Uno dice: bella la vita, vai, ti siedi, mangi, torni a casa, ti risiedi, mangi qualcosa per riprenderti, e scrivi. Sembra facile. E invece non è tutto così semplice: una parte del “lavoro” consiste nel camminare in lungo e in largo per la città, spiare oltre le saracinesche abbassate, controllare da lontano i cantieri, a mo’ di “umarell”: le nuove aperture possono sbucare dove meno te lo aspetti.
Come quella, prossima futura, di Felice a Testaccio in via del Torchio – a due passi dal Chicco do Mexico del Carrobbio, di cui ho parlato un po’ di tempo fa (e che presto raddoppierà vicino alla Scala e a Montenapoleone).

Sarà un pezzo di romanità trapiantato a Milano – la Roma popolare, quella delle osterie, quella del Testaccio, quartiere che prende il nome da una montagnola di cocci (testae) e detriti, un po’ come il nostro Monte Stella, fatto con le macerie dei bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale. E dire osteria e Testaccio in una stessa frase è come dire Felice a Testaccio, celeberrima trattoria fondata da Felice Trivelloni (ne abbiamo parlato un po’ di tempo fa) nel 1936.

E dire Felice a Testaccio vuol dire dire cacio e pepe, un piatto-firma, secondo alcuni ancora un paradigma, secondo altri un buon piatto e nulla più.

Probabilmente un parere “nordico”, anzi “milanese”, potrebbe essere illuminante: ecco perché sarò un assiduo frequentatore di via del Torchio nelle prossime settimane.

[Ha collaborato Federica Caretta]

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Emanuele Bonati

Emanuele Bonati

"Esco, vedo gente, mangio cose" Lavora nell'editoria da quasi 50 anni. Legge compulsivamente da sessant'anni. Mangia anche da oltre 60 anni – e da una quindicina degusta e racconta quello che mangia, e il perché e il percome, online e non. Tuttavia, verrà ricordato (forse) per aver fatto la foto della pizza di Cracco.

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