Da chef a content creator: il problema non è la frutta realistica, ma la fame di viralità che ora porta al salato realistico.

Dopo la “frutta realistica” e la conseguente esplosione della “uallera realistica”, forse vale la pena dirlo chiaramente: il problema non è il trend. Il problema è il riflesso automatico che scatena. Perché oggi nel food italiano basta che qualcosa faccia numeri sui social per vedere intere attività cambiare pelle nel giro di 48 ore.

Un giorno fai maritozzi. Il giorno dopo monoporzioni lucide a forma di arachide. Poi croissant cubici. Poi cookies americani. Quindi matcha. Poi tiramisù destrutturati. Poi fragole Dubai Style immerse nel pistacchio di Bronte e ricoperte di cioccolato belga raccontato come fosse petrolio saudita. Non c’è nulla di male nel seguire un trend, piuttosto quando sostituisce completamente l’identità.

Oggi molte realtà gastronomiche sembrano non chiedersi più “cosa sappiamo fare bene?”, ma “cosa può esplodere su TikTok entro venerdì?”. È una differenza enorme. Perché il lavoro artigianale richiede continuità, ripetizione, visione, persino noia. La viralità invece pretende velocità, superficie e soprattutto immediatezza. Non importa se il prodotto durerà sei mesi: basta che funzioni in un video con canzone in trend (ovvio!) del momento.

Il copia incolla che porta al salato realistico

il salato realistico

E naturalmente, come ogni epidemia social che si rispetti, siamo già entrati nella fase peggiore: quella del copia e incolla compulsivo. Non bastava più la frutta realistica. Adesso stanno arrivando i salati realistici. Probabilmente anch’essi con una crisi d’identità. Ormai qualsiasi cosa debba essere mangiata deve prima confondere. Il prossimo passo sarà una parmigiana che sembra una batteria d’auto o un supplì a forma di lampadina Edison. E la tragedia è che qualcuno farà pure la fila.

E così la ristorazione si ritrova intrappolata in una gigantesca riunione di pseudo marketing permanente. Perché anche il marketing è fatto sulla scia del fatto che va di moda. Locali che cambiano menu ogni settimana inseguendo l’algoritmo come se fosse la guida spirituale del settore. Pasticcerie che sembrano laboratori creativi di Netflix più che botteghe. Pizzerie che progettano il cornicione pensando prima all’inquadratura zenitale che al morso. Poi, però, tutto questa ossessione per il momento e per lo stare al passo si annulla nel concreto. Siti web senza cura, menù per nulla aggiornati, prezzi inesistenti.
La cosa più ironica è che spesso i prodotti virali non nascono neppure per essere mangiati: nascono per essere postati sui social. La consistenza deve “spaccare” in video. La glassa deve riflettere la luce. Il taglio deve fare ASMR. Il gusto? Poi si vede!

E nel frattempo ci riempiamo la bocca di parole come “territorio”, “tradizione”, “identità”, salvo poi trasformare qualsiasi cosa in un format replicabile appena arriva il trend giusto da Parigi, New York o Seoul. E intanto noi siamo lì a refreshare Instagram aspettando il prossimo ordine creativo internazionale.
La verità è che la viralità è diventata una scorciatoia seducente. Perché costruire un’identità richiede anni; costruire un contenuto virale richiede professionalità e momento giusto. E attenzione: i social sono strumenti straordinari. Hanno dato visibilità a talenti veri e rivoluzionato la comunicazione gastronomica. Ma quando il contenuto diventa più importante del contenuto stesso, qualcosa si rompe.

Forse è proprio per questo che la “uallera realistica” ha funzionato così bene. Perché dentro quella provocazione c’era una verità che tanti operatori del settore pensano ma pochi dicono: a furia di rincorrere ogni moda, il rischio è di diventare tutti uguali. Lucidi, perfetti, virali. Ma intercambiabili.

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Francesca Brunzo

Francesca Brunzo

Curiosa per natura, diffido dalle certezze assolute. Preferisco capire piuttosto che seguire, osservare piuttosto che giudicare. Non mi interessano le mode, mi interessano le idee. Osservo, faccio domande e cerco risposte. Credo che il senso critico sia il miglior ingrediente di ogni racconto. Se questo passa attraverso il cibo, tanto meglio.

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