Sorbillo, Coccia, Condurro e Starita contro il museo della pizza a New York, o quasi

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Cominciamo dai fatti: abbiamo annunciato che a New York è prevista l’apertura del MoPi, un Museum of Pizza. E – indovinate? – scoppiano le polemiche, a Napoli soprattutto.

E quattro pizzaioli “storici” napoletani, Gino Sorbillo e Alessandro Condurro (ovvero l’Antica Pizzeria da Michele), Antonio Starita ed Enzo Coccia (La Notizia), hanno messo su una protesta contro questo museo della pizza. O, meglio – contro l’idea che possa nascere un museo della pizza a New York, e non ce ne sia traccia a Napoli.

Il MoPi, apertura prevista a ottobre, sarà un museo temporaneo che oltre a parlare di pizza, e a farla mangiare, e immaginiamo e vendere montagne di gadget a tema, nasce come museo instagrammabile, che cioè offre una serie di “set” per fotografie e selfie in contesto pizzaiolo. E dopo l’articolo di Anna Tortora ci siamo chiesti: ma ci saranno altri musei della pizza, magari a Napoli? Una veloce indagine, e ne ho trovato qualcuno, ma sorpresa, non a Napoli. Ho addirittura trovato una pizzeria dentro al museo, qui a Milano, la Triennale Social Pizza dentro appunto al Museo della Triennale. Ma nessun museo della pizza all’ombra del Vesuvio, solo tracce di un museo al MAMT Mediterraneo Arte Musica Tradizioni, che mi sembra abbia aperto e poi chiuso.

Ohibò, mi sono detto, e ho scritto.

La guerra della pizza tra Napoli e New York: «Ma la storia siamo noi»

La guerra della pizza tra Napoli e New York: «Ma la storia siamo noi»

Posted by Il Mattino on Friday, 4 May 2018

E ohibò si devono essere detti anche i pizzaioli napoletani, o almeno alcuni: un museo della pizza a New York? Non si può. Così almeno appare dalle cronache. Compreso un filmato de Il Mattino. Dove i pizzaioli storici espongono le loro ragioni: noi siamo la patria della pizza, dovremmo essere noi a farlo, facciamolo.

Allora. A parte che ci sono già altri musei della pizza negli Stati Uniti (quello di Pizza Hut, ad esempio, aperto ad aprile: ma forse Pizza Hut non è proprio pizza…), dovevate aspettare che un polentone lo scrivesse, o che comunque la stampa internazionale ne parlasse? (Ma qui in Italia ne ho parlato prima io, e i pizzaioli si sono indignati dopo la mia pubblicazione.) Mi sembra una cosa ovvia e naturale che a Napoli debba esserci. Così come ci sono i Musei del Cibo a Parma: il museo del Parmigiano, del prosciutto, e così via.

Dal filmato, è quello che propongono Sorbillo, Condurro e soci: facciamolo noi, questo museo della pizza, siamo pronti. Dicono anche subito, che forse è un po’ troppo. Ma il messaggio recepito è stato un po’ diverso: non si deve fare a New York, punto. La tradizione, la storia, la napoletanità.

E da qui le polemiche, c’è chi dice perché no, facciano pure (c’è anche chi sostiene di sapere tutto, e che i contenuti culturali saranno ineccepibili, avendo parlato con gli organizzatori), altri sostengono che deve esistere solo un museo a Napoli, altri invece usano solo parole come tradizione, napoletanità, storia, senza niente attorno a sostenerle e sostanziarle.

Ha iniziato Rosario Procino di Ribalta Pizza, un pizzaiolo emigrato a New York, guarda caso, con un post su Facebook. Che parte dalla protesta, per affermare che non c’è (ovviamente) nulla di male ad aprire a New York, o a San Paolo del Brasile, un museo della pizza. Ma la protesta napoletana, ripetiamo, non era contro il MoPi, ma a favore di un museo napoletano. Post, e polemica, ripresi ovviamente da Luciano Pignataro, che non poteva perdere l’occasione per ribadire la sua posizione di nume tutelare della pizza, di Napoli, della tradizione e quant’altro (ne fa fede la sua classifica top 50 pizza), stavolta però attaccando i pizzaioli in cerca di visibilità mediatica, dice lui. “Tristeza [sic] infinita, che relega la figura di pizzaiolo a quella di Masaniello mediatico, urticante e respingente per chi guarda da fuori quel che accade.” Con corollari tipo “Sorbillo ha esaltato la pizza tumorata di Cracco con un abile [sic] mossa mediatica conquistando il centro dell’attenzione.” A parte che c’erano anche altri pizzaioli a mangiare la pizza di Cracco quella sera, ed erano tutti concordi – il giocare con le parole, Masaniello, pizza tumorata, non credo sia un grande espediente argomentativo. Visto che Pignataro ha provato anch’egli ad andare da Cracco per la pizza, ma era finita – quindi, non l’ha nemmeno vista. Vabbe’. Poteva anche far notare che New York non sembra essere propriamente la patria dell’hamburger, almeno non in modo dimostrabile, come dice il consigliere dei Verdi nel filmato, esortando ad aprire appunto un museo di panini.

