MAD FoodCamp. Perché l’evento di Redzepi non è roba da gastrofighetti e l’Italia è indietro

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Ho l’impressione che la cultura del cibo a Roma stia cambiando in peggio. È cosa nota che l’omologazione crescente del gusto, sotto la spinta irresistibile di fattori molteplici come l’allevamento del pesce, la produzione del pane con metodi ben poco artigianali e la zootecnia industriale, si sia insinuata nelle pratiche culinarie romane. E allora che fare? Come torniamo alla gastronomia genuina, considerata “la migliore” all’estero?

Oggi sulle pagine dell’informazione gastronomica internazionale, soprattutto sulle riviste cartacee, leggi quanto siano carine e perfette tutte le trattorie di Roma o come Campo de’ Fiori sia il cuore pulsante della comunità del cibo. Non ho la minima idea di cosa abbiano in testa i giornalisti che scrivono queste sciocchezze, ma direi che è arrivato il momento di dire basta.

Ma qualcuno vuole chiedersi dove viene sono finiti i panettieri? Dove sono finiti tutti questi artigiani del cibo? E’ possibile che in una città con più di 3 milioni di abitanti siano così pochi quelli impegnati a produrre il nostro cibo? Quali sono gli chef che oggi si riforniscono in modo responsabile? Credo che queste domande meritino una risposta. Ma da dove cominciare? Dalla stampa estera, silenzio.

Aggiungo che il modo in cui tanti italiani parlano della gastronomia di tendenza è davvero pericoloso. L’esistenza del gastrofighettismo non ha condotto da nessuna parte. L’italiano medio mangia sempre peggio. E quindi a cosa serve impazzire per quella determinata pasta o per quell’uovo, quando solo una minima parte della società beneficia della loro esistenza. Bisogna coinvolgere tutta la popolazione, i giovani, le signore anziane, gli chef, i contadini, TUTTI!!! su questo tema per cambiare veramente la via intrapresa.

Esistono già modelli per migliorare la cultura gastronomica di un luogo. The Edible Schoolyard, per esempio, coinvolge bambini nella coltivazione del cibo. In altri luoghi, gli chef si sono assunti la responsabilità per la qualità del cibo in una città. Per molti versi gli chef degli Stati Uniti, del Regno Unito e dei Paesi del Nord Europa sono molto più avanti dei romani (e degli Italiani in generale) in fatto di sostenibilià e stagionalità degli ingredienti. Esattamente il contrario di quanto comunemente si pensi. I consumatori romani, fatta eccezione di un esiguo gruppo di gastrofighetti, sono molto più attenti al prezzo che alla qualità e frequentano in massa i supermercati disertando i mercati locali. L’Italia mi sembra oggi l’America degli anni 50/60, quando, per colpa di supermercati, fast food e altro, sono andate perse tante tradizioni gastronomiche.

Alcuni mesi fa, mentre rimuginavo su questi temi in uno stato semi-depressivo, mi è capitato fra le mani un articolo sul primo MAD FoodCamp, un Convegno di due giorni voluto da René Redzepi e dal team del Noma. Ho subito prenotato una stanza e un volo. Ha detto Redzepi in un articolo del The Observer: “Agricoltori, studiosi e chef faranno il punto della situazione e insieme cercheremo di capire dove andare… Nuove conoscenze ci rendono non solo più responsabili ma anche più creativi, socialmente impegnati e ci conferiscono gli strumenti per interpretare sotto una nuova luce il contesto culturale, storico, sociale e scientifico del cibo che tutti noi cuciniamo e serviamo ogni giorno”.

Domani partirò per Copenaghen per partecipare al MAD FoodCamp dove spero di imparare qualcosa di più su come i professionisti del cibo affrontano gli ostacoli che si frappongono all’affermazione di una cultura del cibo locale e su come promuovono pratiche sostenibili.

E anche su come potrei far funzionare queste idee a Roma. Non sono una chef, ma talvolta la penna può essere più tagliente del coltello.

14 Commenti

  1. Katie ciò che dici è vero ma penso che in Italia ci siamo organizzazioni serie che stanno, con difficoltà, lavorando ad un mondo del cibo e del vino migliore.
    Slow Food è una di queste. Se segui le iniziative di Roma ti renderai conto che c’è spinta al cambiamento

  2. Forse perché manca in generale una qualità della vita. Si è persa di vista privilegiando altre blasonate priorità pertanto la gente comune fa fatica ad individuare il giusto valore delle cose. Come si Può pensare di mangiare giusto se si vive in maniera sbagliata?

