La Commissione Europea ferma la clonazione alimentare

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Stop della Commissione Europea alla clonazione a scopo alimentare. La moratoria di cinque anni, contenuta in una Comunicazione al Consiglio e al Parlamento, è valida anche per le importazioni di animali clonati e della carne e del latte da essi provenienti mentre non si applica alla loro (eventuale) progenie. Resta invece consentita la clonazione di animali a rischio di estinzione e per scopi di ricerca.

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“L’alimentazione non ha bisogno della clonazione”, ha dichiarato il Commissario europeo alla salute John Dalli per rassicurare i consumatori europei che, secondo un’indagine di Eurobarometro, sono nettamente contrari alla commercializzazione di carne, formaggi e latte derivanti da animali clonati.

Ma il timore di una guerra commerciale con gli Stati Uniti, dove la clonazione di animali e la loro vendita è una pratica diffusa, spinge nella direzione opposta. E infatti Dalli, dopo aver tranquillizzato i consumatori, si è detto favorevole, per il futuro, ad autorizzare, “sotto sorveglianza”, l’importazione da paesi extraeuropei di cloni e prodotti da loro derivati.

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E proprio la commercializzazione dei derivati è uno dei tasti (più) dolenti. Se infatti i costi per realizzare un clone in laboratorio sono troppo elevati (tra i 15 e i 20 mila dollari) per giustificare la vendita della sua carne, non si può dire la stessa cosa dei suoi derivati. La vendita di sperma di animali clonati, per esempio, potrebbe diventare un business interessante per gli stati più attivi nella clonazione a scopo alimentare considerando che il 98% delle vacche da latte europee è il risultato dell’inseminazione artificiale e il 3% del seme è importato.

L’altro tasto dolente è l’importazione della progenie di animali clonati. Ha scioccato l’opinione pubblica, quest’estate, la conferma, giunta dalla FSA, l’ente britannico che vigila sulla sicurezza alimentare, che 8 vitelli nati da una mucca clonata negli Stati Uniti erano stati venduti in Gran Bretagna e che uno di loro era entrato nella catena alimentare. Poco prima anche il Governo svizzero aveva ammesso che il bestiame derivanti da esemplari clonati allevati in territorio elvetico era giunto ormai alla seconda-terza generazione e che verosimilmente latticini e carne di animali clonati erano già stati venduti in Svizzera.

Sulla questione si è espressa nel 2008 l’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare.“La salute ed il benessere di una proporzione significativa di cloni sono stati influenzati negativamente, spesso in modo grave e con esito fatale”, ha spiegato l’EFSA che però ha aggiunto: “Non vi è alcuna indicazione dell’esistenza di differenze in termini di sicurezza alimentare tra la carne e il latte dei cloni e della loro prole e il latte e la carne di animali allevati in modo convenzionale”. “L’esiguo numero di studi disponibili”, conclude l’EFSA, è causa di “incertezze nella valutazione del rischio”. Nel dubbio, meglio aspettare.

3 Commenti

  1. E si vede che non c’e’ abbastanza pressione di danaro dietro alla clonazione per uso alimentare , il dollaro spalanca tutte le porte !
    Meglio cosi’ , ma fino a quando ?

    Mancherebbe sempre l’indicazione in etichetta , sempre per poter informare e decidere , che dichiara se clone o ogm o bt o chennesoio .
    Forse risulterebbe piu’ semplice contrassegnare in etichetta gli alimenti non ‘incasinati’ con un bel :
    ‘cibbo origginale’ 🙂

  2. Quella dell’etichetta per gli alimenti non “incasinati” è proprio una bella idea. Però bisognerebbe predisporla in tutti i dialetti…

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