Il Coronavirus si è impossessato dei media e dei social. Una volta c’erano 90° minuto e Tutto il calcio minuto per minuto. Ora c’è il virus a tutte le ore.

Mi hanno molto colpito i dati Fipe che dicono che questa ondata di panico comporterà una perdita di 2 miliardi (M-I-L-I-A-R-D-I) di euro di fatturato nei pubblici esercizi che vuol dire ristoranti, bar, pizzerie e luoghi di somministrazione facendo perdere 20.000 posti di lavoro.

Messi insieme questi dati con le letture del mio post ipocondriaco sui cibi di cui fare scorta e sui relativi insulti (lo ripeto, quando l’ho scritto la parola quarantena non era nemmeno stata pronunciata in Italia), mi sono dedicata alla lettura dei commenti su Facebook relativi all’articolo del Gambero Rosso che proprio i dati Fipe citava per ascoltare le voci preoccupate di alcuni ristoratori e pizzaioli nelle principali città, non solo Milano.

In queste letture mi sento come la precaria all’ultima spiaggia, all’ultima settimana di parvenza di contratto che guarda nel borsellino e calcola per quanto tempo riuscirà a tirare avanti.

E mi è caduto l’occhio sul commento di Giacomo Tarquini che (vi avverto, sto diventando una stalker dei social) è direttore marketing di Duca di Salaparuta da gennaio, quindi non certo uno sprovveduto del settore.

Lui dice: Per 1 settimana di minore affluenza ci sono ristoranti a rischio? Ma di cosa state parlando!

Non ho ben capito cosa significasse questa faccenda della settimana rispetto ai valori in campo, ma tant’è ha preso un po’ di rimbrotti cui ha risposto “Una settimana di calo può essere un problema ma non può implicare una chiusura di un esercizio. Se così fosse, l esercizio ha problemi gestionali già a monte”.

Ma non stiamo uscendo dall’emergenza? Nemmeno ci arriveremo a una settimana, vero?

Dite che non è così? Io sono affranta. Questo fatto della settimana mi ha scioccato e quindi non posso che immedesimarmi nella mia amica di Milano che mi ha chiamato e ha detto che lei vuole uscire: “Voglio andare al bar a mangiare le sue brioche, prendere l’aperitivo (ok, le ho detto, puoi farlo se il servizio è al tavolo come ha scritto Bonati) e soprattutto andare al ristorante. E in pizzeria. Almeno fino a quando le finanze me lo permetteranno”.

E non c’è problema ad andarci: lavati bene le mani, stai a due metri di distanza da chi ti sta intorno e buon appetito!

Sì, ma dove vado per questa mia prima uscita?

È lì sul prima uscita, sulla settimana di calo e sui 2 miliardi di perdite che siamo andate in tilt.

I 10 indirizzi imperdibili a Milano

Ho cacciato carta e calamaio e – in viva voce sul telefonino – le ho detto: facciamo la lista dei 10 indirizzi imperdibili al tempo del Coronavirus.

Mi sono sentita un po’ psicologa mentre pensavo al mio trapizzino tardo pomeridiano.

Ne è uscita una lista condivisa. 10 indirizzi come se uno non abitasse a Milano da una vita. Saremo matte, ma questo è l’elenco.

1.Berton

Il suo menu del brodo è diventato un argomento di cui parlare con gli amici che meno si destreggiano tra cucine stellate e pensano sempre che voglia dire alta cucina cioè nouvelle cuisine che non si mangia niente e che dopo bisogna trovare un panino per mettere a zittire lo stomaco. Parlare di brodo in questo contesto è come parlare della cucina della nonna.

2. Viva

Da quando Alice è diventata Viva e ha messo un sacco di colori in sala, non è possibile pensare che qui possa arrivare la desolazione del coronavirus. Il capo (leggo) direbbe pastina o spaghettini, la mia amica dice pasta e fagioli. E ha una stella Michelin!

3. Wicky’s Innovative Japanese Cuisine

Wicky Priyan è un genio della cucina e anche Massimo Bottura – giuro di averlo letto da qualche parte – è rimasto impressionato dalla sua cucina. Comunque lui ha pubblicizzato proprio oggi il servizio da asporto e questo ci fa pensare che ci vorrà un po’ di tempo perché tutto si normalizzi. Il Bento Box costa 30 €, comunque.

4. Ravioleria di via Sarpi

Sì lo so, è un asporto ed è cinese. Sembra trascorso un secolo da quando cercavamo di sostenere noi incalliti appassionati di cibo le ragioni dei ristoranti cinesi vuoti e ora dobbiamo leggere la lista dei Paesi che non accettano italiani in vacanza o in vioaggio di lavoro. Io andrei lì davanti con tavolino e sedie. Quanto sono buoni i ravioli.

5. Gong

Resto sull’etnico. Avete mai assaggiato gli spaghetti alla Singapore di Gong? Buonissimi, come tutto il resto del mondo. E poi c’è la padrona di casa, Giulia, della stessa famiglia che conduce anche il mitico Iyo (il primo stellato etnico, mi sembra sia il refrain da ripetere), che è veramente formidabile. E della famiglia fa parte anche lo splendido BA Asian Mood.

6. Sorbillo

Per me che sono amante del Trapizzino cioè la vera pizza de’ Roma (lasciate perdere la scrocchiarella, vi prego), l’equivalente a ogni latitudine del nostro tratassato Paese è Gino Sorbillo. Solare come le sue pizze senza trucco e senza imbellettamenti, larghe, larghissime che si fiondano giù dal piatto sulla tavola e non ho mai preso una linea di febbre. Mi piace l’atmosfera di Olio a Crudo, molto napo-milanese com’è lì nel cuore della fascinosa Tortona.

7. Bartolini al Mudec

Qui la situazione è decisamente da far tremare i polsi. Enrico Bartolini ha portato di nuovo le tre stelle a Milano e non so più quante stelle ha in giro per l’Italia. Qui possiamo stare solo ai racconti dei più fortunati che si sono seduti al suo desco. L’oscar Almeno una volta nella vita spetta a lui di diritto.

8. Crosta

Che bella questa pizzeria e che buona la pizza di Simone Lombardi. Mi trovavo a Milano e sono andato in questo locale affascinante con pizze che sono nuvole, arditi accostamenti e bontà di diversi lievitati. Un idolo.

9. Da Zero

Non ci sono ancora andata (e nemmeno la mia amica) e potrei essere bruciata come una strega per tale colpevole mancanza (ma a Roma non c’è): un’altra pizzeria. Da Zero, la migliore per la nostra classifica, nostra nel senso di Scatti di Gusto. Sogno distese di mortella ma giusto perché c’è dentro la mozzarella. Che poi è fiordilatte vaccino, sia chiaro (come sono diventata brava sui latticini)

10. Vun Andrea Aprea

Un altro ristorante che necessita di un buon borsellino. Ma mi affascina il mito della conquista del caldo sud nell’algida Milano. Influenzata come sono anche dal racconto che mi è stato fatto della parentela con il profondo sud, il Cilento del Ghiottone a Policastro a ennemila chilometri di distanza. La cuoca del sud, Maria Rina, è la suocera di Aprea, due stelle Michelin. Irresistibile il menu degustazione Viaggiando da Nord a Sud.

Spero che sia venuta anche a voi voglia di uscire stasera, domani e anche sabato e andare in un buon ristorante. Stellato, trattoria, osteria o pizzeria poco importa. L’importante è che la città sia viva. E il cibo aiuta moltissimo.

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