Sulla pagina Facebook Deliverance Project * che raccoglie 5.000 follower, è stato pubblicato un post che riassume le preoccupazioni dei rider, i fattorini che portano il cibo a casa, esposti al contagio da Coronavirus.

Sono l’anello di congiunzione tra la produzione dei cibi nelle attività di ristorazione, che sono state chiuse per decreto ma che possono servire i clienti nella sola modalità di consegna a domicilio (con l’eccezione della Campania), e le case degli Italiani.

Il rischio è che diventino l’anello di trasmissione del contagio per le scarse misure di sicurezza adottate e nel caso si ammalassero resterebbero senza alcuna tutela che non hanno in quanto lavoratori precari.

Giusto o sbagliato continuare a lasciare attivo il servizio di consegna a domicilio? Ecco il parere dei rider di Torino.

I dubbi dei rider

Ieri sera il premier Conte in diretta Facebook ha dato comunicazione che tutti i negozi a contatto con il pubblico al di fuori di supermercati, farmacie e pochi altri dovranno rimanere chiusi in quanto servizi non essenziali, le fabbriche potranno continuare a svolgere i loro compiti purché garantiscano i criteri di sicurezza (cosa che ovviamente non stanno facendo): e i rider?
I rider in base alle dichiarazioni continueranno a correre in giro per la città, resteranno ore intere ad aspettare il cibo davanti ai pochi ristoranti rimasti aperti senza alcun dispositivo di sicurezza (alcune aziende, neanche tutte, ci hanno messo tre anni per fornirci le luci per la bicicletta, per ora probabilmente neanche ci hanno ancora pensato a mascherine, disinfettanti e guanti). Tra le altre cose davanti ai ristoranti, che sono sotto organico quindi impiegano più tempo a preparare gli ordini, si creano assembramenti di rider che aumentano il rischio di contagio. Inoltre un rider malato rischia inevitabilmente di contagiare anche i clienti a cui consegna gli ordini, diventando un vettore di diffusione che gira per la città di casa in casa.
Ci sembra che la questione di fondo sia: il delivery è un servizio essenziale? È essenziale portare un big mac da piazza castello al fondo di corso Re Umberto o una bowl da via Bertola all’altra parte della città?
A noi sembra di no: non ci sembra che valga la pena rischiare la nostra salute, quella di chi ordina da mangiare e quella di chi ci è vicino per arricchire le nostre aziende o le grandi multinazionali del fast food.
Un altro problema è che nel caso fossimo malati né lo stato né le aziende ci fornirebbero alcun tipo di supporto, non la mutua, non la cassa integrazione né altro. Questo ha delle ripercussioni molto forti sia per chi si è messo in quarantena, che rimane magari senza un reddito per (almeno) due settimane, ma anche per chi lavora, che magari anche sentendosi male si troverebbe costretto a farlo in modo sicuramente irresponsabile ma comunque dovuto: l’affitto non si paga da solo, il cibo non arriva in tavola da solo.
Oltretutto se anche l’astensione dal lavoro fosse volontaria, con sistema del ranking, cioè le statistiche che attraverso le nostre prestazioni ci permettono di prenotare le ore, rinunciare a lavorare per due settimane (o più) vuol dire rischiare l’azzeramento del punteggio, rendendo impossibile ricominciare a lavorare in un secondo momento.
Le aziende non si stanno facendo carico delle nostre esigenze e della nostra sicurezza, così come è sempre stato, e lo stato non sta proponendo un reddito di quarantena che ci è necessario per continuare a pagare l’affitto e sostentarci.
Esigiamo quindi un stop immediato del servizio di consegna.
Esigiamo che vengano tutelati i lavoratori e le lavoratrici, e non le grandi multinazionali che speculano sulla nostra salute e la nostra sicurezza.
Che lo stato o le aziende forniscano un supporto al reddito a tutti coloro che devono restare a casa per garantire la salute pubblica e che si sospendano affitti e utenze che si rendono insostenibili.

Basta ricatti tra salute e lavoro, l’emergenza sanitaria non la possono pagare le categorie meno tutelate e ai margini della società.
Uscire dall’emergenza tutti assieme significa dare un aiuto a chi soffre di più questa emergenza. Solidarietà alle lavoratrici e i lavoratori in sciopero, ai lavoratori autonomi, alle partite iva, a coloro che vengono licenziati, a chiunque questo mese non riuscirà a pagare l’affitto.

#iononpossostareacasa

* Cos’è Deliverance Project

Deliverance Project non è un collettivo, né un sindacato né tanto meno un’organizzazione politica, ma lo strumento per condividere esperienze e tentare di creare connessioni in un contesto caratterizzato da una capillare automatizzazione e precarizzazione finalizzate principalmente ad isolare e rendere inermi i soggetti coinvolti e sconvolti dai nuovi strumenti di organizzazione del lavoro. Le osservazioni e le valutazioni che prendono voce da Deliverance Project riflettono il punto di vista di alcuni rider o più generalmente lavoratori coinvolti nelle assemblee che di volta in volta lottano all’interno di quel segmento della logistica che è il “food delivery” nella città di Torino.

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