ più in là della bottega, e alla coscienza di esprimere una solidarietà con forme di contestazioni civili, anche se deviano dalle formalità della manifestazione.
    O è la manifestazione che perde di vista la forma e i contenuti delle intenzioni?

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