Ma poi: perché cadere nello stesso errore che già altri avevano fatto a proposito della famigerata pizza di Cracco? Già – anche lì, tutto nato da un mio post, o meglio da una mia foto: devo stare attento a quello che faccio, mi sa. Comunque, una pizza accusata di non essere una pizza napoletana, mentre si trattava di una pizza margherita, per quanto rivisitata, ma pur sempre acqua farina levito pomodoro mozzarella basilico… Giudicata brutta (sulla base della mia brutta foto) e cattiva (per diversi giorni sono stato l’unico ad averla mangiata) così, per principio.

Le polemiche sul MoPi sembrano aver imboccato la stessa strada, un vicolo cieco dal punto di vista della comunicazione. Il MoPi è un museo temporaneo, fatto per parlare di un prodotto che sta vivendo uno dei momenti di maggior popolarità nel mondo – tra l’altro proprio grazie a una serie di pizzaioli napoletani che nel mondo ci stanno andando, e soprattutto è un museo che ha uno scopo dichiaratamente commerciale: pagate una quarantina di dollari per una visita, un pezzo di pizza (one free slice; ma va detto che parte del biglietto va in beneficenza), e la possibilità di farvi tanti selfie quanti volete.

Piuttosto. Cosa mi sarei aspettato dal mondo della pizza, napoletano e non solo? Ovviamente, una levata di scudi a favore della costruzione di un futuro prossimo museo della pizza (della pizza, direi, non della pizza napoletana fatta a Napoli e neanche fuori dai confini del Comune). Un museo serio, con una prospettiva storica, un’attenzione alla cultura della pizza, ai prodotti, con tutto quello che può servire per richiamare il pubblico, dai gadget ai set per i selfie.

Ma – un museo della pizza deve per forza essere fatto, se verrà fatto, a Napoli? Non potremmo farlo qui da me, a Milano?


- sabato, 5 maggio 2018 | ore 15:39

6 commenti su “Sorbillo, Coccia, Condurro e Starita contro il museo della pizza a New York, o quasi

  1. Quindi i titoli agli articoli li date alla CDC? Perché avete fatto intendere che il mopi aprisse sulla spinta dell’UNESCO e del solito promosso sorbillo

  2. “Sulla spinta di” non vuol dire “su richiesta scritta di”, “dietro precisa sollecitazione di”, “rispondendo a una domanda di”: indica piuttosto una temperie culturale, un’aria che si respira, una “moda”, un proliferare di aperture (Sorbillo, ad esempio) e di iniziative (il riconoscimento Unesco) oltremare che ruotano attorno al fenomeno-pizza (direi in tutto il mondo, o perlomeno in quello che si può identificare come mondo occidentale, ma pizzerie aprono anche in Giappone…). Se c’è molto interesse sulla pizza, e si apre un museo sulla pizza non a casa della pizza, Napoli, ecco che noi deploriamo non tanto il museo, quanto il fatto appunto che qui non ci abbia ancora pensato nessuno eccetera.

    Purtroppo anche leggere alla CDC porta a frainterndimenti nei lettori anti-Sorbillini…

    • Avrei anche qualcosa da ridire sulla tua logica da marchettaro dei commenti, se vogliamo, ma tant’è… tutto fa clic…

  3. A differenza tua non ho un sito, foto con un pizzaiolo ampiamente pubblicizzato e sopravvalutato e sponsor paganti. Se ti risulta diversamente dimmelo altrimenti la possiamo finire qui perché non mi interessano i flame

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