  3. ha risposto a andrea petrini: Ciao Andrea, Slow Food e’ certamente una buona idea in teoria ma in realta’ rimane un’organizzazione di nicchia e non ha un impatto importante sulla vita gastronomica del popolo in generale-parlo di Italia. E’ da un sacco di tempo che fu fondato il Slow Food e basta vedere l’aumento del numero di ristorante fast food e i supermercati capire che non sta funcionando. Sicuramente questo e’ un argomento molto semplice, sarebbe di fare una lunga chiacchiere davanti un bicchiere di vino, naturale, ovviamente:)

  4. Guarda Katie lo sai che con me sfondi una porta aperta, era quanto dissi nell’articolo sulla bestia. Il
    Problema è che il cibo da noi si è radicalizzato in un manicheismo stolido! Da una parte la “massa” che fa la spesa distrattamente senza troppo curarsi della qualità, lobitomizzata dalla pubblicità e dal prezzo dall’altra il gastrofichettismo e il culto dell’eccellenza. Non basta più mangiare una buona pasta, ma bisogna mangiare quella past! La migliore con nome e cognome. In un mondo così fatto non c’è posto per una reale qualità e una maturità dei prodotti, si passa solo attraverso il mettere tacche, come in una frenetico almanacco di nomi e eccellenze… La soluzione non ce l’ho, ma temo non passi per associazioni come Slow Food,ma attraverso uno statiche dovrebbe capire l’importanza cultural-economica del comparto… Ma noi ci preoccupiamo di Pomigliano… 🙁
    Ps invidia per la tua andata a copenaghen, mi consolerò leggendovi tra un bagno e l’altro in Egeo 😉

  5. allora propongo di creare una bacheca di suggerimenti fissa qui su Scatti dove chi vuole può scrivere la propria idea per promuovere la giusta informazione e cultura affinchè si torni a sapere di cibo come facevano le nostre nonne (economia domestica ? tradizione ? arte del riciclo ? conoscenza delle materie prime ?)

  6. Grande! Sto in partenza in questo momento. Domani mi raggiungono Cristina Bowerman ed Andrea Sponzilli. Sicuramente torneremmo piene di idee e energia. Perché non ci mettiamo d’accordo per un’appuntamento dopo le 2 settembre per fare 2 chiacchiere, condivedere le esperienze e aprire un discorso sulle possibilità ce ci sono

  7. Purtroppo l’Italia è sempre più divisa tra chi va in friggitoria e chi mangia solo quel prodotto di nicchia.
    discorso lungo e vario, ma il tutto comincia dalla testa prima di passare per le pance.
    Tempo fa provai a contattare la presidenza delle scuole elementari del mio paesone(paesino) per organizzare dei corsi gratuiti per le scolaresche in modo da avvicinare i ragazzi al buono ed al gusto a tavola, nessuna risposta.
    Se si organizza qualcosa sarei felice di esser del gruppo.

  8. Scatti Food Camp 🙂 Mi piace.

    Vediamo le idee che nascono. Lunedì 5 settembre ci sentiamo per stabilire data e luogo di incontro (martedì chez Bowerman?)

  9. Hey!!! Ma da quando sono stata arruolata nel team Scatti di Gusto senza saperlo??!!!!Il 🙂 Il convegno a Copenaghen è uno molto interessante e soprattutto, quando un mese fa ho deciso di andarci, mi ha attratto il fatto che i più grandi tra cuochi e scienziati fossero presenti. Spero davvero di avere nuove ispirazioni per una cucina più vera e pura.

  10. ha risposto a Vincenzo Pagano: Il 5 settembre starò ancora a sciacquereste in Egeo… Rientro il 9… Cmq di idee tante, come dicevo anche su FB. La prima: IOrganizzare dei corsi per le scuole perché è li che si deve iniziare… La seconda, coinvolgere la GDO e andare li a parlare di prodotto, ma non di prodotto eccezionale, ma di un prodotto buono normalmente. Perchè il problema è tutto nella frattura tra società gastronomica e società reale… È soprattutto colpa nostra e del nostro approccio elitario… Del nostro inseguire mode e luoghi comuni, ora è la volta di muschi e licheni, ieri era il sifone, domani sarà il maiale mangalica… Non lo vedete è chiarissimo e tutto davanti ai nostri occhi e da ottobre sarà ancora più marcata, il sociale impatta e che pensate percepirà la gente delle uova ad un euro l’una

  11. questo autunno, dopo le bordate estive delle borse mondiali, ci sarà da piangere.
    E tutto si riverserà sulle tavole della gente comune.
    Quello che mi è sempre interessato , è stata ed è la ricerca dei prodotti buoni con un ottimo rapporto prezzo qualità.
    Sarà sempre più difficile far avvicinare le persone comuni all’uovo da un euro, ma facendo comunicazione penso valga la pena avvicinarli a questo produttore o a quella cooperativa che garantisca qualità e freschezza di un buon prodotto del territorio.

    Quindi educare o rieducare è una cosa fondamentale , secondo me.

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